Michael J. Fox e il potere dell’ottimismo: “Ho il Parkinson da 30 anni, ma accettarlo non significa rassegnarsi”
di Massimo BasileNEW YORK - “Io non sono la storia. La storia è il potere dell’ottimismo”. L’attore, regista e produttore Michael J. Fox, 62 anni, parla della sua battaglia con il Parkinson, che lo ha colpito quando ne aveva 29. Il suo messaggio è quello di una star coraggiosa e gentile, che ha affrontato il calvario di questa malattia con ostinazione e voglia di sconfiggerla. “Accettare - spiega al Guardian - non significa rassegnarsi a qualcosa”. Fox parla dal suo ufficio a Los Angeles. Sposato, quattro figli, passa le giornate a parlare del Parkinson, ad aiutare chi è rimasto prigioniero di questa malattia, a sottoporsi a cure, a finanziare progetti di solidarietà. “Il mio mondo - aveva confessato nelle recenti settimane - si sta rimpicciolendo”.
Lo sbarco a Hollywood
La storia sarà anche l’ottimismo nell’affrontare la malattia, ma è anche la sua storia: nato a Edmonton, in Canada, figlio di un’impiegata e attrice e di un poliziotto, da giovane si trasferisce a Los Angeles per inseguire il sogno di…
NEW YORK - “Io non sono la storia. La storia è il potere dell’ottimismo”. L’attore, regista e produttore Michael J. Fox, 62 anni, parla della sua battaglia con il Parkinson, che lo ha colpito quando ne aveva 29. Il suo messaggio è quello di una star coraggiosa e gentile, che ha affrontato il calvario di questa malattia con ostinazione e voglia di sconfiggerla. “Accettare - spiega al Guardian - non significa rassegnarsi a qualcosa”. Fox parla dal suo ufficio a Los Angeles. Sposato, quattro figli, passa le giornate a parlare del Parkinson, ad aiutare chi è rimasto prigioniero di questa malattia, a sottoporsi a cure, a finanziare progetti di solidarietà. “Il mio mondo - aveva confessato nelle recenti settimane - si sta rimpicciolendo”.
Lo sbarco a Hollywood
La storia sarà anche l’ottimismo nell’affrontare la malattia, ma è anche la sua storia: nato a Edmonton, in Canada, figlio di un’impiegata e attrice e di un poliziotto, da giovane si trasferisce a Los Angeles per inseguire il sogno di fare cinema. All’inizio si presenta come Michael Fox, ma quando si iscrive al sindacato attori scopre che c’è già uno con quel nome, allora aggiunge una “J” in onore di Michael John Pollard, l’attore di Gangster Story. Così nasce Michael J Fox, tre parole che diventeranno parte della storia del cinema. L’attore diventa presto una stella quando nell’85 viene scoperto da Robert Zemeckis e lanciato nel ruolo di Marty McFly nella saga di Ritorno al futuro. Poi arriveranno le parti in Voglia di vincere e Il segreto del mio successo.
La scoperta del Parkinson
Siamo nel 1987 e Hollywood è il suo giardino. Quattro anni dopo, durante le riprese di Doc Hollywood - Dottore in carriera, si accorge che le dita gli tremano in modo incontrollabile. Gli viene diagnostico il Parkinson - malattia che lui renderà pubblica nel ’98 dopo un intervento chirurgico. L’aspettativa di vita era di dieci-vent’anni. Invece più di trent’anni dopo Fox è ancora qui, protagonista del docufilm Still: A Michael J Fox Movie, girato da Davis Guggenheim per AppleTv+, nominato per i premi Bafta ma non per gli Oscar. “Non mi ha deluso l’esclusione - confessa - ma penso sia qualcosa aver vinto quattro Emmy”. L’Oscar l’ha già conquistato, anche se alla carriera. “Non posso dire che non mi abbia fatto piacere”.
L’attore non ama parlare del dolore perenne che lo perseguita, ma tutto è presente. Nel documentario il regista gli chiede: cosa si prova a stare fermi? E lui: “Non saprei, non sono mai stato fermo”. “Si muove in continuazione - conferma Guggenheim al Guardian - si muove, si muove, si muove. Ti chiedi se abbia le doti di Fred Astaire o stia solo perdendo l’equilibrio. Attraversa la stanza per passarti una Diet Coke ma non dovrebbe”. Nel docufilm colpiscono le immagini della serie televisiva Spin City, che uscì due anni prima che l’attore rendesse pubblica la malattia. Fox interpreta un personaggio che scopre di avere il Parkinson ma di voler nascondere la malattia per paura che nessuno lo trovi più divertente. “La gente - spiega adesso - mi chiede cosa provi a vedermi in tv giovane, atletico, armonioso. Mi sconvolge? No. Cambio canale? Sì”. Un giorno si chiese cosa avrebbe fatto Muhammad Ali, che aveva sofferto la stessa malattia. Fox chiamò la vedova, Lonnie, e se lo fece raccontare: il marito passava ore a guardarsi i vecchi combattimenti.
Come Muhammad Ali
La connessione tra Fox e Ali viene naturale. Entrambi colpiti dal Parkinson, entrambi hanno trasformato la malattia in filantropia. Anche se, come dice il regista del docufilm, l’attore all’inizio della sua carriera non voleva migliorare il mondo. “Il suo sogno - aggiunge - era diventare ricco e famoso. Quando c’era riuscito aveva comprato auto sportive. Quando gli venne diagnosticato il Parkinson, la sua risposta fu bere, scappare via e fare tutte le cose sbagliate”.
Adesso non cerca l’agiografia del suo calvario, fatto di cadute continue in casa o dovunque si trovi. “La vita - spiega - va presa per ciò che è. Se provi a incastonarla, non funzionerà”. Nessuna beatificazione, nessuna tendenza a farne un santo. “Anche i disabili - dice - possono essere str…”. Resta la speranza della tecnologia e dei progressi della scienza. “Penso - continua - che nei prossimi dieci, quindici anni avremo forse una soluzione in un modo o nell’altro, che sia una cura o un modo per prevenirla”. “La domanda successiva - aggiunge con grande freddezza - è: io ci sarò quando arriverà quel momento? Dubito. Ma ok. Non penso in termini personali. Aspetti solo il tuo momento. E per quello delle grandi, grandi risposte ci siamo quasi”.