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Israele a l’Aia, l’avvocato Menachem Rosensaft: “L’accusa di genocidio non regge. Il caso è mal costruito e il Sudafrica è in malafede”

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Professore a Cornell, sta per iniziare un corso su “Antisemitismo in tribunale e nella giurisprudenza”
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L’AIA – «Il Sudafrica ha torto: gli argomenti della sua accusa di genocidio ad Israele non reggono. Qualunque cosa Israele stia facendo e abbia fatto, non è ciò che legalmente si intende con quel termine: distruggere intenzionalmente il popolo palestinese. Non sta accadendo né in Cisgiordania né a Gaza». Menachem Rosensaft, 75 anni, celebre avvocato newyorchese, è Consigliere generale emerito del World Jewish Congress, co-fondatore della Rete internazionale dei figli dei sopravvissuti ebrei all'Olocausto e si appresta ad iniziare un corso all'Università di Cornell intitolato: "Antisemitismo in tribunale e nella giurisprudenza". Nel 1988 fu uno dei cinque ebrei americani che incontrò l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Yasser Arafat: «Fu allora che l’Olp cambiò posizione», racconta. «Passò dall’essere un’organizzazione terroristica all’accettare un processo politico di riconoscimento di Israele che portò agli accordi di Oslo. Non dimentichiamolo: Hama…

L’AIA – «Il Sudafrica ha torto: gli argomenti della sua accusa di genocidio ad Israele non reggono. Qualunque cosa Israele stia facendo e abbia fatto, non è ciò che legalmente si intende con quel termine: distruggere intenzionalmente il popolo palestinese. Non sta accadendo né in Cisgiordania né a Gaza». Menachem Rosensaft, 75 anni, celebre avvocato newyorchese, è Consigliere generale emerito del World Jewish Congress, co-fondatore della Rete internazionale dei figli dei sopravvissuti ebrei all'Olocausto e si appresta ad iniziare un corso all'Università di Cornell intitolato: "Antisemitismo in tribunale e nella giurisprudenza". Nel 1988 fu uno dei cinque ebrei americani che incontrò l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Yasser Arafat: «Fu allora che l’Olp cambiò posizione», racconta. «Passò dall’essere un’organizzazione terroristica all’accettare un processo politico di riconoscimento di Israele che portò agli accordi di Oslo. Non dimentichiamolo: Hamas nacque allora, proprio in opposizione a quel percorso».

Perché ritiene le accuse del Sudafrica infondate?
«Secondo gli articoli della Convenzione sul genocidio, obiettivo del conflitto dovrebbe essere l’intento specifico da parte di Israele di distruggere il gruppo nazionale, religioso etnico palestinese nella sua interezza o in parte. La Corte lo ha detto chiaramente nel 2007 pronunciandosi sul massacro di Srebrenica avvenuto nel 1995. Non riconobbe la Serbia responsabile di genocidio ma di non aver impedito che accadesse. La ragione di questa guerra è che Israele sta – legittimamente – cercando di rimuovere la minaccia esistente rappresentata da Hamas. Il fatto che i civili di Gaza soffrano è deplorevole e tragico. Ma non è il proposito della guerra. Ad avere un’agenda genocida sono semmai i terroristi di Hamas».

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Cosa intende?
«L’attacco del 7 ottobre è stata un’azione deliberata perpetrata da un’organizzazione terroristica che ha preso di mira civili israeliani – cioè ebrei –: donne, uomini, bambini e anziani. Li ha sottoposti a orrori e atrocità terribili, deliberate e intenzionali. Torture, stupro. Non si può ignorare. Né si può lasciare che la leadership di Hamas affermi pubblicamente che lo faranno ancora. Nelle sue argomentazioni, il Sudafrica ha citato quasi di sfuggita l’attacco: e poi lo ha dimenticato. Questa è malafede. Una delle cose che mi dà fastidio è la disonestà intellettuale derivante dall’ignorare il 7 ottobre. La guerra non sarebbe accaduta e nessun civile di Gaza sarebbe morto senza quell’attacco».


Dunque è contrario anche alle eventuali misure cautelari chieste dal Sudafrica?
«Ho l’impressione che il Sudafrica non agisca pensando ai palestinesi ma per suoi motivi di public relation. Se dovesse esserci un cessate il fuoco, non c’è dubbio, ne beneficerebbe Hamas. Tornerebbe a ricostituirsi e a spadroneggiare su Gaza. Poi per carità ci sono strade che andrebbero percorse...».


Ad esempio?
«La Corte Internazionale di Giustizia non è l’entità adatta. Ma questo non significa che non si debba trovare uno spazio adeguato alla discussione politica sul cosa fare dopo la guerra: una priorità assoluta. In tal senso sostengo moralmente e pragmaticamente la posizione del presidente Joe Biden e del Segretario di stato Antony Blinken, di andare verso la soluzione dei due Stati. Questione politica, fuori dalla giurisdizione della Cig».


Il Sudafrica ha citato le affermazioni di alcuni ministri israeliani parlando di “retorica del genocidio”...
«Personalmente ritengo una disgrazia la presenza nel governo di individui come il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir quello del Patrimonio Amichai Eliyahu da ben prima del 7 ottobre. E, voglio aggiungerlo, trovo criminale la violenza dei coloni in Cisgiordania. Ma non si possono usare le parole di questi estremisti per dire che sono le posizioni del governo e dell’esercito, invece ben distinte. Forse tardi, ma il premier Benjamin Netanyahu le ha rigettate fermamente. Non funzionano per sostenere un caso di genocidio. Sono figlio di due sopravvissuti: ad Auschwitz e a Bergen-Belsen. Dire che Gaza è un campo di concentramento a cielo aperto trivializza la sofferenza delle vittime dell’Olocausto e dei palestinesi di Gaza. È un modo facile per segnare punti retorici».


Davvero pensa che il Sudafrica sia in malafede?
«Il Sudafrica ha fatto una presentazione unilaterale dove non ha menzionato mai che Hamas usa la sua gente come scudi umani e conduce attività militari usando come base infrastrutture civili: scuole e ospedali. Se fai una presentazione così, dopo aver enfatizzato le parole dei ministri israeliani, perdi ogni tipo di valore. Manca un vero bilanciamento».


Che cosa succederà?
«Per una decisione definitiva ci vorrà tempo e mi auspico che la situazione sul terreno migliori molto prima. La Corte può fare raccomandazioni e mi aspetto che lo faranno. Se si arriverà a chiedere un cessate il fuoco vorrà però dire che si mette Hamas in posizione di ripetere un nuovo 7 ottobre, e nessun governo al mondo accetterebbe di mettere la sua gente in un pericolo del genere. Se invece ci saranno raccomandazioni sugli aiuti umanitari, ok. Ma andranno ritenute valide solo se la Corte riconoscerà – e sono certo che lo farà – l’estrema complessità della situazione. Sono lieto che fra i giudici sieda in rappresentanza di Israele anche Aharon Barak, uomo di integrità assoluta, un vero giudice, che non è pupazzo di nessuno. Sopravvissuto all’Olocausto, è forse l’unico che potrà dire “io so cosa è il genocidio e non in astratto ma perché l’ho vissuto con la mia famiglia”. La sua presenza è la mia speranza per una decisione bilanciata».

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