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Reportage dalle isole Matsu, la “prima linea” di Taiwan che ora teme la guerra

Oggi le elezioni presidenziali all’ombra delle minacce di Pechino. “E’ un referendum sui rapporti con la Cina”
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NANGAN (ISOLE MATSU) - «Credo che la possibilità di una guerra tra le due sponde dello Stretto sia bassa. Ma se dovesse accadere qualcosa il campo di battaglia sarebbe probabilmente al di fuori dell’isola di Taiwan, sulle nostre isole più periferiche come le Matsu», racconta Hsu, 28 anni, a passeggio nel centro di Taipei, che oggi per la prima volta andrà a votare in queste elezioni che, ora più che mai, sono diventate una sorta di referendum sui rapporti tra Taiwan e Cina. Una scelta tra “guerra e pace”, per il Kuomintang all’opposizione, tra “democrazia e autoritarismo” per i democratico-progressisti al governo.

Nove passeggeri a bordo del piccolo e traballante aereo della Mandarin Airlines, 45 minuti di volo dalla capitale taiwanese ed eccoci sulla primissima linea di questo fronte in un eventuale attacco cinese: le Matsu. A Nangan, una delle 5 isole abitate - su 19 - dell’arcipelago, la gigantesca statua della dea del mare da cui prendono il nome queste terre, scruta l’orizzonte. …

NANGAN (ISOLE MATSU) - «Credo che la possibilità di una guerra tra le due sponde dello Stretto sia bassa. Ma se dovesse accadere qualcosa il campo di battaglia sarebbe probabilmente al di fuori dell’isola di Taiwan, sulle nostre isole più periferiche come le Matsu», racconta Hsu, 28 anni, a passeggio nel centro di Taipei, che oggi per la prima volta andrà a votare in queste elezioni che, ora più che mai, sono diventate una sorta di referendum sui rapporti tra Taiwan e Cina. Una scelta tra “guerra e pace”, per il Kuomintang all’opposizione, tra “democrazia e autoritarismo” per i democratico-progressisti al governo.

Nove passeggeri a bordo del piccolo e traballante aereo della Mandarin Airlines, 45 minuti di volo dalla capitale taiwanese ed eccoci sulla primissima linea di questo fronte in un eventuale attacco cinese: le Matsu. A Nangan, una delle 5 isole abitate - su 19 - dell’arcipelago, la gigantesca statua della dea del mare da cui prendono il nome queste terre, scruta l’orizzonte. Nelle giornate limpide si vede la costa del Fujian cinese. “Prepararsi per la guerra”, “Calma e resistenza”, “Unificare la Cina”, le scritte che ancora si leggono sui muri delle case, sui monumenti, sui cartelli ai lati delle strade con gli slogan di Chiang Kai-shek: memoria degli anni durante i quali era il Generalissimo nazionalista, sconfitto dai comunisti di Mao Zedong e riparato a Taiwan nel 1949, a voler riconquistare la Cina, facendo delle Matsu il primo avamposto militare contro il nemico “rosso”. «Qui le bombe dei comunisti cadevano veramente negli anni ‘50 e ‘60. I giorni dispari si sparava e quelli pari c’era il cessate il fuoco», racconta il 72enne Chen. «Abbiamo già vissuto la guerra, non la vogliamo ancora».

È dal 1949 che qui si vive con la minaccia dell’invasione e l’arcipelago, secondo gli analisti militari, sarebbe uno dei primi obiettivi per Pechino in caso di conflitto. Lo pensa anche Tse-kuang Chiang, che con altri due ragazzi ha messo in piedi l’unica associazione giovanile dell’isola, tra le stanze di una scuola elementare abbandonata, per promuovere la cultura, la storia e la lingua locali, per fare comunità con gli altri ventenni e trentenni che come loro hanno studiato a Taipei ma hanno deciso di ritornare qui a vivere. Per non far morire l’isola. «Se Pechino decidesse di fare qualcosa, saremmo i primi a essere presi e usati come merce di scambio, in modo da creare il caos, così da ridurre al minimo la necessità di usare la forza e costringere il governo taiwanese a sedersi al tavolo dei negoziati mettendolo alle strette: “volete che veniamo avanti o vi arrendete?”», racconta.

