Pakistan, seconda condanna in due giorni per Imran Khan per scoraggiare i suoi sostenitori a otto giorni dal voto
di Carlo PizzatiPARAMANKENI – Ovvio che non è una coincidenza il fatto che l’ex premier pachistano e celebre campione di cricket Imran Khan abbia ricevuto due pesanti condanne, una dietro l’altra, questa settimana. Mancano appena otto giorni alle elezioni e il primo ministro in carica, Nawaz Sharif della Pakistan Muslim League, a sua volta reduce da un esilio di quattro anni a Londra prima della riconquista del potere con l’aiuto dei militari, è determinato a fare di tutto per indebolire la sua nemesi che, secondo il sondaggio Gallup appena pubblicato, si conferma come il politico nazionale più popolare del Paese. Nonostante sia dietro le sbarre.
Sharif, uno dei businessmen più ricchi del Pakistan, il suo governo, e i tribunali sensibili alle pressioni politiche le hanno provate tutte. Prima, è stato proibito a Khan di candidarsi, poi, ai media è stato spiegato in maniera ufficiosa che non potevano parlare del partito dell’ex cricketer, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti). Come se non bastasse, al Pti…
PARAMANKENI – Ovvio che non è una coincidenza il fatto che l’ex premier pachistano e celebre campione di cricket Imran Khan abbia ricevuto due pesanti condanne, una dietro l’altra, questa settimana. Mancano appena otto giorni alle elezioni e il primo ministro in carica, Nawaz Sharif della Pakistan Muslim League, a sua volta reduce da un esilio di quattro anni a Londra prima della riconquista del potere con l’aiuto dei militari, è determinato a fare di tutto per indebolire la sua nemesi che, secondo il sondaggio Gallup appena pubblicato, si conferma come il politico nazionale più popolare del Paese. Nonostante sia dietro le sbarre.
Sharif, uno dei businessmen più ricchi del Pakistan, il suo governo, e i tribunali sensibili alle pressioni politiche le hanno provate tutte. Prima, è stato proibito a Khan di candidarsi, poi, ai media è stato spiegato in maniera ufficiosa che non potevano parlare del partito dell’ex cricketer, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti). Come se non bastasse, al Pti è stato proibito adottare il logo della mazza da cricket sulle schede elettorali, che in una nazione con ancora molto analfabetismo era uno strumento efficace per raccogliere voti. Ed ecco che arriva la seconda condanna, dopo quella a 10 anni emessa ieri per aver divulgato segreti di Stato che secondo Khan dimostravano ingerenze americane nella sua cacciata.
L’accusa è di essersi venduto o di aver trattenuto per sé e la moglie molti dei 108 regali ufficiali ricevuti da altrettanti capi di Stato quand’era al potere. Sono 14 anni in carcere sia per lui che per la consorte, la mistica Sufi Bashra Bibi, sposata da Khan nel 2018 poco prima di vincere le elezioni. Il tribunale, anche questa volta, si è riunito nella prigione di Rawalpindi dove sono ora detenuti entrambi. La sentenza del “Caso Toshakhana” li condanna anche a pagare una multa di 5 milioni di euro, proibendo ai coniugi di candidarsi a qualsiasi elezione per 10 anni (anche se Khan era già stato squalificato dal presentarsi con una precedente sentenza). Il ridondante messaggio dei tribunali e di Sharif, che punta al quarto mandato non consecutivo, è chiaro: non perdete tempo a votare il partito di Khan alle elezioni nazionali.
Khan e i suoi legali hanno promesso che andranno in appello. Il premier disarcionato nel 2022 ha sempre sostenuto che queste condanne, dopo “processi farsa,” sono motivate politicamente per aver osato criticare le potenti Forze armate del Pakistan e gli Stati Uniti. Si tratterebbe, secondo Khan, di una vendetta che sta già sfociando in aperta violenza visto che un attentato dinamitardo ha ucciso ieri quattro sostenitori nel Baluchistan durante una manifestazione elettorale del Pti.
Dalla prigione, Khan dirama un messaggio ai moltissimi sostenitori: “Dovete vendicarvi di ogni ingiustizia con il voto dell’8 febbraio, ma in modo pacifico. Fategli capire che non siamo pecore che possono essere comandate con il bastone.”
Dal suo canto Sharif, ora che il principale rivale è fuori gioco, promette di creare 10 milioni di posti di lavoro, ridurre l’inflazione sotto il 10% (era al 30% in dicembre) e di contenere i costi delle bollette elettriche. Ma tutti sanno che non dipenderà da lui, ma dalla presenza dominante del vero manovratore, il generale Asim Munir che sta manovrando il Pakistan dall’agosto scorso con un governo scelto personalmente. Queste elezioni sono un test sugli equilibri tra Sharif e Munir. Lo Stato e l’economia sono in una crisi così profonda che pensare a una coabitazione serena tra queste due forze è piuttosto ottimistico. Più realistico credere che dopo le elezioni si torni a uno scontro di poteri tra il vincitore e i militari, com’è ormai da troppo tempo in questo cruciale, strategico e politicamente caotico angolo di Asia.