L’Egitto pressa Hamas per l’intesa. Biden prova a frenare Netanyahu
di Daniele RaineriIn queste ore un lavoro diplomatico intenso tenta di fermare l’imminente invasione di Rafah da parte delle truppe israeliane, con il rischio di altre perdite gravissime fra i civili palestinesi, e di far tornare le parti – Israele e Hamas – al tavolo dei negoziati. L’Amministrazione americana fa pressione sul primo ministro israeliano Netanyahu. Ieri sera il presidente Biden lo ha sentito al telefono e gli ha ripetuto che «un’operazione militare a Rafah non dovrebbe cominciare senza un piano eseguibile e credibile per assicurare sicurezza e assistenza al milione e più di sfollati che si rifugiano lì», dice il comunicato diffuso dalla Casa Bianca. Fino a dicembre i due si telefonavano ogni due giorni, poi c’è stato un aumento rapido della frustrazione e della tensione, le telefonate sono diventate. Secondo il Washington Post di ieri, Biden «non è stato mai così vicino alla rottura con Netanyahu» e comincia a considerare l’idea di manifestare la sua frustrazione pubblicamente.
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In queste ore un lavoro diplomatico intenso tenta di fermare l’imminente invasione di Rafah da parte delle truppe israeliane, con il rischio di altre perdite gravissime fra i civili palestinesi, e di far tornare le parti – Israele e Hamas – al tavolo dei negoziati. L’Amministrazione americana fa pressione sul primo ministro israeliano Netanyahu. Ieri sera il presidente Biden lo ha sentito al telefono e gli ha ripetuto che «un’operazione militare a Rafah non dovrebbe cominciare senza un piano eseguibile e credibile per assicurare sicurezza e assistenza al milione e più di sfollati che si rifugiano lì», dice il comunicato diffuso dalla Casa Bianca. Fino a dicembre i due si telefonavano ogni due giorni, poi c’è stato un aumento rapido della frustrazione e della tensione, le telefonate sono diventate. Secondo il Washington Post di ieri, Biden «non è stato mai così vicino alla rottura con Netanyahu» e comincia a considerare l’idea di manifestare la sua frustrazione pubblicamente.
L’Egitto fa pressione su Hamas e avverte il gruppo palestinese che se non raggiungerà un accordo con Israele l’invasione di Rafah arriverà fra due settimane – e con essa anche la chiusura del valico dal quale passano gli aiuti umanitari. Martedì al Cairo ci sarà di nuovo un incontro fra il direttore della Cia William Burns, il capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamelil primo ministro del Qatar Mohammed Bin Abdul Rhaman al Thani e il direttore del Mossad David Barnea, il quartetto che si riunisce sempre prima delle svolte diplomatiche più importanti. Ha mediato il cessate il fuoco e l’accordo sugli ostaggi di novembre e si è riunito a Parigi a fine gennaio per trattare un nuovo patto, che però la settimana scorsa è saltato. Hamas ha fatto richieste irricevibili per gli israeliani – secondo i servizi segreti di Israele senza parlare con il capo a Gaza, Yahya Sinwar – e Netanyahu ha respinto l’accordo con una conferenza stampa molto dura. Adesso si torna al tavolo. Il governo egiziano tratta in queste ore anche con Israele, perché teme che centinaia di migliaia di palestinesi si riversino in preda al panico in Egitto e che poi restino per sempre fuori da Gaza.
La relatrice Onu sulle violazioni del diritto internazionale nei Territori palestinesi, Francesca Albanese, ha scritto su X che le vittime dell’attacco del 7 ottobre non sono state uccise a causa dell’antisemitismo ma come risposta all’oppressione israeliana. Il governo francese, che era il destinatario del commento, ha ribadito che il 7 ottobre è stato «il più grande massacro antisemita del nostro secolo».