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Gaza, Msf: “Gli aiuti non bastano più, negli ospedali allo stremo muoiono le speranze dei palestinesi”

Intervista a Enrico Vallaperta, referente dell’ong nella Striscia
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Dopo un mese trascorso all’interno della Striscia, Enrico Vallaperta dice che quel che più manca è lo spazio. E il legno. «Non ce n’è abbastanza per tutti», racconta a Repubblica l’infermiere veronese, 50 anni, referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza. Il 18 dicembre è entrato dal valico di Rafah, ha vissuto per più di tre settimane in due stanze dell’ospedale Al-Aqsa (a Deir el-Balah, centro della Striscia), insieme ad altri 20 sanitari, lavorando in media 18 ore al giorno. Una decina di giorni fa il team di Msf è stato evacuato, dopo che un proiettile di mitragliatrice ha colpito i locali della terapia intensiva. Non che Vallaperta, specializzato in pronto soccorso, non sia abituato alle asperità: vent’anni al 118 in Veneto, dopo la pandemia si è licenziato ed è andato per Msf in Ucraina. «Le situazioni di emergenza che avevo vissuto prima potevano durare 6, 12, 24 ore. A Gaza, invece, l’emergenza è continua». Due sere fa è uscito dalla Striscia.

In che senso non c’è sp…

Dopo un mese trascorso all’interno della Striscia, Enrico Vallaperta dice che quel che più manca è lo spazio. E il legno. «Non ce n’è abbastanza per tutti», racconta a Repubblica l’infermiere veronese, 50 anni, referente medico di Medici Senza Frontiere a Gaza. Il 18 dicembre è entrato dal valico di Rafah, ha vissuto per più di tre settimane in due stanze dell’ospedale Al-Aqsa (a Deir el-Balah, centro della Striscia), insieme ad altri 20 sanitari, lavorando in media 18 ore al giorno. Una decina di giorni fa il team di Msf è stato evacuato, dopo che un proiettile di mitragliatrice ha colpito i locali della terapia intensiva. Non che Vallaperta, specializzato in pronto soccorso, non sia abituato alle asperità: vent’anni al 118 in Veneto, dopo la pandemia si è licenziato ed è andato per Msf in Ucraina. «Le situazioni di emergenza che avevo vissuto prima potevano durare 6, 12, 24 ore. A Gaza, invece, l’emergenza è continua». Due sere fa è uscito dalla Striscia.

In che senso non c’è spazio per tutti?

«All’Al-Aqsa capita che le operazioni chirurgiche vengano ritardate perché c’è da trovare un letto dove mettere i feriti dopo l’intervento. Sulla carta ha 240 posti, nella realtà avevamo quasi 700 pazienti. Abbiamo sistemato talmente tanti letti nei corridoi che si è formato un altro pavimento, sopraelevato. E ce li siamo fabbricati da soli».

(afp)

Cioè?

«Abbiamo chiamato un carpentiere locale per costruire letti e stampelle. A un certo punto è finito il legno. Non sapevamo più dove mettere i feriti, che, per quanto ho visto io, erano tutti civili con traumi tipici da bombardamento. Oltretutto, senza stampelle e senza sedie a rotelle, non si riesce a spostare gli amputati».

Il momento più complicato?

«Quando arrivano i bambini feriti e soli. Di 4 o 5 anni, terrorizzati dal dolore e spaventati dal vedere solo sconosciuti, poiché le famiglie sono rimaste sotto le macerie. Stava a me rassicurarli, provare a far dimenticare per un attimo l’orrore da cui erano appena scampati».


E come si fa a confortare un bambino in quelle condizioni?

«Io non parlo neanche l’arabo. Mi sono arrangiato. Gonfiavo un guanto di lattice, disegnavo una faccia sul pollice e scherzavo con il pupazzetto. Se ero fortunato, riuscivo a regalare un sorriso di trenta secondi. Ma è un sorriso che fa piacere a noi adulti, ciò che serve ai bimbi rimasti orfani, o separati dai genitori, è il sostegno psicologico continuato».

Cento giorni di dolore

Si è affezionato a qualcuno?

«C’era Osama, sei anni, figlio di un autista di Msf. Un mese fa il tetto della casa gli è crollato addosso, mentre dormiva nella sua cameretta. Si è risvegliato dopo diversi giorni in ospedale, aveva gravi danni cerebrali. Ora riesce con fatica a camminare ma non muove più un braccio e non riesce a parlare. Sorride con gli occhi. Ogni volta che lo vedevo tentare di farsi capire dagli altri attraverso quei suoi sorrisi meravigliosi, mi si spaccava il cuore».

(afp)

L’Al-Aqsa è stato bombardato?

«No. Però attorno ci sono i cecchini e a 150 metri di distanza piovono droni esplosivi, era pericoloso rimanere lì. L’Idf ha emesso l’ordine di sgombero per i palazzi a distanza di 200 metri. La maggior parte dei pazienti è rimasta, non è in grado di muoversi».

E voi del team Msf dove vi siete spostati?

«A Rafah. Città di 200 mila abitanti dove ora sono stipati 2 milioni di sfollati. Anche per questo dico che non c’è più spazio. Si vedono scene di caos e disorganizzazione. La gente sopravvive bruciando bancali per strada per riscaldarsi, la temperatura di notte scende anche di dieci gradi. Chi può si protegge dal freddo e dalla pioggia sotto tende di plastica che non bastano per tutti. Il cibo e l’acqua scarseggiano, i pochi ospedali ancora aperti sono sovraffollati e i camion di aiuti non sono sufficienti, ne dovrebbero far entrare molti di più».

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