Ultimo duello Orbán-Ue sui fondi per Kiev: Compromesso possibile
dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES - «Se non si raggiunge un accordo, il rischio paralisi è concreto». L’Ungheria alza ancora il muro sulla revisione del Bilancio Ue all’esame oggi del Consiglio europeo. Al momento un compromesso non è stato ancora raggiunto. E tutto si dovrà decidere nella riunione tra i capi di Stato e di governo. Il premier ungherese, il sovranista Viktor Orbán, vuole spendere tutte le sue carte in prima persona.
In gioco ci sono due poste: i nuovi aiuti a favore dell’Ucraina, 50 miliardi di euro in quattro anni, e la vera e propria funzionalità dell’Unione europea. Perché al di là del nuovo quadro finanziario è evidente che per gli altri 26 Stati, accettare il veto di Budapest equivale ad ammettere l’impossibilità di assumere decisioni rapide e efficaci. «E a festeggiare sarà solo Putin», osserva chi è impegnato nella trattativa.
Oggi dunque Orbán cercherà di trattare fino alla fine soprattutto sui soldi destinati a Kiev. Una prima apertura da entrambe le parti è già stata effettuata…
BRUXELLES - «Se non si raggiunge un accordo, il rischio paralisi è concreto». L’Ungheria alza ancora il muro sulla revisione del Bilancio Ue all’esame oggi del Consiglio europeo. Al momento un compromesso non è stato ancora raggiunto. E tutto si dovrà decidere nella riunione tra i capi di Stato e di governo. Il premier ungherese, il sovranista Viktor Orbán, vuole spendere tutte le sue carte in prima persona.
In gioco ci sono due poste: i nuovi aiuti a favore dell’Ucraina, 50 miliardi di euro in quattro anni, e la vera e propria funzionalità dell’Unione europea. Perché al di là del nuovo quadro finanziario è evidente che per gli altri 26 Stati, accettare il veto di Budapest equivale ad ammettere l’impossibilità di assumere decisioni rapide e efficaci. «E a festeggiare sarà solo Putin», osserva chi è impegnato nella trattativa.
Oggi dunque Orbán cercherà di trattare fino alla fine soprattutto sui soldi destinati a Kiev. Una prima apertura da entrambe le parti è già stata effettuata: gli aiuti all’Ucraina verranno ridiscussi anno per anno. Il capo del governo ungherese vorrebbe però che ogni anno venisse votato un accordo all’unanimità. Una richiesta che è già stata respinta al mittente. La proposta è quella sì di ridiscutere eventuali modifiche al programma di aiuti ma senza alcun voto. Senza, cioè, mettere in discussione il quadro stabilito.
I 26, insomma, non intendono in nessun caso fornire all’Ungheria un’arma di ricatto costante. Accettare questa procedura, infatti, significherebbe consentire a Orbán di sottoporre il via libera a favore di Kiev alle sue richieste o necessità.
Anche perché è evidente che dietro il muro alzato dall’Ungheria ci sono due aspetti. Il primo riguarda la linea politica adottata nei confronti della Russia. Orbán si sta sempre più rivelando il principale sparring partner della Russia in Europa. I suoi dubbi sugli aiuti a Zelensky rientrano nella “strategia dell’attenzione” nei confronti del Cremlino.
Il secondo si concentra sui fondi europei “congelati”. L’Ue ha infatti bloccato quasi tutti i finanziamenti - compreso il Pnrr - destinati all’Ungheria a causa del mancato rispetto dello Stato di diritto. Orbán ne chiede lo sblocco. Reclama anche la possibilità di estendere l’attuazione del Pnrr di due anni, fino al 2028. Una ipotesi che nasce proprio dal fatto che fino ad ora quei soldi non sono stati stanziati e quindi nemmeno spesi. Anche su questo però la Commissione ha detto no. Non sarebbe facile liberare quelle risorse senza l’effettiva approvazione di alcune riforme come quella sulla giustizia. Potrebbe, però, aprirsi un piccolo spiraglio: ossia concedere che non vengano cancellati i fondi non spesi entro il termine previsto nel Piano.
Resta il fatto che l’Ue non può rinunciare a stanziare gli aiuti promessi all’Ucraina. Per il 2024, in realtà, esistono già delle risorse disponibili e attivabili in questo senso. In ogni caso senza un accordo l’intenzione degli altri 26 è comunque di procedere trovando un escamotage che permetta di mantenere gli impegni presi.
Anche per Orbán, però, il costo di un mancato accordo sarebbe salatissimo. Nei giorni scorsi era stato preparato dagli uffici del Consiglio europeo un Piano che prevedeva di fatto un boicottaggio economico dell’Ungheria. Una misura senza precedenti. E anche se un provvedimento del genere non verrà formalizzato, la reazione degli altri partner sarà di sicuro molto dura anche a livello finanziario.
E a quel punto l’idea di attivare l’articolo 7 del Trattato europeo che nella sostanza stabilisce l’espulsione dall’Ue diventerebbe un po’ meno remota. Il veto sul bilancio non rientra nelle cause giuridiche per utilizzare questa norma, ma sarebbe facile individuare una violazione in grado di determinare questa scelta.
La possibilità di un’intesa in extremis resta. L’interesse di Orbán e Ue è quello di una tregua già oggi.