Blinken, tour de force in Medio Oriente per evitare che la guerra dilaghi
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK — Cinque obiettivi, ambiziosi e difficili, che riguardano insieme le necessità immediate a Gaza e la stabilità di lungo termine nella regione, evitando l’allargamento del conflitto. Sono le priorità della missione d’emergenza in Medio Oriente, iniziata ieri sera dal segretario di Stato americano Blinken, che il suo portavoce Matthew Miller ha elencato così: primo, aumentare gli aiuti umanitari alla popolazione; secondo, discutere con Israele la campagna militare per passare alla prossima fase che faccia meno vittime civili, garantendo il ritorno dei palestinesi alle proprie case nella Striscia e la loro protezione in Cisgiordania; terzo, completare la liberazione degli ostaggi; quarto, impedire che la guerra infiammi l’intera regione; quinto, iniziare a costruire un futuro basato sulla formazione di un governo unitario a Gaza e Cisgiordania sotto la guida dell’Autorità di Ramallah.
Il capo della diplomazia americana aveva rimandato alla prossima settimana la sua quarta m…
NEW YORK — Cinque obiettivi, ambiziosi e difficili, che riguardano insieme le necessità immediate a Gaza e la stabilità di lungo termine nella regione, evitando l’allargamento del conflitto. Sono le priorità della missione d’emergenza in Medio Oriente, iniziata ieri sera dal segretario di Stato americano Blinken, che il suo portavoce Matthew Miller ha elencato così: primo, aumentare gli aiuti umanitari alla popolazione; secondo, discutere con Israele la campagna militare per passare alla prossima fase che faccia meno vittime civili, garantendo il ritorno dei palestinesi alle proprie case nella Striscia e la loro protezione in Cisgiordania; terzo, completare la liberazione degli ostaggi; quarto, impedire che la guerra infiammi l’intera regione; quinto, iniziare a costruire un futuro basato sulla formazione di un governo unitario a Gaza e Cisgiordania sotto la guida dell’Autorità di Ramallah.
Il capo della diplomazia americana aveva rimandato alla prossima settimana la sua quarta missione in Medio Oriente dall’inizio della crisi, mandando a preparare il terreno Amos Hochstein, consigliere del presidente Biden per l’energia, che avendo mediato in passato i confini marittimi tra Israele e Libano aveva l’incarico di raffreddare il fronte Nord per evitare un conflitto con Hezbollah. Però gli eventi degli ultimi giorni, cioè l’uccisione del vice capo politico di Hamas al Arouri a Beirut, l’attentato in Iran durante la commemorazione dell’ex capo dei pasdaran Soleimani, e ieri il raid americano a Baghdad per eliminare il leader del gruppo filo iraniano Pmf Abu Tarqwa, hanno costretto Blinken ad anticipare la partenza per un viaggio che da oggi a giovedì prossimo lo porterà in Turchia, Grecia, Giordania, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele e Cisgiordania. E questo proprio mentre la Casa Bianca denuncia che «la Russia sta già usando in Ucraina missili forniti dalla Corea del Nord e si prepara a comprarli anche da Teheran».
Ieri l’Isis ha rivendicato l’attentato di Kerman, confermando quindi le accuse lanciate da Washington mercoledì. Questo ha eliminato un pretesto per l’allargamento della guerra, se i responsabili fossero stati israeliani o americani. Il raid di Baghdad però ha colpito un alleato degli ayatollah, e il dipartimento di Stato ha risposto così alle proteste: «I nostri soldati sono in Iraq su invito del governo locale, per aiutarlo a combattere l’Isis. Se qualcuno li prende di mira, li difenderemo».
La tensione sale anche contro gli Houti, perché la Casa Bianca ha dipinto la dichiarazione firmata mercoledì anche dall’Italia come un ultimatum: «Non prevediamo altri avvertimenti», e quindi se la milizia armata dall’Iran continuerà ad attaccare le navi nel Mar Rosso, dovrà aspettarsi rappresaglie nelle sue basi dello Yemen, nonostante finora l’Arabia Saudita abbia frenato per preservare il fragile cessate il fuoco negoziato con gli Houti.
In questo quadro ad alta tensione, Blinken è partito ieri per il Medio Oriente col suo piano. Il primo obiettivo è aumentare gli aiuti a Gaza, non solo perché è giusto, ma perché la crisi umanitaria rafforza la narrativa dei nemici dell’Occidente. Il segretario di Stato tornerà a premere su Netanyahu affinché passi alla nuova fase dell’offensiva, limitando le vittime civili e prendendo di mira i leader di Hamas, come a Beirut. Nello stesso tempo riaffermerà il diritto dei palestinesi a essere protetti in Cisgiordania e tornare nelle loro case a Gaza, bocciando quindi le suggestioni dei ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir per deportarli fuori dalla Striscia. Niente zone cuscinetto o riduzioni del territorio: «Gaza è palestinese e tale resterà». La mediazione per il rilascio degli ostaggi verrà rilanciata in Qatar ed Egitto, e l’intera missione punterà ad evitare ulteriori allargamenti del conflitto. Per il futuro, nonostante la divergenza pubblica con Netanyahu, la visione di Washington resta «un governo unitario in Cisgiordania e Gaza, guidato dall’Autorità palestinese, per preparare la soluzione dei due Stati».