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Argentina, il sindacato e un tribunale fermano Milei: bocciata la sua riforma del Lavoro

(reuters)
La norma che limitava il diritto di sciopero ed eliminava le sanzioni per i contratti irregolari contestata dal Sindacato Generale dei Lavoratori: “Incostituzionale”
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Facile promettere, più difficile mantenere. Soprattutto se si tratta di impegni che cambiano radicalmente l’assetto economico e sociale di uno Stato e se a questi si imprime un carattere di urgenza e necessità che non ha fondamenta costituzionali. Javier Milei incassa la prima sconfitta nella sua rivoluzione e viene bloccato da un ricorso accolto dalla Camera del Lavoro. Il decreto di Necessità e Urgenza (DNU) è stato contestato dal Sindacato Generale dei Lavoratori, la potente organizzazione di matrice peronista, che si è rivolto alla giustizia con un’ingiunzione in cui lo dichiara “incostituzionale”.

La norma non fa parte del pacchetto di 600 decreti, raccolti nella legge Omnibus, così chiamata per l’estensione e la varietà di temi esposti, che non ha bisogno di essere approvata dal Parlamento. Tocca il mercato del lavoro che viene deregolamentato a favore dei colletti bianchi e a discapito dei dipendenti. Tra le misure davvero draconiane limita il diritto di sciopero, elimina le s…

Facile promettere, più difficile mantenere. Soprattutto se si tratta di impegni che cambiano radicalmente l’assetto economico e sociale di uno Stato e se a questi si imprime un carattere di urgenza e necessità che non ha fondamenta costituzionali. Javier Milei incassa la prima sconfitta nella sua rivoluzione e viene bloccato da un ricorso accolto dalla Camera del Lavoro. Il decreto di Necessità e Urgenza (DNU) è stato contestato dal Sindacato Generale dei Lavoratori, la potente organizzazione di matrice peronista, che si è rivolto alla giustizia con un’ingiunzione in cui lo dichiara “incostituzionale”.

La norma non fa parte del pacchetto di 600 decreti, raccolti nella legge Omnibus, così chiamata per l’estensione e la varietà di temi esposti, che non ha bisogno di essere approvata dal Parlamento. Tocca il mercato del lavoro che viene deregolamentato a favore dei colletti bianchi e a discapito dei dipendenti. Tra le misure davvero draconiane limita il diritto di sciopero, elimina le sanzioni per i contratti irregolari, autorizza l’estensione dell’orario di lavoro fino a 12 ore al giorno, aumenta il periodo di prova e consente anche modifiche automatiche della retribuzione.

Era scontata, oltre che ovvia, la reazione del mondo sindacale. Un simile stravolgimento delle regole e di conquiste storiche non poteva passare con un semplice tratto di penna. Bisognava sentire il parere degli altri poteri dello Stato e verificare se ci fossero i requisiti di costituzionalità. I giuristi ritengono che il ricorso sia fondato. La DNU esiste dal 1994 ma è uno strumento eccezionale. Va usato solo in uno scenario di catastrofe naturale o sociale; consente al governo di intervenire con decreti a carattere di urgenza che non hanno il tempo di passare al vaglio del Parlamento.

Il presidente lo sa ma aveva giustificato il ricorso a questa norma con una delle sue classiche frasi da fine del mondo: “L’Argentina ha bisogno di urgente cambio di rotta per evitare il disastro”. I tre giudici che hanno esaminato il ricorso del sindacato concordano sul pessimo stato di salute del paese. Ma osservano che “non si spiega come le riforme proposte, se applicate immediatamente e al di fuori del normale processo di emanazione delle leggi, potrebbero porre rimedio alla situazione relativa alla generazione di lavoro formale”.

La Camera del Lavoro si è presa una settimana di tempo per esprimere il suo parere. Il governo ha già fatto sapere che dopo il verdetto si appellerà a sua volta. E’ molto probabile se che venisse accolto, davanti a una sentenza sfavorevole all’Esecutivo, tutta la materia finisca davanti alla Corte Suprema. Nell’attesa il Titolo IV del mega decreto è stato sospeso. Il resto, cioè oltre 600 leggi, è stato spedito al Congresso dove, tuttavia, il partito di Milei non ha la maggioranza ma solo 38 deputati su 257 e sette senatori su 72. Potrebbe contare sulle forze di centro destra raccolte attorno a Mauricio Macri. Ma anche qui convivono posizioni diverse che si sono già espresse sul tema. Il sindacato non perde tempo e per il 24 gennaio ha proclamato uno sciopero generale.

L’ex uomo della motosega fa altrettanto. Muove la sua lama su ogni settore. Taglia e cambia. Interrompe il contributo mensile elargito da oltre 40 anni agli arcivescovi e vescovi della Chiesa cattolica. La Conferenza episcopale ha confermato sui social che da questo mese non riceverà più l’assegno previsto da una legge promulgata nel 1979 durante l’ultima dittatura militare. E’ l’ultimo atto di un distacco sempre più marcato tra Stato e Chiesa iniziato nel 2018 quando il paese dibatteva sulla legge sull’aborto e sulla necessità di definire l’indipendenza tra i due poteri.

Milei cambia anche i vertici delle Forze Armate.

Ne approfitta per mandare in pensione i militari meno fedeli e promuovere quelli più “vicini agli Usa”, come suggeriscono gli osservatori e i commentatori. L’estrema destra assegna all’Aeronautica la guida dello Stato Maggiore di Difesa e procede a un rimpasto dei vertici delle tre Armi. Le modifiche più drastiche riguardano l’Esercito guidato finora da uomini che simpatizzano con il centrosinistra peronista del Frente de Todos. Una scelta che centralizza sul ministro della Difesa il potere politico e delega all’Arma del cielo quello operativo ai massimi livelli. Una soluzione condivisa dalla maggioranza degli alti gradi militari che hanno votato in massa per Milei nel ballottaggio con Sergio Massa.

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