L’icona di Stalin con la Santa fa infuriare i georgiani: “Mosca ci vuole destabilizzare”
di Luna De BartoloTBILISI — Un devoto Iosif Stalin, in piedi, la mano infilata nel lungo, distintivo cappotto, accanto a Matrona la Cieca, la veggente morta nel 1952 e venerata come santa dal Patriarcato di Mosca. Il dittatore sovietico, che tra gli anni Venti e Trenta perseguitò con ferocia la Chiesa ortodossa, radendone al suolo i luoghi di culto e ordinando l’esecuzione di decine di migliaia di religiosi, è ora raffigurato come un credente all’interno di un’icona sacra esposta nella principale chiesa georgiana, l’imponente Cattedrale di Sameba, nel cuore di Tbilisi. In Georgia è scoppiato un putiferio e il Patriarcato è stato costretto a fare marcia indietro, decretando la necessità di modificare l’effigie. Ma al momento continua ad essere al suo posto, l’ultimo in cui ci si aspetterebbe di trovare un rivoluzionario comunista.
Una vicenda grottesca ma serissima, in cui si intersecano molte delle tensioni ch…
TBILISI — Un devoto Iosif Stalin, in piedi, la mano infilata nel lungo, distintivo cappotto, accanto a Matrona la Cieca, la veggente morta nel 1952 e venerata come santa dal Patriarcato di Mosca. Il dittatore sovietico, che tra gli anni Venti e Trenta perseguitò con ferocia la Chiesa ortodossa, radendone al suolo i luoghi di culto e ordinando l’esecuzione di decine di migliaia di religiosi, è ora raffigurato come un credente all’interno di un’icona sacra esposta nella principale chiesa georgiana, l’imponente Cattedrale di Sameba, nel cuore di Tbilisi. In Georgia è scoppiato un putiferio e il Patriarcato è stato costretto a fare marcia indietro, decretando la necessità di modificare l’effigie. Ma al momento continua ad essere al suo posto, l’ultimo in cui ci si aspetterebbe di trovare un rivoluzionario comunista.
Una vicenda grottesca ma serissima, in cui si intersecano molte delle tensioni che dilaniano il piccolo Paese del Caucaso meridionale: dagli sforzi del Cremlino per continuare a influenzare l’ex Repubblica sovietica che guarda a Occidente, al cortocircuito causato dalla profonda vicinanza tra le chiese ortodosse georgiana e russa, alla mancata elaborazione critica del passato nell’Urss e in particolare della figura di Stalin, compatriota odiato o ammirato, più spesso ricordato con affettuosa indulgenza.
Tensioni culminate mercoledì scorso, dopo giorni di violento dibattito, in una spedizione organizzata dall’estrema destra di Alt-Info, a cui hanno partecipato anche membri del clero ortodosso in abito talare, di fronte all’abitazione dell’attivista Nata Peradze, che la sera prima aveva imbrattato la scandalosa icona in segno di protesta. Solo l’intervento della polizia, accorsa con 300-400 unità, ha impedito che una marea nera di uomini facesse irruzione in casa della donna. «Diversi membri della mia famiglia sono stati giustiziati o mandati in Siberia da Stalin, penso di non dover spiegare perché trovo ripugnante la presenza di quell’individuo in una chiesa», racconta giovedì a Repubblica Peradze mentre attende di essere evacuata in un luogo protetto. Secondo l’attivista, la vicenda dell’icona è una provocazione intenzionale e non ha dubbi sul mandante: «C’è la firma di Mosca».
Peradze non è la sola a credere che l’effigie sia l’ennesimo ordigno lanciato dalla Russia per destabilizzare il Paese, che il mese scorso ha ottenuto l’agognato status di candidato all’Ue. Diversi esponenti della società civile si sono espressi in tal senso. L’icona è stata donata alla cattedrale dall’Alleanza dei Patrioti, partito conservatore che più inchieste accusano di essere finanziato dal Cremlino. Inoltre, la Chiesa ortodossa georgiana, acefala ma pesantemente influenzata dal Patriarcato di Mosca, è il mezzo con cui la Russia può veicolare la sua propaganda. Il clero georgiano è il megafono in patria di ogni narrazione antioccidentale plasmata a Mosca, predica intolleranza verso le comunità Lgbtq, si reputa parte di uno scontro tra civiltà. E se la maggioranza dei georgiani ha un attacco di bile al solo sentir nominare la Russia, ha grande rispetto per l’istituzione della Chiesa, è religiosa e conservatrice. Ecco il grimaldello in mano al Cremlino: una preziosa risorsa autoctona.
E poi c’è Stalin. Il dittatore era georgiano, e malgrado il rifiuto dell’esperienza sovietica il sentimento popolare nei suoi confronti, soprattutto tra i meno giovani, resta ambiguo. Se in Russia la sua riabilitazione è legata all’evoluzione del regime di Putin, in Georgia l’attaccamento alla sua figura è imbevuto di orgoglio patriottico. L’icona che lo vede protagonista raffigura scene della vita della mistica Matrona Moskovskaja. Cieca dalla nascita, era ritenuta avere il dono della chiaroveggenza. Secondo una fonte, dopo l’invasione nazista Stalin fece visita alla futura santa, la quale predisse la vittoria sovietica a patto che il leader non avesse lasciato la capitale. Circostanza bollata come fandonia dallo stesso Patriarcato russo, ma che ha contribuito ad assecondare il mito popolare dello “Stalin cristiano”, le cui radici risiedono nel passato da seminarista dell’uomo di Stato sovietico e nell’allentamento della stretta sugli ortodossi a cavallo della guerra.
La prima icona raffigurante il fantasioso incontro tra Stalin e Matrona appare nel 2008 a San Pietroburgo. Anche allora lo scandalo fu tale che dovette essere rimossa. Oggi la ritroviamo a Tbilisi. Che si tratti o meno di un regalo avvelenato del Cremlino, certo è che la Chiesa georgiana si conferma la più potente forza reazionaria nel piccolo Paese postsovietico che sogna l’Europa.