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Filippine, è guerra aperta tra i Marcos e i Duterte, le due dinastie politiche più potenti del Paese

(reuters)
L’ex presidente minaccia la secessione di Mindanao se il suo successore, figlio dell’ex dittatore Ferdinand Marcos, modificherà la Costituzione del 1987
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PECHINO - Da “Marcos è un drogato” alle minacce secessioniste. Nelle Filippine è esplosa la guerra tra i leader delle due dinastie più potenti del Paese: tra il presidente in carica e il suo predecessore Rodrigo Duterte. Dopo che la settimana scorsa la loro alleanza si è disintegrata a causa delle divergenze su come modificare la Costituzione, l’ex leader di Manila ha iniziato a rincarare la dose. Il 30 gennaio Duterte ha paventato l'indipendenza dell'isola di Mindanao, sua regione natale, nel Sud del Paese, se Ferdinand Marcos Jr procederà con i piani di modifica della Carta del 1987.

Oggi è dovuto intervenire il ministro della Difesa Gilberto Teodoro per placarlo affermando che va garantita “la sovranità dello Stato e l'integrità del territorio nazionale”, unendosi così al coro di funzionari della sicurezza che si sono impegnati nei giorni scorsi a difendere la nazione dalle minacce secessioniste di Duterte. Domenica era stato il consigliere per la sicurezza nazionale Eduardo Año a …

PECHINO - Da “Marcos è un drogato” alle minacce secessioniste. Nelle Filippine è esplosa la guerra tra i leader delle due dinastie più potenti del Paese: tra il presidente in carica e il suo predecessore Rodrigo Duterte. Dopo che la settimana scorsa la loro alleanza si è disintegrata a causa delle divergenze su come modificare la Costituzione, l’ex leader di Manila ha iniziato a rincarare la dose. Il 30 gennaio Duterte ha paventato l'indipendenza dell'isola di Mindanao, sua regione natale, nel Sud del Paese, se Ferdinand Marcos Jr procederà con i piani di modifica della Carta del 1987.

Oggi è dovuto intervenire il ministro della Difesa Gilberto Teodoro per placarlo affermando che va garantita “la sovranità dello Stato e l'integrità del territorio nazionale”, unendosi così al coro di funzionari della sicurezza che si sono impegnati nei giorni scorsi a difendere la nazione dalle minacce secessioniste di Duterte. Domenica era stato il consigliere per la sicurezza nazionale Eduardo Año a dichiarare che il governo nazionale "non esiterà a usare la sua autorità e le sue forze per sedare e fermare ogni tentativo di smembrare la Repubblica”.

Marcos Jr ha appoggiato gli interventi di revisione delle disposizioni economiche della Costituzione per stimolare l’economia filippina, in particolare per quanto riguarda la proprietà straniera in settori chiave cercando di attirare investimenti e dare il via a nuovi progetti, ma Duterte - padre della vicepresidente in carica Sara - lo ha accusato di cercare di modificare la Carta per prolungare la sua permanenza al potere, attualmente limitata ad un solo mandato di sei anni. La Costituzione entrò in vigore un anno dopo le rivolte di piazza che portarono alla cacciata - dopo 20 anni al potere - del dittatore Ferdinand Marcos, padre dell’attuale presidente. Le minacce di secessione di Duterte - sostiene il governo - rischiano di vanificare gli sforzi per porre fine a decenni di conflitto armato a Mindanao, la seconda isola più grande delle Filippine.

Nel 2014 l’allora governo del presidente Benigno Aquino raggiunse un accordo di pace con il più grande gruppo di ribelli musulmani della regione, il Fronte di Liberazione Islamico Moro, dopo decenni di scontri in cui vennero uccise 200mila persone. Prima della minaccia della secessione, erano arrivati gli insulti. Con Duterte che dava a Marcos del “tossicodipendente" e con il presidente che rispondeva “parla così perché è sotto effetto di fentanyl”. I due hanno attirato migliaia di sostenitori in comizi separati due domeniche fa, sottolineando una crescente spaccatura che ha già mandato in frantumi l'alleanza che portò alla schiacciante vittoria nelle elezioni del 2022: due anni fa il matrimonio politico tra due delle dinastie più potenti del Paese, con Sara Duterte che si candidò come vice di Marcos, mossa che consentì a quest’ultimo di sfruttare l'enorme base di sostegno dei Duterte e di suggellare il ritorno in scena della sua famiglia ormai in disgrazia.

"Signor presidente, potrebbe finire per seguire le orme di suo padre", le parole di Duterte durante il suo comizio, minacciando - nemmeno troppo velatamente - il leader in carica. I dissidi tra i due iniziarono già un anno fa dopo che il leader aveva rafforzato i legami con gli Stati Uniti, concedendo a Washington un maggiore accesso alle basi filippine, allontanandosi dalla virata verso la Cina compiuta da Duterte. Marcos Jr ha anche cercato di rilanciare i negoziati di pace con i ribelli comunisti, che il suo predecessore aveva abbandonato e che Sara Duterte ha descritto come un "accordo con il diavolo”.

Lo scorso novembre, poi, Marcos Jr aveva annunciato che stava pensando di far rientrare le Filippine nella Corte penale internazionale: fu Duterte a ritirare l’adesione nel 2018 dopo che il procuratore della Corte aveva annunciato un esame preliminare sulle migliaia di uccisioni durante la “guerra alla droga” dell’ex presidente. Un paio di settimane fa Marcos Jr sembra però averci ripensato: "Il governo non muoverà un dito per aiutare qualsiasi indagine condotta dalla Corte".

La guerra con Duterte doveva però ancora entrare nel vivo. Le Filippine terranno le elezioni di metà mandato nel 2025 per scegliere la metà del Senato, eleggere i membri del Congresso e i funzionari locali. Se i candidati sostenuti da Marcos dovessero perdere, il suo programma di governo sarà seriamente a rischio. A Manila la campagna elettorale è già cominciata: tra accuse incrociate di droga e minacce di secessione.

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