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Tregua, il negoziato più duro: Netanyahu dice no ad Hamas

(ansa)

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I miliziani accettano l’accordo di Parigi ma aggiungono condizioni irricevibili per Israele. Il premier minaccia di invadere Rafah. Blinken: Trattate ancora”. L’idea di recludere Sinwar in Algeria per chiudere la guerra
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Alla fine i negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, nella loro forma più vera e dopo essere passati tra le mani di mille negoziatori, del Mossad, del Qatar, dell’Egitto e dell’amministrazione Biden, si riducono a questo: a una sfida diretta tra il capo di Hamas a Gaza, Yahia Sinwar, e il primo ministro israeliano Netanyahu. Questo spiega perché ora, con le trattative entrate probabilmente nella fase finale, le richieste invece che scendere di livello diventano più ambiziose e complicate da accettare: sono passati 11 giorni dal tavolo di Parigi e la controproposta consegnata martedì da Hamas sembrava scritta come se nel frattempo non ci fosse stata alcuna trattativa.

Ieri mattina la bozza ha cominciato a circolare. Ritiro dell’esercito israeliano da Gaza, inizio della ricostruzione, riapertura dei valichi come prima, divieto di accesso per gli ebrei alla Spianata delle moschee a Gerusalemme, quattro mesi e mezzo di cessate il fuoco che preludono a una fine perman…

Alla fine i negoziati per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, nella loro forma più vera e dopo essere passati tra le mani di mille negoziatori, del Mossad, del Qatar, dell’Egitto e dell’amministrazione Biden, si riducono a questo: a una sfida diretta tra il capo di Hamas a Gaza, Yahia Sinwar, e il primo ministro israeliano Netanyahu. Questo spiega perché ora, con le trattative entrate probabilmente nella fase finale, le richieste invece che scendere di livello diventano più ambiziose e complicate da accettare: sono passati 11 giorni dal tavolo di Parigi e la controproposta consegnata martedì da Hamas sembrava scritta come se nel frattempo non ci fosse stata alcuna trattativa.

Ieri mattina la bozza ha cominciato a circolare. Ritiro dell’esercito israeliano da Gaza, inizio della ricostruzione, riapertura dei valichi come prima, divieto di accesso per gli ebrei alla Spianata delle moschee a Gerusalemme, quattro mesi e mezzo di cessate il fuoco che preludono a una fine permanente della guerra. Se cominciasse oggi terminerebbe a fine giugno. È chiaro che il gruppo palestinese conta su un fattore inerziale: quella che comincia come una tregua, diventerà poi una pace permanente, con l’aiuto delle piazze arabe e dell’opinione pubblica globale. Non si parla del dopo. In pratica Hamas chiede la vittoria in cambio della liberazione degli ostaggi israeliani, il cui numero si assottiglia sempre di più. E fa affidamento sulla pressione nei confronti di Netanyahu della piazza dei parenti degli ostaggi.

Sono passati due mesi dal primo cessate il fuoco, che durò per una settimana, e nella bozza di Hamas il rapporto tra ostaggi israeliani liberati e prigionieri palestinesi da scarcerare si è alzato: era uno in cambio di tre, adesso è uno in cambio di quindici. Millecinquecento in totale, dei quali 500 scelti da una lista di nomi di condannati all’ergastolo. Anche se la situazione sul terreno è cambiata perché il gruppo palestinese, che oppone una resistenza formidabile, ha perso una parte importante del suo territorio.

A dicembre gli israeliani non avevano ancora occupato molte aree di Gaza City e la seconda città della Striscia, Khan Yunis. Pur con meno terreno, Hamas non cerca il compromesso, alza il prezzo dello scambio, non vuole un incontro a metà strada nei negoziati perché sa che dopo questo negoziato non ce ne saranno altri. L’esercito israeliano è alle porte di Rafah, dove in condizioni disastrose, da catastrofe umanitaria, un milione e mezzo di sfollati palestinesi sopravvive giorno dopo giorno a ridosso del confine con l’Egitto. Dopo Rafah per Hamas non ci sono più altri luoghi da perdere. Il resto della Striscia è un panorama lunare devastato dai raid aerei di Israele.

Netanyahu risponde alla proposta di Hamas con un rifiuto plateale in conferenza stampa. Davanti ai media israeliani annuncia che le truppe stanno per entrare a Rafah e che «la vittoria assoluta è a portata di mano. Arrendersi alle richieste di Hamas sarebbe un disastro». E non si capisce quanto bluffa per prolungare il negoziato e quanto fa sul serio. Fin dall’inizio, dice, «ho posto come obiettivo della guerra la vittoria assoluta e non accetterò nulla di meno». E ancora: «La resa alle richieste di Hamas non porterà al rilascio delle persone rapite e la pressione militare è una condizione per raggiungere questo obiettivo. Non è possibile parlare di vittoria se a Gaza ci sarà ancora Hamas».

Si rivolge anche a Blinken, il segretario di Stato americano che ieri era in Israele, dopo una tappa al Cairo e un’altra in Qatar. «Ho detto a Blinken che siamo vicini alla vittoria, e questa vittoria è per tutti e avrà ripercussioni in Medio Oriente. L’ho informato che Gaza deve essere smilitarizzata e che la presenza israeliana sarà la garanzia». Poco dopo Adina Moshe, una ex sequestrata israeliana, piange davanti ai giornalisti e si appella al primo ministro: «I miei amici sono ancora là. Mi rivolgo a te, Netanyahu, è tutto nelle tue mani. Se continui nel tuo tentativo di distruggere Hamas, non ci saranno più ostaggi da salvare».

Dopo Netanyahu ha parlato Blinken, per il quale i negoziati devono proseguire: «Nella risposta di Hamas ci sono elementi inaccettabili, ma c’è ancora spazio per le trattative». Il capo della diplomazia statunitense ha ammonito Israele: «La disumanizzazione del 7 ottobre non disumanizzi la risposta». E ha annunciato una missione Onu nel Nord della Striscia per verificare le condizioni dei civili. Un elemento di pressione per Israele.

Fonti di Repubblica dicono che Blinken sarebbe pronto, in questo suo giro di negoziati, a una visita ad Algeri – in vista di un possibile esilio algerino per Yahia Sinwar. L’offerta di una via d’uscita ai leader di Hamas nella Striscia in cambio della capitolazione è un’idea che circola fin dall’inizio del conflitto. Ieri l’americano ha fatto una telefonata al ministro degli Esteri dell’Algeria, Ahmed Attaf, per parlare «della situazione a Gaza», recita una nota diplomatica algerina.

All’inizio di febbraio il capo delle relazioni internazionali di Hamas, Bassem Naim, lo stesso emissario che era volato a Mosca a fine ottobre, è apparso ad Algeri per cinque giorni e ha parlato con il capo del Senato, Saleh Goudjil, e con altri. L’altra guerra lunga di Israele, l’invasione del Libano all’inizio degli anni Ottanta, finì con l’esilio in Tunisia dei leader e dei combattenti palestinesi dell’Olp.

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