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Marocco, decine di politici e vip incastrati dal “Pablo Escobar del Sahara”. Il re costretto a intervenire

Hadj Ahmed Ben Brahim detto “il maliano” si era arricchito grazie ai traffici. Ma poi è stato scaricato dai suoi complici anche altolocati., E allora ha deciso di collaborare scatenando un terremoto nel paese. Il sovrano invita il Parlamento a fare piazza pulita
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TUNISI – Per anni ras indiscusso del traffico di droga attraverso il Marocco e il Sahara, ha accumulato ricchezze e influenze. È Hadj Ahmed Ben Brahim, anche se tutti a Casablanca, già la sua base scintillante per traffici illeciti ed eccessi della vita privata, lo chiamano “il maliano” (nato da padre del Mali e da madre del Marocco). E da tempo i media locali lo hanno ribattezzato “il Pablo Escobar del Sahara”. Ebbene, da qualche mese ha iniziato a parlare, a ruota libera.

In carcere dal 2019, ha sperato a lungo che la rete dei suoi complici e protezioni lo aiutasse a uscirne, ma invano (anzi, hanno trovato il modo di sottrargli pezzi del suo impero, comprese ville milionarie). E allora “il maliano” ha deciso di collaborare con la giustizia e di fare i nomi. E che nomi: lo scorso 21 dicembre 25 della lista sono stati arrestati, venti ci sono ancora. Tra gli altri, due deputati, esponenti conosciutissimi di una delle formazioni politiche oggi al governo, il Partito autenticità e mode…

TUNISI – Per anni ras indiscusso del traffico di droga attraverso il Marocco e il Sahara, ha accumulato ricchezze e influenze. È Hadj Ahmed Ben Brahim, anche se tutti a Casablanca, già la sua base scintillante per traffici illeciti ed eccessi della vita privata, lo chiamano “il maliano” (nato da padre del Mali e da madre del Marocco). E da tempo i media locali lo hanno ribattezzato “il Pablo Escobar del Sahara”. Ebbene, da qualche mese ha iniziato a parlare, a ruota libera.

In carcere dal 2019, ha sperato a lungo che la rete dei suoi complici e protezioni lo aiutasse a uscirne, ma invano (anzi, hanno trovato il modo di sottrargli pezzi del suo impero, comprese ville milionarie). E allora “il maliano” ha deciso di collaborare con la giustizia e di fare i nomi. E che nomi: lo scorso 21 dicembre 25 della lista sono stati arrestati, venti ci sono ancora. Tra gli altri, due deputati, esponenti conosciutissimi di una delle formazioni politiche oggi al governo, il Partito autenticità e modernità (Pam, d’ispirazione liberale): Abdennabi Biioui, presidente della regione Orientale, ai confini con l’Algeria, e soprattutto Said Naciri, fino allo scoppio dello scandalo carismatico presidente del Wydad, squadra di Casablanca, una delle più importanti di tutta l’Africa.

Ma forse siamo solo agli inizi di uno scandalo che sconvolge il Marocco che conta: ci sono politici, uomini d’affari, promotori immobiliari, poliziotti tra gli arrestati, tutti accusati di traffico di droga. Ma ritorniamo a Ben Brahim, un personaggio da film. Nato a Kidal, nel Mali, nelle terre dei tuareg e in pieno nel Sahara, nei suoi documenti c’è solo l’anno di nascita, il 1976: in quel posto sperduto non venne registrato né il giorno, né il mese. Lui cominciò come allevatore di dromedari. Poi, un giorno, durante la Parigi-Dakar, un francese e la compagna si persero nel deserto con la loro auto. E lui, il maliano, che conosce i più piccoli anfratti di quelle lande, li ritrovò e li aiutò. Il francese, per ricompensarlo, gli regalò la macchina, ma Hadj Ahmed, persona d’onore, la vendette e inviò i soldi all’uomo, che, nel frattempo, era rientrato in Francia. Questo lo coinvolse in un business di importazione in quei paesi africani di vetture europee.

Poi Ben Brahim passò al trasporto di oro. E ancora al traffico di droga: della cannabis (il Marocco ne è uno dei maggiori produttori al mondo) verso l’Europa ma soprattutto della cocaina proveniente dall’America latina verso l’Africa dell’Ovest, l’Algeria, la Libia, l’Egitto e ancora l’Europa. Il maliano aveva agganci in Bolivia e trasportava da lì la cocaina con piccoli aerei. Nel frattempo, si era inserito nel jet-set, una vita sospesa tra la villa di Casablanca e quella di Marbella, in Spagna. Aveva preso addirittura un Mba in finanza in un’università inglese, senza contare il matrimonio con la celebre cantante marocchina Latifa Raafat, le Porsche e le Maserati, il Dom Perignon… Finché nel 2015, dopo il sequestro di 40 tonnellate di resina di cannabis, a bordo di un convoglio di camion su un’autostrada marocchina, Interpol lanciò contro di lui un mandato di cattura internazionale. Lo ritrovarono in Mauritania, fermato dopo un lungo inseguimento nel deserto. Scarcerato in un primo momento, poi rimesso in prigione, ne uscì grazie ai suoi appoggi, nel 2019. E si credeva davvero intoccabile: prese subito un volo per Casablanca. Ma al suo arrivo trovò la polizia.

Il maliano non aveva ancora capito che i vecchi amici di un tempo lo avevano scaricato e che stavano depredando il suo patrimonio. Ci mise un po’ a comprendere, ma dall’estate scorsa il trafficante (che un tempo nel Sahara, terra di indipendentisti e terroristi, criminali e mafiosi, apriva tutte le porte: perfino Seif el-Islam Gheddafi, secondogenito del rais, sollecitò i suoi servigi) ha iniziato a cooperare.

Naciri, ormai ex patron del Wydad, avrebbe assicurato la logistica del traffico: venivano utilizzati veicoli cinesi parcheggiati nei locali del suo club. Anche Naciri avrebbe cominciato a collaborare coi magistrati. Sulla vicenda, ormai si è espresso pure Muhammad VI, il sovrano. Ha ricordato “la necessità di moralizzare la vita del Parlamento” e “di adottare un codice deontologico, che sia giuridicamente vincolante per le due Camere”. I deputati si sono già messi al lavoro. In una fase economica difficile per il Marocco, vittima di una siccità senza fine, lo scandalo aizza lo scontento della popolazione più umile. Un progetto di legge per criminalizzare in maniera più pesante l’arricchimento illecito era stato presentato dal Governo a guida islamista, al potere fino al 2021. Ma quell’anno era stato ritirato dall’esecutivo attuale, presieduto da Aziz Akhannouch, ricco uomo d’affari.

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