Esteri

Pakistan al voto, Imran Kahn in testa a sorpresa: il governo sospende la diffusione dei risultati, reparti antisommosa nelle strade

Pakistan al voto, Imran Kahn in testa a sorpresa: il governo sospende la diffusione dei risultati, reparti antisommosa nelle strade
(afp)

Secondo dati non ancora ufficiali, il suo partito avrebbe ottenuto 140 seggi su 266, con ampio margine per governare senza coalizioni

3 minuti di lettura

PARAMANKENI (India) – Le hanno provate tutte contro l’ex primo ministro Imran Khan, i militari che manovrano le leve del potere in Pakistan. Hanno fatto pressioni per costringerlo a dimettersi, sono riusciti a farlo arrestare, lo hanno fatto imprigionare e condannare, gli hanno fatto togliere il diritto di candidarsi alle elezioni, proibendogli anche l’utilizzo del simbolo della mazza da cricket sulle schede elettorali. Il suo partito, il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti), è stato costretto a presentarsi con la sigla IND, indipendente. Eppure ha raccolto un’ondata di voti inaspettata.

Secondo dati non ancora ufficiali, il partito di Khan avrebbe ottenuto 140 seggi su 266, con ampio margine per governare senza coalizioni. Ma nella notte è stato sospeso l’annuncio ufficiale dei risultati e le strade delle grandi città pachistane si sono riempite di forze di sicurezza antisommossa, di fronte alle folle pro-Khan accorse a fare la guardia ai seggi elettorali per contenere i brogli. Con risultati così schiaccianti, se confermati, solo un golpe potrebbe cambiare le cose.

I candidati di Khan si danno da fare per settimane, nonostante il nucleo della leadership sia finito in carcere e migliaia di sostenitori siano stati intimiditi e arrestati alle manifestazioni. Eppure ce l’hanno fatta. Soprattutto grazie al lavoro dell’elettorato giovane. Se confermato, sarebbe uno smacco potente per le forze armate, nemesi del partito uscito vincente. Una situazione che rischia di creare nuove tensioni e crisi. Il tutto tra bombe telecomandate, attentati terroristici e sparatorie che il giorno prima delle elezioni hanno causato 26 morti rivendicati dall’Isis, e il giorno del voto, in 51 diversi assalti, hanno lasciato a terra 12 vittime e 39 feriti, in un contesto di tensione pericolosissima in questa potenza nucleare di 240 milioni di abitanti, prevalentemente musulmani.

All’apertura all’alba delle 90mila sezioni elettorali per scegliere 266 parlamentari tra 5000 candidati di 170 partili, le forze dell’ordine hanno interrotto i collegamenti Internet dei cellulari. Anche questo, secondo il partito dell’ex campione di cricket è stato un tentativo di soffocare il voto favorevole a Khan, che nei sondaggi risultava come il più amato dagli elettori. Chi guiderà il Pakistan, allora? Non, come sembrava scontato per molti, il redivivo ex primo ministro Nawaz Sharif. Redivivo perché, come tanti dei 29 premier che dopo 30 anni di dittatura si sono succeduti al governo, pur essendo stato primo ministro tre volte neanche Sharif è mai riuscito a terminare un mandato. Ma è nell’elenco dei fortunati. Almeno non è morto in un attentato. Se l’era cavata con una condanna a 10 anni per corruzione, sgattaiolando nel suo esilio di lusso a Londra.

L’estate scorsa, però, Imran Khan si è inimicato i militari, credendo di potercela fare senza il loro sostengo. Dopo aver schivato un paio di arresti è finito in prigione a fronteggiare una condanna dietro l’altra, mentre Sharif in autunno è rimpatriato dall’esilio in pompa magna, con imputazioni e condanne che scomparivano come d’incanto. Lo proponevano come il “salvatore della Patria,” nella narrativa ufficiale. Doveva essere il candidato vincente, quello che su cui puntavano i militari. Le previsioni erano che se la Lega musulmana per il Pakistan di Nawaz (Pmln-N partito di centro di Sharif) non avesse attirato abbastanza voti tra chi chiede stabilità affidandosi a un ex premier che in passato era riuscito a dare qualche speranza all’economia, avrebbe potuto formare una coalizione con l’attuale ministro degli Esteri pachistano, il figlio trentacinquenne di Benazir Bhutto, premier assassinata nel 2007. Il suo Partito popolare per il Pakistan (Ppp) di centro-sinistra avrebbe potuto appoggiare Sharif e formare un governo.

Le sfide economiche e politiche del disastrato Pakistan andrebbero affrontate con un governo forte, non tra mille diatribe parlamentari o tensioni con i militari. L’inflazione con picchi del 40% ha fatto soffrire molti, in questi anni post-pandemici, la crisi economica tra blackout frequenti e scarsità di carburante è pesante, mentre la violenta polarizzazione politica acuisce le tensioni nella società. Il nuovo governo si troverà di fronte a un dilemma, quello dei sussidi per carburante e agricoltura: tagliarli per un pacchetto di misure severe o rinnovarli e inimicarsi il Fondo monetario internazionale che puntella il Paese e i cui finanziamenti finiranno il mese prossimo? Arabia Saudita e Cina continueranno a venire in soccorso di un Paese in bancarotta senza stabilità politica?

Ciò in cui è difficile credere, con una situazione simile, è che le urne diano una soluzione. Lo scompaginamento politico resta forte, condito da pressioni dell’Isis, dei talebani pachistani del Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp) ringalluzziti dai soci tornati al potere in Afghanistan tre anni fa, e dove nel Baluchistan aumentano le tensioni con gli indipendentisti al confine iraniano.

I commenti dei lettori