Bombardare le basi per dissuadere gli alleati dell’Iran: la strategia di Biden
dal nostro inviato Paolo MastrolilliCHARLESTON — Casa Bianca e Pentagono sono stati molto espliciti: gli 85 obiettivi colpiti venerdì sera in Iraq e Siria sono solo l’inizio di una campagna che infatti è già proseguita ieri con nuovi raid nello Yemen contro gli Houti. Lo scopo immediato è convincere l’Iran e i suoi alleati a smettere gli attacchi contro i soldati americani in Medio Oriente, ma le operazioni decise da Biden hanno l’obiettivo più ambizioso di lungo termine di favorire la realizzazione della sua dottrina, che come ha scritto Thomas Friedman sul New York Times si basa su tre pilastri: isolamento di Teheran; creazione dello Stato palestinese; accordo con l’Arabia Saudita per un nuovo sistema di sicurezza regionale, che passi per la normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico e la sua accettazione da parte di tutti i paesi arabi sunniti.
Visti in questo quadro, i raid di venerdì non sono semplicemente la rispos…
CHARLESTON — Casa Bianca e Pentagono sono stati molto espliciti: gli 85 obiettivi colpiti venerdì sera in Iraq e Siria sono solo l’inizio di una campagna che infatti è già proseguita ieri con nuovi raid nello Yemen contro gli Houti. Lo scopo immediato è convincere l’Iran e i suoi alleati a smettere gli attacchi contro i soldati americani in Medio Oriente, ma le operazioni decise da Biden hanno l’obiettivo più ambizioso di lungo termine di favorire la realizzazione della sua dottrina, che come ha scritto Thomas Friedman sul New York Times si basa su tre pilastri: isolamento di Teheran; creazione dello Stato palestinese; accordo con l’Arabia Saudita per un nuovo sistema di sicurezza regionale, che passi per la normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico e la sua accettazione da parte di tutti i paesi arabi sunniti.
Visti in questo quadro, i raid di venerdì non sono semplicemente la risposta all’attacco che la settimana scorsa aveva ucciso tre soldati americani in Giordania, diventata comunque irrinunciabile per gli Usa. Rappresentano invece un elemento di una strategia complessiva, finalizzata a evitare l’allargamento del conflitto e sfruttarlo per ricostruire gli equilibri, creando le condizioni per una stabilità mai vista prima in Medio Oriente. Molto difficile, certo. Ma se il progetto riuscisse potrebbe rappresentare una svolta epocale, capace anche di superare le critiche interne a Biden e favorirne la rielezione.
Pochi minuti dopo che gli aerei impegnati nei bombardamenti di venerdì erano tornati al sicuro, inclusi i supersonici B-1 decollati dal Texas, la Casa Bianca ha organizzato un briefing con il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale John Kirby e il direttore delle operazioni presso gli Stati Maggiori Riuniti, generale Douglas Sims. Una conversazione on the record, ossia ufficiale e riportabile, e anche questo era un segnale nel protocollo americano, perché Washington voleva essere molto chiara e diretta nello spiegare al mondo la logica delle sue decisioni.
Il primo punto chiarito in maniera inequivocabile è che «è solo l’inizio. Ci saranno altre operazioni». I due non hanno spiegato dove e quando, perché non si telegrafano i piani, ma i raid avverranno. Infatti ieri il Pentagono ha colpito di nuovo lo Yemen, per convincere gli Houti appoggiati dall’Iran a smettere le aggressioni contro i cargo civili nelle acque del Mar Rosso. Lunedì Biden ha approvato una campagna complessiva in fasi, come peraltro era stato anticipato dallo stesso Kirby, che ora andrà avanti.
Il secondo punto è che sono stati presi di mira solo obiettivi militari, usati negli attacchi contro le truppe americane nella regione. E questo per due motivi: ridurre le capacità operative dei nemici per nuovi assalti, e lanciare un messaggio all’Iran. Senza correre il rischio di provocare un conflitto diretto con Teheran, colpendo il suo territorio, ma dimostrando che Washington potrebbe farlo quando vuole, come conferma l’impiego dei B-1. Ieri infatti gli ayatollah hanno condannato i raid, evitando però di minacciare l’escalation. Se è vero che capiscono solo la forza, come sostengono i falchi, questa potrebbe essere una prima conferma.
Kirby ha chiarito che prima dei raid il governo iracheno era stato informato, ma non è avvenuta alcuna comunicazione diretta o indiretta con la Repubblica islamica. Il messaggio sta nelle azioni, che sono state le più potenti dall’intervento del 2011 in Libia, ma non hanno violato i confini iraniani.
Il terzo punto riguarda lo scopo della campagna decisa da Biden. Kirby e Sims hanno chiarito che solo una cosa può fermare i prossimi raid già decisi: la fine di tutte le aggressioni contro le truppe americane in Medio Oriente. Questo è ovviamente un obiettivo importante, perché Biden non può permettersi di andare ad accogliere altre bare di soldati americani nella base di Dover, però non è fine a se stesso. Si inquadra infatti nella strategia generale che sta cercando di attuare, per sfruttare la guerra a Gaza come l’opportunità per ridisegnare gli equilibri politici dell’intera regione. Gli analisti sono convinti che la strage del 7 ottobre sia stata fomentata dall’Iran per far saltare l’accordo tra Arabia e Israele. Per rilanciarlo, e realizzare il piano regionale del presidente, è necessario impedire a Teheran di mettersi ancora di traverso; e la forza serve anche a questo scopo.