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Africa, Emirati, Svizzera: il triangolo dell’oro russo si fa beffe delle sanzioni

(reuters)

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Estratte nei Paesi controllati dalla Wagner, le pepite vengono raffinate a Dubai e reinserite nei mercati internazionali dai laboratori elvetici
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Follow the gold. C’è una pista scintillante seguita dalle intelligence occidentali per intercettare le risorse che finanziano la macchina militare russa. Una traccia molto difficile da decifrare, ma che aiuta a comprendere alcune manovre geopolitiche dell’ultima stagione: la rotta del contrabbando d’oro. Minerali preziosi esportati da Mosca per sostenere l’economia ed altri procacciati nell’espansione in terra d’Africa, e mille trucchi per ripulire i lingotti insanguinati della Wagner e renderli presentabili nei mercati europei.

L’oro africano

C’è una stima della Fondazione 21 Democracy che aiuta a comprendere il saccheggio: dal giorno dell’invasione dell’Ucraina, grazie all’oro africano il Cremlino è riuscito a incassare due miliardi e mezzo di dollari. Un bottino rastrellato in soli tre Paesi poverissimi – Mali, Repubblica Centrafricana e Sudan – cambiando metodi d’azione per sfuggire alle sanzioni. Se un tempo Evgenij Prigozhin si faceva retribuire dai regimi con concessioni p…

Follow the gold. C’è una pista scintillante seguita dalle intelligence occidentali per intercettare le risorse che finanziano la macchina militare russa. Una traccia molto difficile da decifrare, ma che aiuta a comprendere alcune manovre geopolitiche dell’ultima stagione: la rotta del contrabbando d’oro. Minerali preziosi esportati da Mosca per sostenere l’economia ed altri procacciati nell’espansione in terra d’Africa, e mille trucchi per ripulire i lingotti insanguinati della Wagner e renderli presentabili nei mercati europei.

L’oro africano

C’è una stima della Fondazione 21 Democracy che aiuta a comprendere il saccheggio: dal giorno dell’invasione dell’Ucraina, grazie all’oro africano il Cremlino è riuscito a incassare due miliardi e mezzo di dollari. Un bottino rastrellato in soli tre Paesi poverissimi – Mali, Repubblica Centrafricana e Sudan – cambiando metodi d’azione per sfuggire alle sanzioni. Se un tempo Evgenij Prigozhin si faceva retribuire dai regimi con concessioni per gestire le miniere, adesso i suoi eredi puntano sul controllo dei centri di raffinazione o sul pagamento cash delle giunte golpiste sempre più numerose. È il caso del Mali, dove nell’ultimo decennio l’estrazione è raddoppiata, arrivando a 101 tonnellate l’anno: l’unica entrata dei militari al potere, investita per ottenere armi e guerrieri russi. L’affare lì è in mano a multinazionali, spesso con finanziatori di Wall Street: versano le royalties ai colonnelli di Bamako, che a loro volta danno circa undici milioni al mese ai soldati privati di Mosca più altri fondi per comprare jet ed elicotteri. Nessuna delle compagnie straniere si sente responsabile. In più alcune hanno fatto accordi per concedere la raffinazione a società emiratine che, guarda caso, prima del 2022 avevano titolari russi.

La raffinazione negli Emirati

La raffinazione e Dubai sono i due pilastri del contrabbando. In Sudan i mercenari di Putin dominano la principale azienda che fonde pepite e pagliuzze trovate negli scavi artigianali, realizzati senza rispetto per gli operai e per l’ambiente: la fucina dei guadagni locali della Wagner è stato l’impianto di Meroe Gold – ora passata ad Al Sawlay – di al-Ibaidiya. La faida tra golpisti esplosa la scorsa primavera, con Mosca schierata al fianco delle milizie Rsf di Hemmeti contro l’esercito nazionale, ha messo a rischio il business. Molte miniere hanno sospeso la produzione. Ma, dopo una serie di raid contro i miliziani di Hemmeti e contro i russi, secondo fonti di intelligence si sta raggiungendo un’intesa per non compromettere l’affare di al-Ibaidiya: i lingotti prenderebbero comunque la rotta del Golfo, garantendo profitti a entrambi i contendenti.

