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L’economista Alexey Kusch: “Senza i suoi giovani l’Ucraina rischia il collasso sociale”

(afp)
Il calo demografico e l’emigrazione di guerra sono un macigno sul bilancio statale: almeno il 90% del Pil sarà destinato al welfare e ai pensionati
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KIEV — «Il taglio degli aiuti finanziari non è il problema più grave da affrontare». Alexey Kusch ti spiazza alla prima domanda. È uno degli economisti ucraini più noti, editorialista e opinionista sui media più importanti. Gli abbiamo chiesto cosa possano aver deciso, il presidente Zelensky e gli alti vertici dello Stato, riuniti per reagire allo scenario peggiore: la chiusura dei rubinetti finanziari Usa e Ue che sostengono bilancio civile e militare.

C’è di peggio che restare senza soldi, in guerra?

«Sì, restare senza ucraini attivi. Il problema più grave è il crollo demografico. Siamo scesi da una crescita dell’1,2% allo 0,7%: è la decrescita peggiore al mondo. Avremo 10 milioni di pensionati, 5 di bambini, 2 di invalidi, uno di veterani che ricevono la pensione dallo Stato. Cioè 7 milioni di cittadini attivi per sostenere i restanti 18 milioni di abitanti. Il rischio politico e sociale sarà enorme. La parte più consistente della popolazione attiva è emigrata, e qui sono rimast…

KIEV — «Il taglio degli aiuti finanziari non è il problema più grave da affrontare». Alexey Kusch ti spiazza alla prima domanda. È uno degli economisti ucraini più noti, editorialista e opinionista sui media più importanti. Gli abbiamo chiesto cosa possano aver deciso, il presidente Zelensky e gli alti vertici dello Stato, riuniti per reagire allo scenario peggiore: la chiusura dei rubinetti finanziari Usa e Ue che sostengono bilancio civile e militare.

C’è di peggio che restare senza soldi, in guerra?

«Sì, restare senza ucraini attivi. Il problema più grave è il crollo demografico. Siamo scesi da una crescita dell’1,2% allo 0,7%: è la decrescita peggiore al mondo. Avremo 10 milioni di pensionati, 5 di bambini, 2 di invalidi, uno di veterani che ricevono la pensione dallo Stato. Cioè 7 milioni di cittadini attivi per sostenere i restanti 18 milioni di abitanti. Il rischio politico e sociale sarà enorme. La parte più consistente della popolazione attiva è emigrata, e qui sono rimasti i pensionati: sei milioni di persone sono all’estero, due dei quali nei territori occupati».

Con quali conseguenze?

«Il 90% del budget andrà al sostegno sociale, una percentuale esplosiva».

Nel frattempo bisogna fare i conti col taglio degli aiuti: come?

«Il deficit del budget è 40 miliardi di dollari l’anno, il 30% del Pil: con l’impossibilità di attingere al mercato non restano che gli aiuti. Poi c’è il deficit commerciale di 40 miliardi di dollari: se non lo copriamo va in crisi la bilancia dei pagamenti. Se ci tagliano gli aiuti l’unica possibilità è stampare grivne, con aumenti di inflazione e svalutazione. Sono cerchi concentrici. Il primo cerchio è l’import, sostenuto dagli aiuti: paga le tasse doganali con cui paghiamo gli stipendi militari. Il secondo sono le imposte sugli stipendi pubblici, ridistribuiti ai bilanci locali e al fondo pensione. Il terzo è l’Iva. Sono tutti alimentati dal flusso degli aiuti, utilizzati 3 volte: senza è il collasso».

Con quale scadenza?

«Settembre. Fino ad allora abbiamo riserve e sopravviveremmo senza gravi aumenti di inflazione e svalutazione. Poi l’unica soluzione sarebbe il pilota automatico: concentrare le risorse, autarchia, trasformazione diretta della materia prima agricola… Abbiamo il 20% di disoccupati, servono programmi di occupazione con garanzie statali e assicurazioni pubbliche per le zone più vicine al conflitto».

Riforme complesse, in guerra.

«Infatti la deindustrializzazione ucraina è iniziata nel 2014. Il nostro rombo industriale — Dnipro, Zaporyzhzhia, Krivoy Rog e Kremenchug — lo chiamavamo ‘la cintura industriale sovietica arrugginita’. Ora la guerra punta dritto il rombo: se Mosca riuscisse a trafiggerlo sarebbe un danno incalcolabile».

È il cuore debole dell’Ucraina?

«Il rischio principale è nel modello di economia che si prospetta. Se non ci diamo da soli una visione per lo sviluppo, ce la danno i nostri alleati. Naturalmente Fmi e Usa seguono il percorso di minor resistenza. La rappresentante americana per la ricostruzione, Penny Pritzker, a un giornalista che chiedeva quale dovesse essere la specializzazione economica del Paese ha risposto: agricoltura, estrazione mineraria e It. È il vecchio modello ‘grano e cervello’, discusso per noi diversi anni fa a Davos. Un profilo economico complesso significa investimenti, tempo e rischi; e gli alleati occidentali vogliono una rapida stabilizzazione. Conservativa, non dinamica. L’It è una pillola dolce ma non ci sono più i prerequisiti per una sua crescita dinamica».

L’Europa non stanzierà fondi per sviluppo, agricoltura e coesione?

«I fondi agricoli Ue sostengono gli agricoltori, la produzione agricola ucraina è concentrata nelle mani di grandi proprietari terrieri il cui sostegno Ue è impossibile. L’Europa semmai potrebbe includere l’Ucraina nella coalizione per produrre chip e batterie, ma vede rischi militari e non lo fa. I finanziamenti Ue serviranno così a coprire il deficit di bilancio o a ripristinare le infrastrutture, non a creare un’economia complessa».

Condannati a esportare materie prime a basso costo?

«Con la crisi demografica abbiamo bisogno dell’opposto: trasformazione delle materie prime come grano, titanio e litio con creazione di cluster come il biotecnologico o il militare-industriale. Dobbiamo creare ingegneria elettrica, trasporti, aerospaziale con Motor Sich, Yuzhmash, Antonov. Sviluppare la cintura industriale del Dnepr e il rombo industriale, sfruttare il potenziale di megalopoli come Kiev e Kharkiv, Leopoli, Odessa e Dnipro. Serve una nuova politica industriale di cui non si vede ombra. Bisogna sostituire i grandi volumi fisici di esportazioni di materie prime con un’esportazione di grande valore aggiunto di prodotti trasformati. La pallina da tennis è ferma sulla rete. Se saranno i nostri partner, a scegliere una visione per noi, cadrà dalla parte sbagliata del campo».

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