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Il calvario di Avdiivka. Così la cittadina del Donbass è diventata il simbolo della riscossa russa

Gli uomini di Putin sono a un passo dalla sua conquista, dopo mesi di combattimenti furibondi. Con conseguenze militari, politiche e diplomatiche
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La morsa russa si sta chiudendo intorno ad Avdiivka, trasformando la cittadina del Donbass nel cuore della battaglia politicamente più rilevante di questa fase della guerra. La sua caduta avrebbe effetti importanti sia sullo scontro di potere in corso a Kiev, sia sui disegni di Putin. Ma dal punto di vista strategico le sorti di Avdiivka testimoniano come sia Mosca oggi ad avere l’iniziativa sul terreno, scegliendo dove si giocano i destini del conflitto.

L’assalto a sorpresa

Quella contro la città è stata la prima offensiva in grande stile organizzata dai russi in oltre un anno. A sorpresa a metà ottobre hanno lanciato colonne di mezzi corazzate contro le difese ucraine, travolgendo alcuni capisaldi. La reazione è stata violenta, provocando la distruzione di centinaia di blindati in pochi giorni. Ma l’attacco non si è fermato. Nonostante le perdite record, il generale Gerasimov ha continuato a gettare altre truppe nella mischia. Gli ucraini hanno trasferito reparti scelti dal fronte …

La morsa russa si sta chiudendo intorno ad Avdiivka, trasformando la cittadina del Donbass nel cuore della battaglia politicamente più rilevante di questa fase della guerra. La sua caduta avrebbe effetti importanti sia sullo scontro di potere in corso a Kiev, sia sui disegni di Putin. Ma dal punto di vista strategico le sorti di Avdiivka testimoniano come sia Mosca oggi ad avere l’iniziativa sul terreno, scegliendo dove si giocano i destini del conflitto.

L’assalto a sorpresa

Quella contro la città è stata la prima offensiva in grande stile organizzata dai russi in oltre un anno. A sorpresa a metà ottobre hanno lanciato colonne di mezzi corazzate contro le difese ucraine, travolgendo alcuni capisaldi. La reazione è stata violenta, provocando la distruzione di centinaia di blindati in pochi giorni. Ma l’attacco non si è fermato. Nonostante le perdite record, il generale Gerasimov ha continuato a gettare altre truppe nella mischia. Gli ucraini hanno trasferito reparti scelti dal fronte Sud, decretando la fine dei tentativi di sfondare la linea difensiva e puntare verso la Crimea. I combattimenti sono stati sanguinosi per entrambi i contendenti, con una differenza: l’esercito di Kiev in questo momento è a corto di uomini e fatica a trovare riserve per sostenere la resistenza. E soprattutto sta esaurendo le munizioni: il blocco dei rifornimenti americani riduce drasticamente il volume di fuoco dei suoi cannoni.

Putin non ha questi problemi. Scaglia ondate inesauribili di fanti e tank. La sua artiglieria, grazie alle consegne nordcoreane e all’aumento della produzione nazionale, ha abbondanza di colpi: spara senza sosta. In più i cacciabombardieri Sukhoi sganciano da distanza di sicurezza le bombe di precisione da mezza tonnellata: ognuna demolisce un palazzo. Finora ne sono state contate seicento: Avdiivka, che un tempo aveva 30 mila abitanti, è stata rasa al suolo e appare spettrale.

La lotta tra le case

I russi non si limitano a far pesare la massa. Hanno imparato dagli errori del passato, in tutti i campi. Ad esempio, hanno creato squadre speciali che danno la caccia agli operatori che guidano i droni: appena viene individuata un’antenna che spunta da un edificio, la distruggono. E così privano i difensori dello strumento più importante, il solo che può compensare il deficit dell’artiglieria. Due settimane fa l’ennesimo assalto è riuscito a penetrare nella periferia meridionale. Poi nel weekend si sono mossi nei sobborghi a Nord: hanno sfruttato il maltempo e le nevicate per aggirare i fortini ucraini e si sono trincerati nelle rovine delle palazzine. Adesso sono a meno di un chilometro e mezzo dal centro. Ma soprattutto sono arrivati a poche centinaia di metri dall’unica strada che permette ancora di trasportare cibo, proiettili e rinforzi.

Ora la lotta casa per casa favorisce i russi, perché non sono più esposti nella campagna senza ripari: si stanno ripetendo le stesse condizioni che un anno fa hanno permesso alla Wagner di espugnare Bakhmut. In maniera apparentemente sorprendente, l’allarme sulla crisi viene diffuso soprattutto dalle fonti indipendenti ucraine. Descrivono l’esaurimento della 110ma brigata, a cui è affidata la resistenza: è in prima linea da quasi due anni e da settimane non riceve rimpiazzi. Evidenziano la carenza di munizioni e il comportamento dei comandanti, che trasmettono solo notizie rassicuranti ai superiori. Con patriottismo, sostengono che la situazione che non è irrecuperabile: basterebbe trasferire reparti scelti per contrattaccare.

