L’Australia rinvia il referendum sulla monarchia. Ma i pensieri per re Carlo sono solo posticipati
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Re Carlo III respira. L’Australia ha rinviato i suoi piani per un referendum sulla monarchia, come aveva invocato per anni il suo primo ministro laburista, Anthony Albanese. Parlando con la stampa locale, il ministro responsabile per la repubblica, Matt Thistlethwaite, ha dichiarato che “al momento non è una priorità” e che i piani “sono rinviati a tempo indeterminato”. Eppure, nei piani di Albanese e del suo esecutivo dopo le elezioni vinte nel 2022, un referendum sulla monarchia si sarebbe dovuto tenere entro l’anno prossimo.
Invece, tutto rimandato. E chissà per quanto. Thistlethwaite assicura che un referendum ci sarà nel prossimo futuro dell’Australia e anche Albanese continua a ripetere che Canberra un giorno sarà una repubblica. Ma il primo ministro laburista ha dovuto rinunciare ai suoi piani non solo perché re Carlo è atteso in visita ufficiale in Australia a fine 2024, tredici anni dopo il tour di sua madre Elisabetta sull’isola. Ma soprattutto perché Albanese ha ap…
LONDRA - Re Carlo III respira. L’Australia ha rinviato i suoi piani per un referendum sulla monarchia, come aveva invocato per anni il suo primo ministro laburista, Anthony Albanese. Parlando con la stampa locale, il ministro responsabile per la repubblica, Matt Thistlethwaite, ha dichiarato che “al momento non è una priorità” e che i piani “sono rinviati a tempo indeterminato”. Eppure, nei piani di Albanese e del suo esecutivo dopo le elezioni vinte nel 2022, un referendum sulla monarchia si sarebbe dovuto tenere entro l’anno prossimo.
Invece, tutto rimandato. E chissà per quanto. Thistlethwaite assicura che un referendum ci sarà nel prossimo futuro dell’Australia e anche Albanese continua a ripetere che Canberra un giorno sarà una repubblica. Ma il primo ministro laburista ha dovuto rinunciare ai suoi piani non solo perché re Carlo è atteso in visita ufficiale in Australia a fine 2024, tredici anni dopo il tour di sua madre Elisabetta sull’isola. Ma soprattutto perché Albanese ha appena ricevuto una batosta politica in un altro referendum.
Ovvero, il “Voice” referendum indetto lo scorso ottobre in Australia per riconoscere ufficialmente i popoli aborigeni nella Costituzione, in nome di una riconciliazione nazionale ancora lontana. Dopo discriminazioni, condizioni di vita spesso peggiori dei bianchi e bambini indigeni in passato anche rimossi dalle proprie famiglie. Albanese aveva fatto campagna per molti mesi, e in prima fila, per incamerare questo diritto alle comunità “First Nations”. Ossia ai discendenti di quelle popolazioni indigene che hanno popolato l’isola oceanica per oltre 65mila anni, ben prima dell’arrivo degli inglesi nel 18esimo secolo, che iniziarono a utilizzare il territorio della futura Australia come colonie penali e di detenzione.
Invece, 235 anni dopo il primo insediamento britannico e 61 dopo la concessione del diritto di voto agli aborigeni in Australia, lo scorso autunno ha vinto il no, In maniera netta, con circa il 60% dei voti dei 17 milioni di australiani chiamati alle urne. Non ci sarà nessuna “voce” per i popoli aborigeni nella Costituzione australiana. Una pesante sconfitta politica per Albanese, che dunque ora non può assumersi altri rischi su un tema così delicato come quello dell’eventuale passaggio da monarchia a repubblica.
Tra l’altro l’Australia ha già votato sulla rinuncia alla monarchia nel recente passato: era il 1999 e allora i cittadini rifiutarono in massa la repubblica, anche perché l’allora primo ministro australiano, John Howard, fece una intensa campagna per preservare la regina Elisabetta a capo di Stato. Albanese invece è da sempre a favore della repubblica, ma i sondaggi non sono benevoli: secondo un ultimo YouGov, la maggioranza degli australiani (35%) vorrebbe mantenere la monarchia costituzionale in vigore mentre il 32% chiede la repubblica il prima possibile.
Insomma, la strada resta in salita per Albanese. Anche perché, in Australia, per vincere un referendum la singola maggioranza nazionale non basta. C’è bisogna contestualmente anche della maggioranza dei voti in almeno quattro dei sei Stati del Paese: New South Wales, Tasmania, South Australia, Queensland, Victoria e Western Australia.
Tuttavia, se l’Australia rallenta sulla repubblica, nel resto del Commonwealth la situazione è più complicata per Buckingham Palace. Nel 2021, Barbados, pur restando nel Commonwealth, è stato il primo Paese a recidere i rapporti con la Corona dalla decolonizzazione esauritasi a fine secolo scorso: ultime erano state le Mauritius nel 1992.
Bridgetown potrebbe innescare un effetto domino di repubblicanesimo, da altre isole caraibiche fino a Paesi più grandi come il Canada e rimpicciolire ancor più la monarchia “ristretta” avocata da re Carlo. Nei Caraibi, poi, è in corso un’offensiva della Cina per aumentare l'influenza in infrastrutture e commercio.
Il monarca britannico nel Commonwealth tuttora resta capo di Stato di 15 Paesi, inclusi Canada e Australia, oltre al Regno Unito. Fino a quando?