Intervista al presidente della Somalia: “Nel gioco del Mar Rosso serve un patto Occidente-Cina per garantire la stabilità”
di Daniele Castellani PerelliROMA — Un nuovo Grande Gioco, stavolta nel cuore del Mar Rosso. Con le grandi potenze mondiali interessate alla stabilità – o all’instabilità – di un’area decisiva per il commercio globale. A descrivere questo scenario è Hassan Sheikh Mohamud, il presidente della Somalia, Paese cruciale della regione. In visita a Roma in occasione del vertice Italia-Africa, Mohamud è stato intervistato dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari nella sede della Fondazione Med-Or, presieduta da Marco Minniti.
Partiamo dal Piano Mattei voluto dall’Italia. Come lo valuta?
«È la prima volta che i 54 Paesi del continente africano si riuniscono con l’Italia per discutere questioni di interesse reciproco. Il Piano Mattei vuole sostenere l’Africa in materie come energia, infrastrutture, sicurezza e condivisione delle informazioni. Siamo pieni di risorse, ma il 70% della popolazione è costituito da giovani, e da soli non ce la facciamo a risolvere tutti i problemi. La Somalia è un Paese che è rinato riparte…
ROMA — Un nuovo Grande Gioco, stavolta nel cuore del Mar Rosso. Con le grandi potenze mondiali interessate alla stabilità – o all’instabilità – di un’area decisiva per il commercio globale. A descrivere questo scenario è Hassan Sheikh Mohamud, il presidente della Somalia, Paese cruciale della regione. In visita a Roma in occasione del vertice Italia-Africa, Mohamud è stato intervistato dal direttore di Repubblica Maurizio Molinari nella sede della Fondazione Med-Or, presieduta da Marco Minniti.
Partiamo dal Piano Mattei voluto dall’Italia. Come lo valuta?
«È la prima volta che i 54 Paesi del continente africano si riuniscono con l’Italia per discutere questioni di interesse reciproco. Il Piano Mattei vuole sostenere l’Africa in materie come energia, infrastrutture, sicurezza e condivisione delle informazioni. Siamo pieni di risorse, ma il 70% della popolazione è costituito da giovani, e da soli non ce la facciamo a risolvere tutti i problemi. La Somalia è un Paese che è rinato ripartendo da zero. Quando sono stato rieletto nel 2022, la nostra priorità era la sicurezza. Abbiamo la costa più lunga del continente, e se non riusciamo a metterla in sicurezza non possiamo gestire il flusso dei migranti o le minacce dei pirati del mare e dei terroristi. Siamo in una posizione strategica, tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. E il mio messaggio all’Italia è quindi che aiutare a risolvere i problemi della Somalia significa risolvere, a cascata, tanti altri problemi internazionali».
Il primo gennaio l’Etiopia ha siglato un accordo con il Somaliland, regione autoproclamatasi indipendente nel 1991, e ha ottenuto la possibilità di costruire un porto e una base navale sulle sue coste sul Mar Rosso. Quali ragioni ci sono dietro?
«Somalia ed Etiopia, diciamo così, non si sono scelti come vicini. Dietro c’è una storia violenta lunga 600 anni. Noi somali abbiamo voluto aprire un nuovo capitolo di integrazione economica, e l’Italia ci ha sostenuto. Giorgia Meloni è venuta anche ad Addis Abeba per un importante incontro trilaterale. Poi il Somaliland si è dichiarato indipendente e, sebbene nessuno li avesse riconosciuti, l’Etiopia ha stretto subito questo accordo con loro. Sono grato al governo italiano che, in risposta, ha chiesto il rispetto del diritto internazionale. Per rispondere alla sua domanda, non so spiegarmi cosa sia successo. L’Etiopia non ha assolutamente le capacità di costruire da sola un porto o un corridoio di autostrade e ferrovie. Si tratta di una situazione per noi destabilizzante, che consente ai jihadisti di rialzare la voce».
Sta suggerendo che dietro l’Etiopia ci sia qualcun altro?
«Sì, e lo scopriremo presto. Siamo davanti al Grande Gioco del Mar Rosso. C’è lo Yemen in crisi, le azioni degli Houti, anche il Sudan in difficoltà. Il trasporto marittimo è minacciato gravemente. La regione è in fermento e le onde del Mar Rosso non devono venire agitate ulteriormente».
La Cina è una potenza che ha forti interessi nel Mar Rosso e sta investendo pesantemente in Africa. Come pensa che dovremmo affrontare la sfida di Pechino?
«Con la Nuova Via della Seta la Cina si è focalizzata sulle infrastrutture, senza le quali non può esserci sviluppo economico. Costruisce strade, porti, aeroporti, ponti, dighe, tutte cose di cui l’Africa ha bisogno e che i cittadini vedono crescere giorno dopo giorno. Per questo l’Occidente sì, fa bene a occuparsi di democrazia e diritti umani, ma dovrebbe scommettere anzitutto sulla sicurezza alimentare e sull’energia, e anche aiutarci ad accedere ai finanziamenti per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico».
Poi c’è la Russia. Negli ultimi giorni tre Paesi africani che hanno stretto accordi di sicurezza con Mosca, ovvero Burkina Faso, Mali e Niger, hanno lasciato l’organizzazione Ecowas. Sono dinamiche che la preoccupano?
«Sì, mi preoccupa soprattutto che per la sicurezza faccia uso di attori non statali come la Wagner, un po’ come facevano gli Usa con la Blackwater in Iraq».
A che punto è la guerra contro i jihadisti di Al Shabaab?
«Finora è stata di natura militare, ovviamente, ma abbiamo anche sfidato la loro propaganda religiosa e siamo riusciti a colpire le loro fonti di finanziamento. Questa triplice strategia ha funzionato, e ora sono ancora una minaccia ma non come un anno fa. Erano arrivati a pochi chilometri da Mogadiscio, e oggi sono a 800-900 chilometri. Forse per sconfiggerli ideologicamente ci vorrà un po’ di più, ma militarmente vinceremo sicuramente. Da 16 anni siamo in guerra con loro e quest’anno, il primo dicembre, finalmente la missione di sicurezza africana si potrà concludere. Così la Somalia prenderà totalmente su di sé la propria sicurezza, e avrà bisogno del sostegno dell’Italia. Dobbiamo concentrarci sull’economia, per evitare che i nostri giovani fuggano all’estero o che trovino più conveniente essere pagati per imbracciare un’arma».
Parlando di terrorismo, stiamo vedendo nel Mar Rosso le operazioni degli Houti, sostenuti dall’Iran. Come li colloca in questo Grande Gioco?
«Sono una minaccia, è vero. Quando i tuoi vicini sono instabili, anche la tua casa è instabile. Qualche anno fa abbiamo avuto i pirati somali, che minacciavano il trasporto marittimo internazionale, e fermarli è costato molto. Oggi ci sono gli Houti. I nuovi pirati vengono dalla terra e non dal mare. E quindi il problema va risolto sulla terra, in Yemen. Servono Paesi stabili su tutti e due i lati del Mar Rosso. E c’è bisogno di una soluzione politica e diplomatica globale, su cui si mettano d’accordo i Paesi della regione e le potenze più influenti, a partire dall’Occidente e dalla Cina, che hanno un mutuo interesse economico a una soluzione nel Mar Rosso».