Gli Emirati sono diventati il grande hub del Cremlino. Nel 2022 le importazioni documentate hanno superato le 75 tonnellate per un valore di oltre 4,5 miliardi di dollari ma le statistiche diffuse dal Comtrade dell’Onu sostengono siano state pari a 96 tonnellate: l’anno prima erano ferme a 1,3 tonnellate. Nello stesso periodo, Mosca ne ha ufficialmente esportate venti tonnellate in Turchia e altrettante in Cina: ha completamente sostituito le porte chiuse dai mercati occidentali. Soltanto queste vendite straordinarie hanno coperto più di un terzo del costo sostenuto dalla Russia nel primo anno di guerra. E Ankara all’improvviso è diventato il secondo esportatore mondiale. «Le sanzioni attuali non sono sufficienti – spiega Justyna Gudzowska del Rusi, il think tank della Difesa britannica – e credo che non siano state ben coordinate tra gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Unione Europea: sarebbe importante venissero emesse dal G7 contemporaneamente, in modo che non ci possa essere alcun arbitrato giurisdizionale da parte di una singola nazione».

L’arrivo in Svizzera

La raffinazione, soprattutto negli Eau, è la lavanderia che permette all’oro russo, estratto in madrepatria o in Africa, di approdare comunque sulle piazze europee o britanniche. Spesso con un doppio passaggio, viene mondato da qualsiasi ombra e arriva nelle gioiellerie o nei caveau con certificazioni limpide. E uno dei terminali più importanti continua a essere la Svizzera, che ha messo al bando l’import da Mosca ma si rifornisce dagli Emirati. «Va incrementata l’attività di advisory – sottolinea l’analista del Rusi - per mettere in guardia le istituzioni private, come banche o grandi aziende, sul pericolo che esiste anche nelle forniture provenienti da Paesi di transito come Emirati e Turchia».

L’Africa di Putin

C’è un’altra faccia della medaglia. I cacciatori d’oro russi stanno destabilizzando il Sahel e tutta la fascia centrale del Continente, alimentando putsch militari e bande di trafficanti. Come in Niger: le 34 tonnellate estratte costituiscono l’unico assegno con cui i generali che hanno deposto il governo democratico la scorsa estate hanno appena comprato il sostegno bellico di Mosca. Ma la situazione più grave è nella Repubblica Centroafricana dove la brigata di Prigozhin ha imposto con i kalashnikov le concessioni della Midas e di altre società di copertura, che cambiano nomi e amministratori in continuazione. Lo scorso settembre i minatori della regione di Vakaga si sono ribellati al monopolio russo: la repressione armata delle truppe di Bangui e dei loro consiglieri moscoviti ha causato decine di morti. È stato il primo di una serie di rastrellamenti portati avanti in diverse zone del Paese per respingere guerriglieri e milizie tribali dalle miniere.

Nel 2023 l’intelligence occidentale ha monitorato una serie di voli misteriosi con piccoli bimotori, traendone la convinzione che la compagnia russa stia commerciando le pepite raccolte dagli scavatori clandestini pure nei Paesi confinanti con la Repubblica Centroafricana: un’attività tutta cash, impossibile da tracciare. Sono agenti che si muovono soprattutto nei territori fuori controllo della Repubblica democratica del Congo, in Uganda, in Ciad e persino in Rwanda, inserendosi nelle piazze di scambio e potenziando il traffico che finanzia bande spietate: un effetto a catena che moltiplica lo sfruttamento. Piccoli rivoli e grandi flussi, che arricchiscono l’Eldorado di Putin seminando violenza dalle pianure ucraine alle foreste equatoriali. «Tutti lo sanno – conclude Justyna Gudzowska del Rusi – ma gli Stati Uniti e l’intera comunità internazionale si sono svegliati tardi: per troppo tempo non hanno prestato attenzione a quello che accadeva in Africa».

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