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“L’opzione Trump”: dalla guerra in Ucraina alle scelte sul clima, i leader globali (Putin in testa) bloccano ogni decisione in attesa del possibile ritorno del tycoon

(reuters)
La consapevolezza che l’ex presidente possa tornare alla Casa Bianca al posto di Biden spinge i capi di Stato e di governo del mondo intero a congelare le loro scelte politiche internazionali. Per primo Putin sulla guerra in Ucraina. Ma ci sono anche dazi, commercio ed emissioni
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La possibilità di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sta spingendo i leader del mondo verso una posizione di “immobilismo”: che consiste nel ritardare il più possibile scelte cruciali. Posizioni forti o eventuali accordi da negoziare con Washington rimandati, fino a novembre 2024: quando l’America avrà scelto il suo nuovo presidente. Un atteggiamento che gli analisti definiscono “Trump Put”, riferimento alla commerciale “Put Option” applicata a certi contratti, che danno all'acquirente il diritto, ma non l'obbligo, di vendere un asset a un prezzo specifico prima di una certa data di scadenza. Altri, al contrario, si stanno già preparando al peggio: studiando fin da ora scenari per non essere colti impreparati da un eventuale ritorno del tycoon.


Pur senza essersi ancora assicurato la nomination del suo partito, Trump, sta insomma già influenzando gli scenari geopolitici globali. È l’incipit dell’analisi fatta su Foreign Affairs – autorevole rivista del Council on Foreign Rel…

La possibilità di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, sta spingendo i leader del mondo verso una posizione di “immobilismo”: che consiste nel ritardare il più possibile scelte cruciali. Posizioni forti o eventuali accordi da negoziare con Washington rimandati, fino a novembre 2024: quando l’America avrà scelto il suo nuovo presidente. Un atteggiamento che gli analisti definiscono “Trump Put”, riferimento alla commerciale “Put Option” applicata a certi contratti, che danno all'acquirente il diritto, ma non l'obbligo, di vendere un asset a un prezzo specifico prima di una certa data di scadenza. Altri, al contrario, si stanno già preparando al peggio: studiando fin da ora scenari per non essere colti impreparati da un eventuale ritorno del tycoon.


Pur senza essersi ancora assicurato la nomination del suo partito, Trump, sta insomma già influenzando gli scenari geopolitici globali. È l’incipit dell’analisi fatta su Foreign Affairs – autorevole rivista del Council on Foreign Relations – dal politologo Graham Allison, 83 anni, fra le menti più lucide del panorama americano nonché autore del noto bestseller “Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?”. Dove, ispirandosi al giudizio dello celebre storico greco sulle guerre del Peloponneso - “Quello che rese inevitabile il conflitto fu la crescita del potere di Atene, e la paura che questo creò a Sparta» - già nel 2017 sostenne che una nuova forma di scontro fra superpotenze era inevitabile.

(afp)

Ebbene, nonostante Trump abbia per ora vinto solo i caucus in Iowa, le sue posizioni estreme sono tali da avere già un importante impatto psicologico sul mondo. Il caso più evidente, nota lo studioso, è quello del presidente russo Vladimir Putin: la recente situazione di stallo sul terreno aveva fatto aumentare le speculazioni sulla sua disponibilità a porre fine alla guerra in Ucraina. La possibilità di un ritorno di Trump, con le sue posizioni fortemente anti-Nato (solo per dirne una) farà sì che la guerra infurierà ancora almeno fino alla fine dell’anno. Putin sa bene che The Donald ha promesso di porre fine alla guerra ucraina “in un giorno” e (parole anche queste del candidato alla presidenza Usa) “per farlo dirò a Zelensky che non avrà più aiuti: deve fare un accordo”. E che dunque l’attesa potrebbe fargli ottenere condizioni, più vantaggiose i qualsiasi cosa oggi possa ottenere dalla Casa Bianca di Joe Biden.


