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Yemen, nuovi raid di Usa e Regno Unito contro gli Houti

(afp)
Missili tomahawk e cacciabombardieri hanno colpito simultaneamente in otto diverse località del Paese. Lo scopo è smantellare la rete dei miliziani che sta paralizzando il traffico navale nel Mar Rosso
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Un nuovo massiccio attacco contro gli Houti è stato scatenato ieri subito dopo il tramonto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Missili tomahawk e cacciabombardieri hanno colpito simultaneamente in otto diverse località dello Yemen, cercando di smantellare la rete che permette ai miliziani fondamentalisti di proseguire gli assalti che hanno paralizzato il traffico navale nel Mar Rosso, aprendo una crisi nel commercio mondiale.

L’operazione sembra basata sull’intelligence raccolta nell’ultima settimana, sorvegliando i movimenti dei guerriglieri per rifornire le postazioni di lancio dei missili antinave e le comunicazioni radio tra i loro comandi. Quattro velivoli Eurofighter della Royal Air Force hanno colpito con bombe a guida laser Paveway IV due magazzini sotterranei nei dintorni dell’aeroporto di Sanaa: le esplosioni che hanno squarciato la notte fanno pensare che ospitassero riserve di ordigni.

I jet britannici sono decollati da Cipro con l’assistenza di due cisterne vola…

Un nuovo massiccio attacco contro gli Houti è stato scatenato ieri subito dopo il tramonto dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Missili tomahawk e cacciabombardieri hanno colpito simultaneamente in otto diverse località dello Yemen, cercando di smantellare la rete che permette ai miliziani fondamentalisti di proseguire gli assalti che hanno paralizzato il traffico navale nel Mar Rosso, aprendo una crisi nel commercio mondiale.

L’operazione sembra basata sull’intelligence raccolta nell’ultima settimana, sorvegliando i movimenti dei guerriglieri per rifornire le postazioni di lancio dei missili antinave e le comunicazioni radio tra i loro comandi. Quattro velivoli Eurofighter della Royal Air Force hanno colpito con bombe a guida laser Paveway IV due magazzini sotterranei nei dintorni dell’aeroporto di Sanaa: le esplosioni che hanno squarciato la notte fanno pensare che ospitassero riserve di ordigni.

I jet britannici sono decollati da Cipro con l’assistenza di due cisterne volanti. L’Us Navy invece ha utilizzato i cruise di alcuni incrociatori e del sottomarino nucleare Florida, un battello speciale dotato di oltre cento Tomahawk protagonista del primo grande raid avvenuto il 12 gennaio, e gli F-18 Hornet della portaerei Enterprise. Tra gli obiettivi ci sarebbero antenne radar e centrali di comunicazioni, oltre che rampe di lancio mobili per missili balistici.

Poco prima del blitz il premier britannico Rishi Sunak ha avuto un lungo colloquio telefonico il presidente Joe Biden, in cui hanno deciso di intraprendere “come è necessario, azioni militari mirate a indebolire le capacità degli Houti”.

Il comunicato che annuncia l’operazione Poseidon Archer è stato però sottoscritto anche da altre quattro nazioni: Australia, Bahrain, Canada e Olanda, unico Paese della Ue. “Il nostro scopo – recita il documento - resta quello di diminuire la tensione e ripristinare la stabilità nel Mar Rosso, ma ripetiamo il nostro avvertimento alla leadership degli Houti: non esiteremo nel difendere le vite e la libertà di commercio in una delle rotte navali più critiche davanti a minacce ininterrotte”.

Il bilancio delle missioni condotte finora dagli anglo-americani è pesante. Il 12 gennaio cento missili cruise e venti cacciabombardieri, tra F-18 Hornet americani e Eurofighter Typhoon britannici, hanno attaccato 60 obiettivi in 28 località. Poi i jet dell’Us Navy sono tornati in azione altre sei volte, distruggendo missili e droni che stavano per venire lanciati o postazioni radar. In pratica, le squadriglie sono intervenute quando la ricognizione individuava l’accensione dei sistemi di guida o le attività per mettere in posizione gli ordigni antinave. Infine il bombardamento di ieri sera.

