Biden-Netanyahu, dialogo dopo un mese. Tajani: i nostri soldati a Gaza se ci sarà l’Onu
di Daniele RaineriIl ministro del gabinetto di guerra israeliano Gadi Eisenkot ha fatto un’intervista in tv molto dura sulla situazione della guerra a Gaza, ed è una spallata politica poderosa da dentro al governo per far cadere il primo ministro Netanyahu nel corso dell’invasione – e non al termine, come in molti si aspettavano – e andare a elezioni. Il centrista Eisenkot, soldato da una vita ed ex capo di Stato maggiore, ha perso il figlio Gal Meir di 25 anni e il nipote Maor Cohen nel giro di due giorni a dicembre – entrambi soldati, entrambi uccisi da Hamas – e ora davanti agli occhi della nazione ha una statura morale che gli permette di parlare in modo chiaro. «È impossibile far tornare vivi gli ostaggi senza un accordo e chiunque dice altrimenti sta ingannando il pubblico, ci vuole una pausa lunga», ha detto nell’intervista pre-registrata da qualche giorno e in contraddizione con la linea del primo ministro e del ministro della Difesa, Yoav Gallant. I due sostengono da settimane che l’operazione…
Il ministro del gabinetto di guerra israeliano Gadi Eisenkot ha fatto un’intervista in tv molto dura sulla situazione della guerra a Gaza, ed è una spallata politica poderosa da dentro al governo per far cadere il primo ministro Netanyahu nel corso dell’invasione – e non al termine, come in molti si aspettavano – e andare a elezioni. Il centrista Eisenkot, soldato da una vita ed ex capo di Stato maggiore, ha perso il figlio Gal Meir di 25 anni e il nipote Maor Cohen nel giro di due giorni a dicembre – entrambi soldati, entrambi uccisi da Hamas – e ora davanti agli occhi della nazione ha una statura morale che gli permette di parlare in modo chiaro. «È impossibile far tornare vivi gli ostaggi senza un accordo e chiunque dice altrimenti sta ingannando il pubblico, ci vuole una pausa lunga», ha detto nell’intervista pre-registrata da qualche giorno e in contraddizione con la linea del primo ministro e del ministro della Difesa, Yoav Gallant. I due sostengono da settimane che l’operazione militare dentro Gaza porterà alla liberazione dei rapiti, ma la questione è un problema politico sempre più sentito.
Una parte dell’opinione pubblica israeliana chiede un accordo con Hamas per liberare gli ostaggi anche se questo volesse dire una sospensione della guerra e ieri c’è stata una manifestazione di protesta che ha bloccato per alcune ore l’autostrada di Tel Aviv. Poi un gruppo di manifestanti, che include anche familiari degli ostaggi, ha cominciato un sit in davanti alla casa di Netanyahu. Dalla fine della tregua di una settimana, il primo giorno di dicembre, nessun israeliano nelle mani di Hamas è stato recuperato vivo. In questo clima, Eisenkot si è presentato alle telecamere con un velo di barba da uomo in lutto a parlare così: «Quelli che discutono operazioni in stile Entebbe (dove nel 1976 le forze speciali israeliane liberarono cento ostaggi) dovrebbero riprendere i sensi. Non succederà». Poi ha detto che sono necessarie «elezioni nel giro di qualche mese, perché bisogna riconquistare la fiducia degli israeliani, che ora non c’è». Gadi Eisenkot (Reuters)
Dopo quasi un mese di silenzio, ieri il presidente americano Joe Biden e Netanyahu si sono sentiti di nuovo al telefono. Secondo il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale John Kirby, hanno discusso della responsabilità di Israele per la riduzione dei danni contro i civili a Gaza – dove il bilancio dei morti è arrivato a più di ventiquattromila, secondo la Sanità palestinese – e del piano per arrivare alla pace e della soluzione a due Stati, che tuttavia in questi giorni sia Hamas sia Netanyahu hanno dichiarato di non prendere in considerazione. A Mosca un emissario di Hamas, Moussa Abu Marzouk, ha incontrato un diplomatico russo veterano del mondo arabo, Mikhail Bogdanov, per parlare di una possibile soluzione. La Russia chiede a Hamas il rilascio degli ostaggi.
Sempre a proposito delle prospettive per il dopoguerra, quando ci sarà, Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha detto che l’Italia è pronta a mandare un contingente di peacekeeper a Gaza, lasciando intendere che non si tratta di un invio immediato ma passerà del tempo. Fonti diplomatiche confermano a Repubblica che la disponibilità italiana è stata data nel corso di un dialogo a cinque con Stati Uniti, Israele, Egitto e Giordania. L’Italia è già impegnata dal 2006 nel sud del Libano con la missione Unifil.
Ma il centro delle attenzioni ora è quel che succede in Israele. Da tempo Eisenkot e Benny Gantz, il suo leader di partito favorito nei sondaggi, non partecipano più ai briefing pubblici del gabinetto di guerra, che è formato da quattro ministri più Netanyahu. Anche il ministro Gallant, che rappresenta la Difesa e ne fa parte, è ai minimi termini con il primo ministro, che due giorni fa ha ribadito che «la guerra continua a tutta forza» e andrà avanti fino alla «vittoria totale su Hamas». Nell’intervista c’è anche un altro punto che spicca: quando Eisenkot rivela che nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre convinse Netanyahu a non attaccare il gruppo Hezbollah in Libano, perché questo avrebbe realizzato la visione strategica di Yahya Sinwar, il capo di Hamas che ha pianificato e ordinato il massacro nelle città e nei kibbutz. Sarebbe stato un doppio fronte per l’esercito israeliano: la Striscia di Gaza a sud e il confine libanese a nord.