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L’Aia, le misure cautelari della Corte internazionale: “Israele eviti il genocidio a Gaza”. Non c’è la richiesta di cessate il fuoco. E ad Hamas: “Liberi ostaggi”

La Cig ha confermato di avere la giurisdizione sul caso e emanato sei ordinanze cui lo Stato ebraico deve attenersi
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“Israele adotti tutte le misure in suo potere per impedire atti di genocidio a danno dei palestinesi di Gaza. E prenda immediate ed efficaci misure per migliorare le condizioni umanitarie nell'enclave garantendo accesso agli aiuti umanitari e ad altri servizi di base”. Lo ha detto la presidente della Corte Internazionale di Giustizia Joan Donoghue, leggendo, al termine di un lungo preambolo, le decisioni prese in merito al ricorso, presentato dal Sudafrica a fine dicembre, con cui si accusava formalmente Israele di violare la Convenzione sul Genocidio nella Striscia. La Cig accetta dunque il caso, affermando di avere giurisdizione sulla questione: ma non impone quel cessate il fuoco che era la misura più importante chiesta da Pretoria: quasi certamente, dicono gli addetti ai lavori, perché – a dispetto delle affermazioni fatte ieri di Hamas che si era detta disposta a rispettarlo - sarebbe stata un’imposizione unilaterale, giacché la Cig interviene sui contenziosi fra Stati e non può …

“Israele adotti tutte le misure in suo potere per impedire atti di genocidio a danno dei palestinesi di Gaza. E prenda immediate ed efficaci misure per migliorare le condizioni umanitarie nell'enclave garantendo accesso agli aiuti umanitari e ad altri servizi di base”. Lo ha detto la presidente della Corte Internazionale di Giustizia Joan Donoghue, leggendo, al termine di un lungo preambolo, le decisioni prese in merito al ricorso, presentato dal Sudafrica a fine dicembre, con cui si accusava formalmente Israele di violare la Convenzione sul Genocidio nella Striscia. La Cig accetta dunque il caso, affermando di avere giurisdizione sulla questione: ma non impone quel cessate il fuoco che era la misura più importante chiesta da Pretoria: quasi certamente, dicono gli addetti ai lavori, perché – a dispetto delle affermazioni fatte ieri di Hamas che si era detta disposta a rispettarlo - sarebbe stata un’imposizione unilaterale, giacché la Cig interviene sui contenziosi fra Stati e non può certo imporli a un gruppo terrorista.

Le numerose citazioni di affermazioni fatte da alti ufficiali delle Nazioni Unite evocate dalla giudice nel suo preambolo, fanno però capire che il Tribunale prende molto sul serio le preoccupazioni dello stato africano: “A Gaza c’è il rischio reale che la situazione catastrofica possa peggiorare”, ha infatti detto: “Centinaia di migliaia di persone vivono ormai in condizioni disumane”. Ricordando: “Ci vorranno anni per risollevare un’intera generazione di bambini traumatizzati”.

Le misure cautelari

Le sei misure cautelari elencate (quelle avanzate da Pretoria erano invece nove) contengono dunque la richiesta di proteggere meglio e di più i civili palestinesi, senza però imporre la fine alle operazioni militari, anche se si scrive chiaramente che i militari devono, con effetto immediato, cessare ogni atto equiparabile al genocidio. C’è anche l’obbligo di consentire un maggior accesso a forniture di base e all’assistenza sanitaria. Insieme a quella di prevenire e punire l’incitamento diretto e pubblico a commettere il genocidio dei palestinesi, un modo attraverso cui la Corte ha stigmatizzato le affermazioni di certi ministri israeliani pronunciate all’inizio del conflitto (come quella esplicitamente citata in aula del ministro della Difesa Gallant: “Combattiamo contro animali umani”). La richiesta finale è che Israele “fornisca un rapporto sulle misure intraprese per eseguire l’ordinanza fra un mese”. I giudici hanno infine ritenuto necessario “sottolineare che a Gaza tutte le parti in conflitto devono rispettare il diritto internazionale umanitario”. Dicendosi “gravemente preoccupati per la sorte degli ostaggi” di cui chiedono “la liberazione immediata e incondizionata”.

Tempi straordinariamente rapidi

Le prime decisioni, dunque, sono arrivate in tempi straordinariamente rapidi, ad appena due settimane dalle udienze tenutesi l’11 e il 12 gennaio, nel corso delle quali i legali dei due paesi avevano presentato le loro argomentazioni d’accusa e difesa davanti al più alto organismo legale delle Nazioni Unite. Una scelta dettata dall’urgenza della situazione a Gaza, ha ribadito più volte la presidente della Corte. Ma anche dal fatto che il prossimo 6 febbraio scade il mandato di cinque dei giudici eletti dall’Assemblea generale e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: proprio l’americana Donoghue fra questi.

