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Polonia, scontro ai vertici delle istituzioni: il presidente Duda dà rifugio a due ex ministri latitanti del Pis, il partito anti-Tusk

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L’ex titolare dell’Interno Kaminski e il suo vice Wasik arrestati dalla polizia nel palazzo presidenziale dopo diverse ore. Il conflitto tra le istituzioni a Varsavia rischia di precipitare in una nuova crisi politica
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BERLINO — A Varsavia si respira ogni giorno la fatica di tornare all’ordine democratico. Il partito che ha governato per otto anni la Polonia trasformandola in un’autocrazia ultraconservatrice, il Pis, non vuole mollare il potere. L’ultimo clamoroso episodio risale a martedì. E dà conto di una crisi istituzionale che si sta aggravando e potrebbe sfociare persino in nuove elezioni.

Due giorni fa due esponenti di primo piano del Pis, l’ex ministro dell’Interno Mariusz Kaminski e il suo vice Maciej Wasik, condannati per abuso di potere, hanno cercato di sottrarsi all’arresto rifugiandosi nel palazzo del presidente della Repubblica. E il capo dello Stato e loro compagno di partito, Andrzej Duda, non solo ha approvato la fuga, ma li ha protetti tutto il giorno. La cronaca di una vicenda tragicomica si è chiusa nel tardo pomeriggio, quando la polizia ha fatto irruzione nel palazzo e ha ammanettato i fuggitivi.

BERLINO — A Varsavia si respira ogni giorno la fatica di tornare all’ordine democratico. Il partito che ha governato per otto anni la Polonia trasformandola in un’autocrazia ultraconservatrice, il Pis, non vuole mollare il potere. L’ultimo clamoroso episodio risale a martedì. E dà conto di una crisi istituzionale che si sta aggravando e potrebbe sfociare persino in nuove elezioni.

Due giorni fa due esponenti di primo piano del Pis, l’ex ministro dell’Interno Mariusz Kaminski e il suo vice Maciej Wasik, condannati per abuso di potere, hanno cercato di sottrarsi all’arresto rifugiandosi nel palazzo del presidente della Repubblica. E il capo dello Stato e loro compagno di partito, Andrzej Duda, non solo ha approvato la fuga, ma li ha protetti tutto il giorno. La cronaca di una vicenda tragicomica si è chiusa nel tardo pomeriggio, quando la polizia ha fatto irruzione nel palazzo e ha ammanettato i fuggitivi.

Tra l’arrivo degli agenti e il loro ingresso nel palazzo, il Pis ha messo in scena l’ormai rodato teatro dell’assurdo. Duda si è mostrato sorridente in una cerimonia ufficiale che ha nominato consiglieri due ex collaboratori di Kaminski e Wasik. E i due latitanti sono stati immortalati dai fotografi accanto al capo dello Stato. A metà pomeriggio, i fuggitivi sono brevemente usciti per un’improvvisata conferenza stampa e hanno accusato il governo Tusk di voler instaurare «un regime totalitario». Poi hanno girato i tacchi e sono tornati nel palazzo. Ma alle sei di pomeriggio l’operetta di Duda si è conclusa con l’ingresso degli agenti nell’edificio e l’arresto di Kaminski e Wasik.

Infuriato, il Pis ha organizzato in serata una manifestazione a sostegno dei due condannati. E nella notte, davanti al carcere è apparso persino il padre padrone del partito, Jaroslaw Kaczynski. Ieri Kaminski ha annunciato uno sciopero della fame e si è autodefinito «prigioniero politico». Una retorica che ricorda quella dell’ex presidente americano Donald Trump, che martirizza gli eversori del 6 gennaio, dell’assalto al Campidoglio, chiamandoli «ostaggi». La tipica retorica vittimista della destra globale.

La crisi in Polonia, però, è profonda. E potrebbe sfociare in un epilogo drammatico. Nelle scorse settimane il premier Donald Tusk ha azzerato i vertici dell’informazione pubblica, pesantemente lottizzata dal Pis e trasformata in un megafono della propaganda di regime. Il presidente Duda ha reagito rifiutandosi di sottoscrivere l’allegato al bilancio che prevedeva nuovi finanziamenti per i media pubblici depurati dai fedelissimi del partito di Kaczynski. Una mossa che però è stata sfruttata dal nuovo ministro della Cultura, Bartlomiej Sienkiewicz, per mettere in liquidazione l’intero sistema mediatico pubblico.

Ma all’orizzonte si staglia già un nuovo pericolo. Anzi, due. Primo, che il Parlamento non riesca a votare il bilancio entro fine gennaio – oltre quella scadenza Duda potrebbe sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Tomasz Orlowski, ex ambasciatore a Parigi e Roma, teme che il Pis «farà di tutto per ostacolare l’iter del bilancio e arrivare a fine gennaio con un nulla di fatto». Anche perché Duda potrebbe chiedere un parere alla Corte costituzionale, allungando ulteriormente i tempi.

C’è però una seconda, grave incognita, che riguarda la giornata di oggi. L’ex Camera disciplinare dei giudici (che è legata alla Corte Suprema, ha cambiato nome ma non sostanza ed è stata dichiarata illegittima da tutte le istituzioni europee compresa la Corte di giustizia), si pronuncerà sulle elezioni del 15 ottobre. «È un organo illegittimo», ci ricorda Orlowski, «ma è in mano al Pis». Se dovesse dichiarare nulle le elezioni, Varsavia rischia uno scenario “americano”: un’opposizione sulle barricate che grida al colpo di Stato e alle elezioni “rubate”.

Interpellato al telefono, Roman Giertych, consigliere di Tusk che negli anni del Pis fu vittima di una persecuzione giudiziaria orchestrata dal governo Morawiecki, è più ottimista. Per il partito di Kaczynski, spiega, «non esiste un’etica del potere, ma soltanto la logica del potere per il potere. Tusk dovrà agire con decisione, perché è l’unico linguaggio che il Pis capisce». E l’ultima parola sulle elezioni spetterà al premier.

Ma intanto quella di Tusk, osteggiato dalle istituzioni rimaste in mano a Kaczynski, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale, sta assumendo sempre più i contorni di una resistenza. Un paradosso, per un uomo legittimamente eletto al governo della Polonia.

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