Secondo fonti degli Houti, l’ultimo è stato il raid più violento nell’area della capitale Sanaa, con esplosioni segnalate in quattro zone diverse. Hizam Al-Assad, membro del direttivo politico, ha minimizzato parlando a una tv qatariota: “Erano solo piazzole o caserme dismesse”. E ha ribadito la linea di scontro ad oltranza: “Continueremo ad attaccare le navi israeliane”.

Nonostante i raid, nei giorni scorsi i miliziani non hanno fermato le aggressioni. Ieri uno dei leader ha detto che era stato bersagliato un cargo – l’Ocean Jazz – noleggiato in passato dal Pentagono per il trasporto di mezzi militari: una notizia che non ha trovato conferme. E ha lanciato un monito: “Siamo pronti a usare armi a lungo raggio contro Israele e i suoi alleati”. A novembre ci sono stati diversi tentativi di raggiungere la città di Eilat, l’unico porto israeliano sul Mar Rosso con missili e droni, tutti intercettati dalle difese aeree. Il timore è che gli Houti possano dirigere i loro ordigni contro le installazioni statunitensi di Gibuti o del Bahrain, sede della V Flotta americana.

Proprio ieri il comandante della V Flotta, il contrammiraglio Cooper, ha accusato l’Iran: “è direttamente coinvolto nelle aggressioni dei miliziani: li sostiene, li finanzia, li equipaggia e li addestra”. E ha detto che l’effetto delle azioni degli Houti sul commercio mondiale è peggiore di quello causato dalla “guerra delle petroliere” con l’Iran negli anni Ottanta.

Nel 1988 il confronto nello stretto di Hormuz provocò uno scontro diretto tra Washington e Teheran: ci fu un giorno di battaglia, concluso con l’affondamento di cinque navi militari iraniane e l’assalto dei Marines a due piattaforme trasformate in fortini dai Guardiani della Rivoluzione. Va ricordato che due mesi dopo un incrociatore americano distrusse per errore un volo di linea iraniano, uccidendo 290 civili.

Oggi le incursioni yemenite stanno bloccando la rotta che unisce Asia e Occidente attraverso il canale di Suez: centinaia di mercantili e petroliere evitano il Mar Rosso per fare il periplo dell’Africa, allungando il viaggio di almeno dieci giorni e mettendo in crisi la catena logistica di molte aziende europee. La questione comincia anche ad avere rilievo nella campagna elettorale statunitense, tenendo sotto pressione Biden. Il Pentagono sembra intenzionato a proseguire i raid, sperando così di smantellare la rete di avvistamento e lancio dei missili yemeniti. Come ha detto il ministro della Difesa britannico Grant Shapps: “Questa azione darà un’altra mazzata ai loro limitati arsenali e alla capacità di minacciare il commercio mondiale”.

Molti analisti ritengono che le scorte di ordigni accumulate dagli Houti non siano limitate: ne avrebbero centinaia, oltre a un’enorme quantità di mine subacquee che possono sbarrare lo stretto di Bab el-Mandeb. Inoltre durante il lungo conflitto civile i miliziani siano riusciti a mantenere attive le loro batterie sotto i bombardamenti condotti da sauditi ed emiratini. I due Paesi arabi sono i più preoccupati per una possibile escalation, anche se ieri uno dei leader del movimento li ha rassicurati dichiarando che non ci saranno attacchi contro il loro territorio. Un altro dirigente yemenita ha detto che le navi russe e cinesi nel Mar Rosso non corrono alcun rischio: una manovra per cercare coperture diplomatiche e isolare le iniziative di Washington e Londra, poco gradite anche ad altre nazioni della regione come l’Oman.

La Casa Bianca però non può rinunciare a tutelare la libertà di navigazione e non può perdere la faccia davanti all’ostinazione dei guerriglieri fondamentalisti. E se le incursioni contro i mercantili non dovessero cessare, il Pentagono sta già studiando operazioni ancora più incisive, come irruzioni contro i porti o addirittura l’eventualità di alzare il tiro contro i vertici degli Houti. Scenari che renderebbero altissimo il pericolo di innescare una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.

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