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Tante proteste, nessuna rappresaglia. Il “day after” i bombardamenti americani contro le milizie filo iraniane

(reuters)
Iraq e Siria criticano i raid, l’Iran accusa Washington di voler oscurare le azioni israeliane. Ma tutti, Teheran in primis, vogliono evitare l’escalation
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I raid aerei ordinati dall’Amministrazione Biden la scorsa notte contro le milizie filo iraniane in Iraq e in Siria, in risposta all’uccisione di tre soldati americani sei giorni fa in Giordania, non hanno scatenato una crisi incontrollabile e reazioni fuori dal comune. Il motivo è che tutte le parti in causa – soprattutto l’Iran – sapevano che sarebbe successo e sanno anche che cosa aspettarsi nei prossimi giorni.

Questi non sono i primi raid aerei americani contro le milizie filo iraniane, si tratta di operazioni ricorrenti che di solito avvengono dopo aggressioni che Washington considera più gravi del solito. Era già successo, tanto per citare qualche caso, il 27 ottobre, l’8 novembre e di nuovo il 13 novembre – sempre nella stessa zona di confine fra la Siria orientale e l’Iraq. La differenza è che quelli di ieri sono stati raid più massicci, perché questa volta erano la risposta alle prime tre vittime americane. Dal 7 ottobre gli attacchi delle milizie filo iraniane contro le bas…

I raid aerei ordinati dall’Amministrazione Biden la scorsa notte contro le milizie filo iraniane in Iraq e in Siria, in risposta all’uccisione di tre soldati americani sei giorni fa in Giordania, non hanno scatenato una crisi incontrollabile e reazioni fuori dal comune. Il motivo è che tutte le parti in causa – soprattutto l’Iran – sapevano che sarebbe successo e sanno anche che cosa aspettarsi nei prossimi giorni.

Questi non sono i primi raid aerei americani contro le milizie filo iraniane, si tratta di operazioni ricorrenti che di solito avvengono dopo aggressioni che Washington considera più gravi del solito. Era già successo, tanto per citare qualche caso, il 27 ottobre, l’8 novembre e di nuovo il 13 novembre – sempre nella stessa zona di confine fra la Siria orientale e l’Iraq. La differenza è che quelli di ieri sono stati raid più massicci, perché questa volta erano la risposta alle prime tre vittime americane. Dal 7 ottobre gli attacchi delle milizie filo iraniane contro le basi americane in Siria e Iraq sono stati circa centosessanta.

I due governi dei territori bombardati, l’Iraq e la Siria, hanno protestato con durezza. Un portavoce dell’esercito iracheno, il generale Yahya Rasool, ha detto che “gli attacchi aerei costituiscono una violazione della sovranità irachena, minano gli sforzi del governo iracheno e rappresentano una minaccia che potrebbe portare l'Iraq e la regione a conseguenze disastrose”. Il regime siriano ha affermato che i bombardamenti “servono ad alimentare il conflitto in Medio Oriente in un modo molto pericoloso”. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani, ha detto gli attacchi statunitensi sono violazioni della sovranità e dell’integrità territoriale di Siria e Iraq e rappresentano “un altro errore avventuroso e strategico da parte degli Stati Uniti, che si tradurrà soltanto in un aumento della tensione e dell’instabilità nella regione”. I raid, continua, sono stati ordinati “per oscurare i crimini del regime sionista a Gaza. La causa principale delle tensioni e delle crisi in Medio Oriente è l'occupazione e il genocidio dei palestinesi da parte di Israele con il sostegno illimitato dell'America”.

A Washington invece i repubblicani criticano Biden perché avrebbero voluto una risposta più forte. Il senatore Roger Wicker, del Comitato per la Difesa, sostiene che “questi attacchi militari sono benvenuti, ma arrivano troppo tardi per i tre americani coraggiosi che sono morti e per i quasi cinquanta feriti. L’Iran e le sue milizie hanno cercato di uccidere soldati americani e affondare le nostre navi da guerra 165 volte mentre l'amministrazione Biden si congratula con se stessa per aver fatto il minimo indispensabile. Invece di dare all’Ayatollah il naso sanguinante che si merita, continuiamo a dargli un buffetto su una mano”.

L’Amministrazione Biden ha comunicato in anticipo quando avrebbe colpito – e questo ha dato la chance all’Iran di spostare al sicuro i suoi consiglieri militari sparsi in Iraq e in Siria. Ieri ha pure fatto trapelare a fonti di stampa che cosa avrebbe fatto e in particolare che non avrebbe colpito in Iran ma soltanto in Iraq e in Siria, come è successo. Da giorni le fonti locali in Siria dicono di avere visto la fuga di personale militare dagli obiettivi che erano più a rischio di essere bombardati. Sarebbe l’applicazione da parte statunitense di un principio chiamato “escalate to de-escalate”: un’operazione aggressiva per pareggiare i conti (che il nemico si attende) e poi ognuno torna sulle sue posizioni.

In questi giorni le milizie filo iraniane hanno interrotto gli attacchi e hanno pubblicato un manifesto per annunciare che non avrebbero più lanciato altre operazioni contro le basi americane. Era un segnale per dire in modo chiaro che Teheran, in cabina di regia, non vuole arrivare a un conflitto con gli Stati Uniti e preferisce che la tensione non aumenti oltre. Anche i canali d’informazione delle milizie, gli stessi che annunciavano ogni attacco con orgoglio, hanno smesso di trasmettere.

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