Basso di statura e di carattere notoriamente schivo, il generale Qassem Soleimani, morto nel raid americano all'aeroporto di Baghdad esattamente quattro anni fa, era considerato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati uno dei militari più sanguinari all'opera nella regione mediorientale.
La morte nel 2020 ordinata da Trump
In seguito all’attacco di milizie sciite alla base aerea K-1 di Kirkuk il 27 dicembre 2019 e all’attacco all'ambasciata statunitense a Baghdad del 31 dicembre dello stesso anno, alle prime luci dell’alba del 3 gennaio 2020 il generale veniva ucciso per rappresaglia in un attacco con drone statunitense sull'aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, assieme al capo delle Forze di Mobilitazione Popolare sciite irachene Abu Mahdi al-Muhandis, il quale si trovava su di un’altra automobile. L'operazione era stata ordinata dal presidente statunitense Donald Trump.
L’indomani, il 4 gennaio 2020, in un ulteriore attacco mirato compiuto nella zona di Taji, a nord di Baghdad, veniva ucciso il capo delle brigate Katai'b Hezbollah (gruppo paramilitare sciita iracheno filo-iraniano), il segretario generale Shibl al-Zaydi. Con al-Zaydi sono rimasti uccisi il fratello e altre quattro persone.
La folla dispersa dopo le esplosioni alla commemorazione
(afp)A capo delle operazioni segrete
Sessantadue anni, storico comandante delle Guardie iraniane della Rivoluzione, Soleimani era il capo della squadra d'elite per le operazioni più segrete, e soprattutto uomo chiave del regime degli ayatollah. Negli ultimi vent'anni prime della morte il generale aveva guadagnato una fama quasi mitica sia tra i suoi nemici sia tra i molti sostenitori iracheni.
Qualcuno lo aveva paragonato a Karla, il capo delle spie sovietiche dei romanzi di John Le Carré. Ma la sua storia si è conclusa nella serata del 2 gennaio, con il raid aereo americano all'aeroporto di Baghdad. Soleimani era appena arrivato con un volo dalla Siria ed era stato scortato all'uscita, quando l'auto in cui era a bordo è stata centrata da un missile.
Un veicolo della polizia tra la folla dopo le esplosioni di oggi
(afp)
La carriera
La carriera del generale iraniano era cominciata subito dopo la rivoluzione del '79. "Più di ogni altro - ha raccontato al Washington Post Ali Soufan, ex agente dell'Fbi - Soleimani è stato responsabile della creazione di un arco d'influenza che si è esteso dall'area del Golfo a Iraq, Siria e Libano".
A ventidue anni, figlio di una famiglia di montanari, si era arruolato con le Guardie rivoluzionarie islamiche, nate per proteggere la repubblica degli ayatollah. Gli anni della guerra con l'Iraq, tra il 1980 e il 1988, avevano aiutato ad accrescere la fama di questo soldato, capace di infiltrarsi nelle file nemiche per portare a termine operazioni ad alto rischio, al punto da diventare, negli anni Novanta, il comandante del gruppo d'elite delle Quds Force, la squadra di super agenti impiegata per operazioni segrete all'estero.
Le operazioni
Soleimani aveva aiutato gli Hezbollah in Libano e guidato gli attacchi agli americani durante la guerra in Iraq. Secondo il Pentagono, le operazioni guidate dal generale avrebbero provocato la morte di almeno 608 soldati americani, tra il 2003 se il 2011. Le Quds Force ebbero un ruolo strategico anche durante la guerra civile in Siria, per sostenere il presidente Bashar al-Assad.
Tra le operazioni attribuite al gruppo guidato da Soleimani anche complotti in Asia e in Sud America e un fallito attentato, nel 2011, per uccidere l'ambasciatore dell'Arabia Saudita in Usa, in un ristorante italiano a Georgetown.