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Nel fortino di Taiwan dove si combattono le fake news (spesso cinesi)

(reuters)
Nel distretto di Zhongzheng, c’è un piccolo esercito di appena sedici persone che ha una missione difficile, combattere la disinformazione che inonda i social e i media: “Prima delle elezioni un’ondata di contenuti falsi o manipolati”
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TAIPEI - Due grandi gatti di cartone all’ingresso. Dentro, appena tre stanze: per le riunioni editoriali con all’ordine del giorno - tutte le mattine alle 10.30 - le fake news da smascherare, per gli educatori che si occupano dei programmi nelle scuole, e l’ultima dove la direttrice Eve Chiu riceve i suoi ospiti e prepara i corsi da tenere ai giornalisti. Al sesto piano di questo palazzone anonimo nel distretto di Zhongzheng, c’è un piccolo ma efficacissimo esercito di appena sedici persone che ha una missione difficile: combattere la disinformazione (spesso cinese) che inonda i social e pure i media tradizionali dell’isola.

Siamo al Taiwan FactCheck Center, Ong creata nel 2018 da un gruppo di ex reporter: la prima organizzazione di fact-checking a nascere sull’isola, la prima nel mondo di lingua cinese e, oggi, la più importante. Che collabora con oltre cento società simili sparse in vari Paesi e che riceve fondi da Meta, Yahoo e Line (l’app di messaggistica più usata qui a Taiwan) …

TAIPEI - Due grandi gatti di cartone all’ingresso. Dentro, appena tre stanze: per le riunioni editoriali con all’ordine del giorno - tutte le mattine alle 10.30 - le fake news da smascherare, per gli educatori che si occupano dei programmi nelle scuole, e l’ultima dove la direttrice Eve Chiu riceve i suoi ospiti e prepara i corsi da tenere ai giornalisti. Al sesto piano di questo palazzone anonimo nel distretto di Zhongzheng, c’è un piccolo ma efficacissimo esercito di appena sedici persone che ha una missione difficile: combattere la disinformazione (spesso cinese) che inonda i social e pure i media tradizionali dell’isola.

Siamo al Taiwan FactCheck Center, Ong creata nel 2018 da un gruppo di ex reporter: la prima organizzazione di fact-checking a nascere sull’isola, la prima nel mondo di lingua cinese e, oggi, la più importante. Che collabora con oltre cento società simili sparse in vari Paesi e che riceve fondi da Meta, Yahoo e Line (l’app di messaggistica più usata qui a Taiwan) per dare la caccia alle bufale che inquinano il discorso pubblico.

“Riceviamo segnalazioni direttamente dagli utenti e agiamo seguendo tre criteri: interesse pubblico, diffusione, pericolo per gli individui o la società”, ci racconta la direttrice. “Da qui scatta il debunking e la condivisione dei risultati sui nostri canali social, che forniamo anche ai media”.

“Nel periodo che precede le elezioni siamo bombardati da questo tipo di interferenze”, prosegue Chiu. “Le faccio alcuni esempi recenti: un falso video, manipolato con l’intelligenza artificiale, del deputato statunitense Rob Wittman che si impegna a sostenere militarmente Taiwan in caso di vittoria del Dpp, circolato su Douyin, la versione cinese di TikTok. Oppure articoli fake su Tsai e l’invio di armi a Israele: per sostenere la tesi che la nostra presidente è una guerrafondaia”.

Proprio su Tsai il Taipei Times denuncia ora che dietro la pubblicazione di alcuni video con presunti “segreti sulla vita della presidente”, c’è proprio Pechino. Pubblicati su centinaia di account YouTube, Instagram, X e altre piattaforme e ora cancellati. “Utilizzavano conduttori virtuali, tra cui personaggi che assomigliavano a giornalisti di lingua cinese, stranieri e, in almeno un caso, a Babbo Natale”, scrive il quotidiano. I contenuti e la loro diffusione sui social media "presentavano i tratti caratteristici di un'operazione del Ministero della Sicurezza di Stato cinese", scrive il Taipei Times, citando un funzionario governativo anonimo.

In Rete negli ultimi mesi è circolato di tutto: gli Usa che chiedono al governo dell’isola di sviluppare armi biologiche da usare contro l’esercito cinese (fake news riportata in origine da un giornale taiwanese gradito a Pechino); il candidato del Dpp Lai che ha tre amanti; Hsiao Bi-khim, che corre come vice di Lai alle elezioni, che ha la cittadinanza statunitense. “Quest’ultima è stata abbastanza facile da smascherare”, racconta Chiu. “Bastava andare a consultare i registri pubblici online per accorgersi che Hsiao ha rinunciato al passaporto Usa già nel 2002”.

Altri casi, più complessi, richiedono giorni o settimane, ammette la direttrice. “E non sempre è facile risalire alla fonte originaria che dà il là a tutto ciò”. Per il decimo anno consecutivo Taiwan è il posto più “attaccato” del mondo dalle fake news, racconta. “E spesso, ma non soltanto, è opera dei nostri vicini. Ci sono due prospettive da considerare quando parliamo di disinformazione che arriva da oltre lo Stretto: in alcuni casi sappiamo per certo che l’origine è lì, con post e video che iniziano a circolare su social cinesi come Weibo e poi vengono ripresi e amplificati qui. In altri casi parliamo di ‘collaborazionismo’: fake che nascono qui, dentro l’isola, grazie ad account e media vicini a Pechino”.

In questi giorni che precedono le elezioni è la disinformazione su un probabile conflitto militare quella a correre più velocemente. Con parole estrapolate fuori contesto, o inventate, per minare la fiducia della popolazione. In alcuni post si sosteneva che il governo taiwanese aveva iniziato ad arruolare cittadini, anche anziani, per prepararsi alla guerra. In altri si screditavano gli Usa: inaffidabili, hanno secondi fini, vogliono sottrarre a Taiwan le industrie chiave.

“Chi sferra questo tipo di attacchi ha fatto un lavoro molto intenso durante la campagna elettorale. A lungo andare, queste interferenze cinesi danneggiano la democrazia taiwanese”, continua Chiu. “Noi dobbiamo proteggerla: non basta avere delle elezioni per dirsi democratici”.

Nonostante Chiu si dica “molto preoccupata”, il Davide di Taiwan ha i mezzi per difendersi dal Golia cinese. Nel corso degli anni, il governo e la società civile hanno messo in piedi un vero e proprio ecosistema per proteggersi dalla disinformazione. L'isola ha rafforzato le sue difese con campagne di educazione pubblica, linee telefoniche per le segnalazioni e persino chatbot di intelligenza artificiale che segnalano le fake news. “Ora scusate, ma la riunione chiama. C’è una montagna di lavoro da fare: le bufale corrono molto più veloci di noi”.

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