Le risorse umane

Il problema è che Mosca tiene sotto pressione tutto il fronte, da Nord a Sud: ci sono decine di offensive locali, che cercano di individuare i punti deboli su una linea estesa per circa ottocento chilometri. Kiev ha logorato le sue unità migliori nell’attacco estivo tra Zaporizhzhia e il Dnipro, dove mantiene a caro prezzo una testa di ponte sulla riva orientale, e non ha più risorse umane per tamponare le falle.

Ed ecco che la questione diventa politica. La mobilitazione di un altro mezzo milione di uomini è bloccata da quasi due mesi dal braccio di ferro tra il presidente Zelensky e il capo delle forze armate Zaluzhny. Dicono che Zelensky tema la popolarità del generale e ne abbia deciso la rimozione già da giorni, cosa che ha sostanzialmente confermato nell’intervista al Tg1. La sfida è stata condotta sul tema dei nuovi arruolamenti, giudicata urgente dal vertice militare proprio per fronteggiare l’aggressività degli invasori e la loro superiorità numerica mentre il governo non la considera prioritaria: il Paese ha già oltre oltre un milione di persone in armi.

Lo scontro politico

Dietro le quinte anche le sorti di Avdiivka incideranno su questo duello. L’eventuale caduta della città ricadrà sul generale, responsabile operativo della difesa? Diverse fonti ritengono che Zaluzhny fosse contrario alla resistenza ad oltranza, valutando che la posizione seppur importante non giustificasse il sacrificio di tanti soldati esperti: sono già state allestite trincee e bunker per impedire sfondamenti in profondità. E’ la stessa linea che avrebbe espresso nel caso di Bakhmut, priva di rilevanza strategica. In entrambi i casi avrebbe prevalso invece il parere del generale Syrsky, numero uno dell’esercito, che ha avuto il pieno sostegno di Zelensky: non a caso, Syrsky oggi è indicato come candidato a sostituire il comandante in capo.

Nei suoi recenti interventi sull’Economist e sulla Cnn, Zaluzhny ha presentato una visione militare chiara: per vincere bisogna cambiare modo di combattere, innovando tattiche e strumenti, perché se si accetta una guerra di logoramento la superiorità delle risorse russe finirà per avere il sopravvento. Propugna una rivoluzione che richiede più addestramento, più tecnologie e più mobilità ma darà risultati solo nel 2025. In quest’ottica, battaglie come quella di Bakhmut o di Avdiivka sono uno spreco di vite e mezzi che l’Ucraina non può più permettersi. La presidenza però non può accettare la ritirata, perché sarebbe interpretata come un segnale di debolezza agli occhi della popolazione e del mondo, proprio nel momento in cui l’attenzione internazionale sul conflitto sta calando. Ed è verosimile che farà di tutto per contrastare l’avanzata russa. A meno che, con un calcolo machiavellico, non gli convenga un’eroica disfatta da addossare all’alto comando per concretizzare la purga.

Il piano di Mosca

A Mosca invece il potere è monolitico. Il Cremlino vuole prendere Avdiivka per vantare il primo vero successo militare dall’estate 2022: la conquista di Bakhmut infatti fu monopolizzata da Evgenij Prigozhin come una vittoria personale della sua Wagner. Per Putin sarebbe il trofeo da esibire nella corsa per le presidenziali, sostenendo di avere strappato un pezzo del Donbass al nemico e di avergli sottratto una base da cui bersagliava Donetsk e i quartieri filorussi. Allo stesso tempo, Avdiivka può essere il volano per intensificare la spinta diplomatica verso un cessate il fuoco che gli consegni i territori occupati: il nuovo Zar sogna di far leva sulla campagna elettorale americana e sulle titubanze europee per cercare di piegare Kiev a un compromesso. Sente che il clima è mutato e le sue capacità belliche crescono, ma in questo momento ha interesse a chiudere gli scontri e fermare la carneficina del suo popolo prima che diventi insostenibile. Non cerca la fine della guerra, ma una pausa per accumulare più forza.

Per questo Avdiivka adesso è un simbolo. Putin non ci rinuncerà e nei prossimi giorni manderà avanti altri fanti, altri cacciabombardieri, altri blindati. Non è escluso che per complicare la reazione ucraina ordini assalti contemporanei su Marinka, poco più a Sud, e Klischiivka, poco più a nord. Il presidente Zelensky deve decidere se accettare il duello, mettendo in campo le riserve scelte con i tank Leopard. Oppure perdere la città, ritirandosi o abbandonandola a una lenta agonia che salvi l’onore ma condanni alcune migliaia di combattenti.

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