Manco a dirlo, le speranze di Putin sono oggi i timori degli alleati dell’Ucraina in Europa, che cominciano ad avere paura di essere lasciati soli.E infatti è un tema molto dibattuto a Davos in queste ore. Anche perché negli ultimi anni la guerra ha risvegliato un rinnovato sostegno verso l’alleanza con la Nato, e fiducia nell’impegno americano a difendere i suoi membri da qualunque attacco. Un secondo mandato di Trump, è evidente a molti, significherebbe un’Europa meno sicura. La posizione di Trump rispetto alla Nato è stata d’altronde ben riassunta dal suo ex consigliere alla Sicurezza Nazionale John Bolton nel sue memoir “The Room Where It Happened”: ricordando l’incontro di alto livello del 2019 dove The Donald lo disse chiaro, “non me ne frega niente della Nato”. Un concetto che oggi ribadisce pure dal sito della sua campagna, trasformato in promessa elettorale: “Rivaluteremo radicalmente lo scopo e la missione dell’Alleanza Atlantica”.

(reuters)


L’ombra lunga di Trump, la “Trump Put” di cui sopra, si è d’altronde già fatta sentire anche al più recente vertice sui cambiamenti climatici Cop28, conclusosi poche settimane fa a Dubai. Dove i firmatari, ricorda ancora il professor Allison, hanno di fatto aumentato e non ridotto l’uso dei combustibili fossili anche pensando a un eventuale cambio della leadership a Washington e al ritorno del presidente che fra le sue prime mosse volle uscire dal protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici. La situazione è disperata e l’aumento delle temperature è già qui: eppure i tentativi di convincere i governi a intraprendere azioni costose e irreversibili sembrano al momento essere vane. Perché i leader sanno che se dovesse tornare Trump quel tipo di azioni non saranno necessarie.


Sconvolgimenti riguarderanno anche il commercio globale. Un secondo mandato di Trump significherà infatti un nuovo ordine (o disordine) anche in tal senso. Nel 2017 si ritirò dal Tpp, l’accordo di partenariato transpacifico, nel suo primo giorno in carica. Le settimane che seguirono segnarono la fine delle discussioni per creare un equivalente europeo, così come uno stop ad altri accordi di libero scambio. Trump impose poi dazi del 25 per cento su 300 miliardi di dollari di importazioni cinesi (che Biden ha in gran parte mantenuto in vigore). Ebbene, sempre secondo il politologo di Harvard, in futuro potrebbe essere ancora più audace. Trump, in questi giorni si autodefinisce già “Tariff Man”, l’uomo dei dazi. Promettendo di imporre una tassa universale del 10 per cento sulle importazioni da tutti i paesi e di allinearsi a chi impone tasse elevate sui beni americani, promettendo “occhio per occhio, dazio per dazio”. Il patto di cooperazione con i paesi dell’Asia-Pacifico negoziato dall’amministrazione Biden morirà insomma entro un’ora. Una nuova aggressiva sfida con la Cina è dunque già all’Orizzonte e il Dragone, divono gli analisti, si sta già preparando.

Non basta: la liberalizzazione del commercio è stata un pilastro di un più ampio processo di globalizzazione che ha portato anche alla libera circolazione delle persone in tutto il mondo. Ebbene, Trump ha annunciato come primo atto del primo giorno della sua prossima amministrazione, una nuova “chiusura del confine”. E anche “il raduno di milioni di stranieri illegali attualmente negli Stati Uniti” per quella che già lui descrive come “la più grande operazione di deportazione della storia americana”. Una prospettiva che ha messo già in allerta gli attivisti dei diritti civili.


Per ora, certo, si tratta di promesse elettorali: aspirazioni per qualcuno, incubi per altri. Ma certo il tycoon potrebbe trasformarle in realtà in pochi giorni. E proprio la consapevolezza della distanza abissale fra il democratico in carica e il repubblicano che spinge alle porte, sta rendendo particolarmente arduo il lavoro dell’amministrazione Biden. Dall’Ucraina al Medio Oriente, le controparti infatti valutano solo come relative le attuali promesse o minacce di Washington. “Quest’anno” conclude dunque Allison, “rischia di essere un anno pericoloso poiché tutti i paesi del mondo guardano alla politica americana con incredulità, orrore o speranza. Sanno che il prossimo presidente degli Stati Uniti, sarà il leader più influente del mondo”.


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