Due delle misure, sugli aiuti e per fermare i discorsi d’odio, sono state sottoscritte pure dal giudice ad hoc israeliano Aharon Barak, ex presidente della Corte Suprema del suo Paese, che ha dettagliato così la sua scelta: «Ho votato a favore nella speranza di contribuire a diminuire le tensioni e a scoraggiare la retorica dannosa». Solo una giudice le ha respinte tutte: l’ugandese Julia Sebutinde, prima donna africana ad assurgere a quel ruolo ed esperta di crimini di guerra. Una posizione subito sconfessata da Adonia Ayebare, ambasciatore dell’Uganda alle Nazioni Unite che su X ha scritto: «La sua decisione non rappresenta quella del nostro governo verso il popolo palestinese».

Il valore del pronunciamento

La Corte non si è pronunciata sull’accusa di Genocidio: ci sarà un processo e ci vorranno anni per arrivare a una sentenza. Ma già aver affermato la propria giurisdizione è importante. Com’è noto, le sue decisioni sono vincolanti e non appellabili. Ma Israele – che aveva definito le accuse sudafricane “false” e “grossolanamente distorte” – può scegliere di ignorare l’ordine giacché la Corte non ha alcuno strumento ulteriore per far rispettare le decisioni. Disattenderle, però, esporrebbe lo Stato ebraico oltre che a una condanna morale, al rischio di un nuovo procedimento e perfino a sanzioni internazionali.

Le misure sono una sorta di ingiunzione provvisoria: servono a preservare i diritti di entrambe le parti in causa, nell’attesa di un giudizio di merito. Per ottenerle, il richiedente non ha il dovere di dimostrare di aver ragione. Ma che è quanto meno plausibile che determinati diritti sono a rischio e la mancata concessione di misure urgenti comporterebbe danni irreparabili alle possibili vittime, eventualità esplicitamente riconosciuta in aula dai giudici. Le accuse, d’altronde, non riguardano solo l’aver commesso o meno genocidio. Ma anche non aver rispetto l’obbligo di tutti i firmatari della Convenzione del 1948 (Sudafrica e Israele fra questi) di prevenire il genocidio e punire l’incitamento pubblico a commetterlo.

Il precedente

La Corte ha accettato il procedimento accettando il precedente legale sottoposto dal Sudafrica: il caso del Gambia contro il Myanmar sull’eccidio della minoranza etnica Rohingya: proprio come allora, la Corte hainfatti respinto l’obiezione che chi non è vittima di violazioni non è parte in causa: «Gli obblighi previsti dalla convenzione sono “erga omnes partes”: tutti gli Stati firmatari hanno interesse a garantirne l'osservanza e ciascuno può avviare un procedimento». A larga maggioranza i giudici hanno anche tenuto conto di quelle che Pretoria ha definito “espressioni retoriche con intenti genocidi” pronunciate da alti funzionari governativi e militari israeliani. Come appunto il già citato riferimento del ministro della Difesa Yoav Gallant al “combattere contro animali umani”. E il ripetuto riferimento del premier Benjamin Netanyahu al “massacro degli Amalek” parlando di Gaza: un popolo che nella Bibbia gli Israeliti hanno l’ordine di uccidere direttamente da Dio e che contempla la morte di “uomini e donne, neonati e lattanti”. Un crimine distinto dal dovere più ampio di non commettere genocidio. La Corte ha poi mostrato pprezzamento per le parole del Procuratore Generale di Israele Gali Baharav-Miara: consapevole della vulnerabilità su questo punto aveva dichiarato già a gennaio che “qualsiasi frase invocante danni intenzionali ai civili, contraddice la nostra politica di Stato e può costituire un reato penale secondo le nostre leggi”. Per i giudici, provvedimenti in tal senso “sono da incoraggiare. Ma a ora non sono sufficienti”.

Le prime reazioni

Il governo sudafricano ha subito parlato di “vittoria decisiva” e ringraziato la Cig per la rapidità della decisione, affermando di accogliere con favore le misure provvisorie. Il ministro degli Esteri palestinese Riyadh Maliki, lo ha definito importante promemoria del fatto che nessuno Stato è al di sopra della legge o fuori dalla portata della giustizia”. Israele ha affidato la sua reazione ad una nota: “La Corte di Giustizia ha giustamente rigettato l’oltraggioso tentativo di minare il nostro diritto a difenderci” hanno scritto. Ribadendo che “la nostra guerra è contro Hamas non contro i civili palestinesi, condotta secondo gli obblighi del diritto internazionale a prescindere dalle richieste della Cig. Siamo fiduciosi, rigetterà le accuse infondate”.

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