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Donald Trump rovescia il 6 gennaio: “I manifestanti tenuti in ostaggio”

Il tycoon apre la campagna elettorale: in Iowa evoca “la battaglia decisiva” e attacca: “Il criminale Biden usa lo Stato come arma per bloccarmi”
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NEW YORK — «Ostaggi». Così ormai Donald Trump chiama i quasi 900 americani condannati per l’assalto di tre anni fa al Congresso, promettendo di perdonarli appena rimetterà piede nella Casa Bianca. Uno stravolgimento della realtà, e delle regole fondanti della democrazia americana, che dimostra come dopo il discorso del presidente Biden a Valley Forge non sarà più possibile tornare ad una campagna normale, basata su programmi e proposte politiche.

La speranza è che abbia torto Liz Cheney, figlia di un vice presidente repubblicano non tenero, quando avverte i connazionali: «Il voto del 5 novembre potrebbe essere l’ultimo della vostra vita». Però dalla reazione di Donald al discorso di Joe è chiaro che il bivio è ormai questo: democrazia o populismo autocratico. Perché Trump avev…

NEW YORK — «Ostaggi». Così ormai Donald Trump chiama i quasi 900 americani condannati per l’assalto di tre anni fa al Congresso, promettendo di perdonarli appena rimetterà piede nella Casa Bianca. Uno stravolgimento della realtà, e delle regole fondanti della democrazia americana, che dimostra come dopo il discorso del presidente Biden a Valley Forge non sarà più possibile tornare ad una campagna normale, basata su programmi e proposte politiche.

La speranza è che abbia torto Liz Cheney, figlia di un vice presidente repubblicano non tenero, quando avverte i connazionali: «Il voto del 5 novembre potrebbe essere l’ultimo della vostra vita». Però dalla reazione di Donald al discorso di Joe è chiaro che il bivio è ormai questo: democrazia o populismo autocratico. Perché Trump aveva già ignorato la Costituzione, cercando di rovesciare il risultato delle elezioni perse nel 2020, e non è impensabile che provi a cambiarla per non uscire più dalla Casa Bianca, se dovesse rientrarci il 20 gennaio 2025.

Biden aveva finito da pochi minuti il discorso a Valley Forge, quando la campagna di Trump ha iniziato a mandare messaggi ai sostenitori per raccogliere fondi elettorali: «La vera minaccia per la democrazia è Joe il criminale, che usa lo stato come arma per bloccarmi». Poco più tardi, in un comizio nell’Iowa che il 15 gennaio aprirà la corsa presidenziale, ha affondato i colpi: «Nulla va dritto per il balbettante Biden, non ha messaggi positivi per il futuro dell’America che sta fallendo. Quindi non gli resta altro che lanciare l’allarme per la democrazia, ma il vero pericolo è lui». Ieri, con due comizi a Newton e Clinton, ha rilanciato: «Joe non riesce a mettere due parole in fila. Lui è la minaccia per la democrazia, con la sua incompetenza».

La strategia è chiara: rovesciare le accuse su Biden, aggiungendo che solo lui ha la capacità di «rifare grande l’America». «Siamo alla battaglia finale: demoliremo il Deep State, espelleremo i guerrafondai dal governo, cacceremo globalisti, comunisti, marxisti e fascisti, elimineremo la classe politica malata che odia il nostro Paese». Funziona grazie ad una capillare manovra raccontata dal Washington Post, che è riuscita a rovesciare la percezione del 6 gennaio, almeno tra i suoi sostenitori. Oggi solo il 18% dei repubblicani ritiene che i manifestanti fossero violenti, il 14% considera Trump responsabile dell’assalto al Congresso, e il 34% accusa l’Fbi di averlo organizzato per affossare Donald. Questi numeri aiutano a capire perché quasi tutti i leader del Gop si siano riallineati, appoggiando l’ex presidente. Secondo la Cnn è avanti in 28 Stati per un totale di 272 voti del collegio elettorale, due oltre la vittoria. Lo stesso Obama ha sentito la necessità di avvertire Biden durante un pranzo alla Casa Bianca, sollecitandolo a rivoluzionare la sua campagna.

I pericoli principali per Trump vengono dai quattro processi penali che lo aspettano, il 4 marzo a Washington per l’assalto del 6 gennaio, fine marzo a New York per i soldi pagati alla pornostar Stormy Daniels, a maggio in Florida per i documenti segreti trafugati a Mar a Lago, ad agosto in Georgia per i tentativi di rovesciare i risultati delle presidenziali. Finora le incriminazioni hanno aiutato Donald con la base, facendone il grande favorito delle primarie per la nomination. Il discorso potrebbe cambiare nel voto nazionale di novembre, perché un quarto dei repubblicani dice che lo abbandonerebbe se fosse condannato.

Per evitarlo, Trump usa appelli e ricorsi allo scopo di rimandare i processi a dopo il voto, quando se verrà rieletto potrà cancellare almeno i procedimenti federali. Martedì la Corte d’Appello di Washington ascolterà la sua pretesa di avere completa immunità in quanto ex presidente, mentre l’8 febbraio la Corte Suprema discuterà la sentenza del Colorado che lo ha squalificato dalle elezioni per aver partecipato ad un’insurrezione. Ha modo di tirarla in lungo per scamparla, con l’aiuto della maggioranza conservatrice 6 a 3 che aveva creato nel massimo tribunale.

La sua vittoria in Iowa è scontata. Gira voce che dopo il governatore della Florida DeSantis si ritirerà, appoggiandolo. Resta quindi solo la speranza che Nikki Haley, magari sospinta dai voti democratici mobilitati dal gruppo Primary Power, riesca a frenarlo in New Hampshire. Dopo, altrimenti, resta solo la sfida con Biden per la democrazia.

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