“Ma quale Congo, noi restiamo qui”. I profughi di Gaza bocciano i piani di sgombero
di Sami al-AjramiLe vittime del raid ad al-Mawasi
(reuters)RAFAH — «Ma quale Congo, qui nessuno è disposto a lasciare la Striscia». La notizia circolata sull’ipotesi del governo israeliano di trasferire i palestinesi di Gaza verso il Paese africano è arrivata fino a Rafah ed è sulla bocca di tutti.
Se da un lato conferma il sospetto che migliaia di persone sentivano crescere, dall’altro rafforza la volontà di resistere della maggior parte dei residenti della Striscia arrivati in questo ultimo lembo di terra che li divide dall’Egitto. «Il progetto del governo estremista di Netanyahu è stato fin dall’inizio di questa guerra quello di spingere i cittadini di Gaza fuori dalla loro terra e per riuscirci ha intensificato sempre di più gli attacchi sulle nostre case fino a costringerci ad arrivare qui», spiega una delle persone incontrate nelle tendopoli improvvisate in strada dove fame, sete, malattie virali non sono più contenibili.
Nonostante le condizioni disumane, nessuno vuole portare a compimento quello che percepisce come il progetto fi…
RAFAH — «Ma quale Congo, qui nessuno è disposto a lasciare la Striscia». La notizia circolata sull’ipotesi del governo israeliano di trasferire i palestinesi di Gaza verso il Paese africano è arrivata fino a Rafah ed è sulla bocca di tutti.
Se da un lato conferma il sospetto che migliaia di persone sentivano crescere, dall’altro rafforza la volontà di resistere della maggior parte dei residenti della Striscia arrivati in questo ultimo lembo di terra che li divide dall’Egitto. «Il progetto del governo estremista di Netanyahu è stato fin dall’inizio di questa guerra quello di spingere i cittadini di Gaza fuori dalla loro terra e per riuscirci ha intensificato sempre di più gli attacchi sulle nostre case fino a costringerci ad arrivare qui», spiega una delle persone incontrate nelle tendopoli improvvisate in strada dove fame, sete, malattie virali non sono più contenibili.
Nonostante le condizioni disumane, nessuno vuole portare a compimento quello che percepisce come il progetto finale di Netanyahu, ovvero rendere gli sfollati così disperati da spingerli a forzare il confine ed entrare in Egitto. «Significherebbe prendere ordini da Israele e non siamo disposti a farlo. Se la comunità internazionale preferisce continuare a guardare come i palestinesi vengono cacciati dalla loro terra, noi preferiamo morire nella nostra terra», aggiunge un altro uomo.
Così la situazione resta sospesa in uno stallo drammatico. Chi ammette la possibilità di lasciare la Striscia per provare a costruire una vita lontano dalla distruzione della guerra, rifiuta l’idea di spostarsi verso Paesi africani o asiatici e immagina di raggiungere familiari e amici che vivono già in Australia o Europa. Tutti però sognano di tornare nelle loro case e ricostruirle là dove erano. Ma nessuno, neanche un bambino per scherzo, si è avvicinato al confine egiziano o ha intenzione di farlo. Non resta altro che continuare a soffrire, nella speranza che la comunità internazionale possa intervenire.
C’è delusione nel constatare che il mondo non sta facendo niente per prevenire questo progetto di trasferimento forzato. Siamo tutti qui, a Rafah, sappiamo cosa vuole fare Israele e crediamo che le forze armate israeliane continueranno ad attaccare per spingere le persone a rompere i confini.
Negli ultimi due giorni le operazioni militari si sono fatte più intense sia nella zona centrale che nella zona Sud e anche stavolta, come era successo al Nord, sono iniziate le invasioni di terra con i tank sempre più vicini alla città di Deir al Balah e i cecchini che sparano intorno all’ospedale al-Aqsa. La pressione delle armi costringe chi era rimasto a casa ad andare a gonfiare le strade di Rafah: per percorrere circa tre chilometri ieri ho impiegato quasi due ore. La quantità di persone in strada non consente di circolare.
A differenza di altre operazioni ora l’Idf non annuncia più quali saranno le zone colpite e a Maghazi e Musaddar i tank sono arrivati senza che nessuno chiedesse di evacuare. Tutto si sta svolgendo in grande velocità e con grande violenza. Ieri decine di persone sono state uccise in meno di un giorno: cinque palestinesi che erano a bordo di un’automobile nel campo di Nuseirat; almeno una persona è morta e sei sono i feriti nel raid sulla sede della Mezzaluna Rossa a Khan Yunis e sempre qui sei persone sono morte in un attacco aereo su terreni agricoli che ospitavano degli sfollati. Ma è soprattutto nell’area di al-Mawasi che si è compiuta la tragedia peggiore. Nella zona di evacuazione indicata da Israele come sicura quattordici persone sono morte colpite da un bombardamento israeliano. Due famiglie sono state uccise: la maggior parte delle vittime sono minori. Il più piccolo aveva soltanto 10 anni.
(Testo raccolto da Benedetta Perilli)