«Difendere la nostra sovranità, non rinnegando l’appartenenza alla sfera culturale cinese, ma senza finire sotto un governo autoritario», dice la proprietaria di uno dei tanti b&b nati sull’isola. Qui le somiglianze storiche, culturali, linguistiche e i rapporti familiari e lavorativi con la Cina sono strettissimi, molto più che sull’isola di Taiwan. «Ma Matsu è un luogo lacerato dall’identità», continua Tse-kuang. «Prima del 1950 non c’era un senso di confine così netto: la gente viveva in Cina e veniva a lavorare qua e viceversa. Ma per noi nati dopo il 1990, Matsu è la nostra casa e ci identifichiamo come taiwanesi. Questo ha causato un senso di divisione tra nuove e vecchie generazioni».

In questa roccaforte del Kuomintang, lo scontro generazionale si percepisce nelle parole di Sam Liu, albergatore. «Gli anziani hanno un atteggiamento direi amichevole nei confronti del continente, anche se hanno sperimentato gli attacchi. Condividiamo molte cose: non politicamente, ma tradizioni e cultura. Credo che una parte significativa della vecchia generazione veda l’unificazione, pacifica, come una cosa positiva. Non noi giovani. A dire il vero la situazione attuale non mi fa paura: quello cinese è uno show, non ancora una minaccia seria».

Non tutti sono pronti a voler combattere, se qualcosa accadrà, anzi. «Se ci sarà una guerra ho già preparato la bandiera rossa con le 5 stelle da sventolare. Quella cinese. Mi arrenderei subito», ci dice il 28enne Chen a un comizio del Kuomintang sull’isola, dove il candidato locale, “il re delle Matsu” come lo chiamano perché non perde un’elezione da decenni, rispolvera la solita retorica: «Se il Dpp vincerà, la guerra sarà inevitabile. Solo noi possiamo trasformare queste isole nella prima linea della pace». E a poche ore dal voto Pechino continua la sua opera di “corteggiamento”: rendere la provincia del Fujian (quella proprio di fronte alle Matsu) una “zona modello” per lo sviluppo integrato con Taiwan. La vulnerabilità delle Matsu è stata messa in luce a febbraio, quando i due cavi sottomarini che collegano le isole sono stati tagliati (incidente?) da navi cinesi, isolando per 50 giorni l’arcipelago dal mondo esterno. Un episodio letto dai taiwanesi come un avvertimento.

Casematte, roccaforti, la rete di tunnel più numerosa al mondo, 256: alle Matsu si respira l’eredità di una delle frontiere più calde della Guerra Fredda. Anche se i soldati se ne sono andati quasi tutti (da 50mila ai 3mila di oggi, su una popolazione di 13mila persone) e le vecchie postazioni militari da cui si sparava agli aerei cinesi sono diventate dopo il 1992 (fine della legge marziale) e dopo una prima distensione col gigante vicino, attrazioni turistiche. O librerie. Tsao I-hsiung ha ribattezzato il tunnel che scorre sotto la sua Thorn Birds, la “galleria Lev Tolstoj”. «Il tunnel rappresenta la guerra e il tè che offro mentre puoi sfogliare libri significa pace», dice seduto a una scrivania in uno dei sotterranei della fortezza-libreria che gestisce da 10 anni. Tsao ha sperimentato gli attacchi cinesi. «È responsabilità della politica impegnarsi per evitare che questo luogo diventi di nuovo un campo di battaglia. Perché in guerra non ci sono vincitori: c’è solo chi muore di più e chi muore di meno. Cina e Taiwan debbono coesistere in pace». Arroccata su uno scoglio, alla libreria di Tsao ci si arriva soltanto percorrendo centinaia di gradini a picco sul bel mare blu. L’ha chiamata così rendendo omaggio al bestseller dell’australiana Colleen McCullough, Uccelli di rovo. «Come quell’uccello leggendario che passa tutta la vita a cercare un rovo. E, mentre muore con la spina nel petto, produce il suo suono più incantevole. Io sono quell’uccello e la libreria il mio rovo. Voglio combattere qui l’ultima battaglia della mia vita: non contro la Cina, ma contro il cancro che ho scoperto di avere qualche mese fa. Un nemico ben peggiore».

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