Tra Israele e Hamas il negoziato più difficile. Il Cairo: “Colloqui positivi”
dal nostro inviato Daniele RaineriTEL AVIV – Tutto passa per i negoziati in corso in queste ore al Cairo e il segno di quanto sono importanti è che fino a ieri per rappresentare Israele si presentava soltanto il direttore del Mossad, David Barnea, ma adesso si sono uniti anche Ophir Falk, consigliere del primo ministro Netanyahu, e il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, Ronen Bar. I vertici dell’apparato di sicurezza israeliano sono in una capitale araba per venire a capo della situazione. Per Hamas, che non partecipa direttamente al negoziato del Cairo ma parla attraverso il Qatar, si è presentato Khalil al Hayya, che è il vice del capo di Hamas dentro Gaza, Yahya Sinwar, e ha partecipato a molti negoziati. Ieri, dopo il primo round, fonti egiziane parlavano di “colloqui positivi”.
Secondo l’intelligence israeliana Sinwar non è riuscito a comunicare con il resto del gruppo e in particolare con l’ala esterna, che vive da anni in esilio in Qatar, per almeno dieci giorni, che coincidono con l’ult…
TEL AVIV – Tutto passa per i negoziati in corso in queste ore al Cairo e il segno di quanto sono importanti è che fino a ieri per rappresentare Israele si presentava soltanto il direttore del Mossad, David Barnea, ma adesso si sono uniti anche Ophir Falk, consigliere del primo ministro Netanyahu, e il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, Ronen Bar. I vertici dell’apparato di sicurezza israeliano sono in una capitale araba per venire a capo della situazione. Per Hamas, che non partecipa direttamente al negoziato del Cairo ma parla attraverso il Qatar, si è presentato Khalil al Hayya, che è il vice del capo di Hamas dentro Gaza, Yahya Sinwar, e ha partecipato a molti negoziati. Ieri, dopo il primo round, fonti egiziane parlavano di “colloqui positivi”.
Secondo l’intelligence israeliana Sinwar non è riuscito a comunicare con il resto del gruppo e in particolare con l’ala esterna, che vive da anni in esilio in Qatar, per almeno dieci giorni, che coincidono con l’ultimo round di negoziati fallito, quello che si è chiuso una settimana fa con la conferenza stampa di Netanyahu che annunciava “la vittoria totale è a portata di mano”. E proprio durante questa assenza di Sinwar – se vogliamo dare retta all’informazione fornita dall’intelligence israeliana – l’ala esterna di Hamas ha presentato una proposta che conteneva richieste considerate così eccessive da uccidere subito il negoziato, perché in pratica l’accordo prevedeva che Israele fermasse tutte le operazioni e si ritirasse in modo completo e irreversibile dalla Striscia.
Il Wall Street Journal in quei giorni aveva notato che c’era una spaccatura fra l’ala di Hamas che combatte dentro Gaza, è esposta alla violenza dell’invasione israeliana e vuole arrivare a un accordo e l’ala esterna, quella di Ismail Haniyeh, che invece mira alto, fa richieste molto impegnative e non vuole cedere a compromessi. C’è da chiedersi, se questo quadro è corretto, se la proposta fatta da Hamas lunedì 5 febbraio (e subito respinta) rappresentasse davvero anche la posizione di Sinwar e degli uomini di Hamas dentro Gaza.
Tutto passa per i negoziati del Cairo in questi giorni perché nella Striscia c’è uno stallo alle porte della città di Rafah, dove un milione e mezzo di civili palestinesi teme un attacco di terra israeliano – senza prima un’evacuazione di massa potrebbe diventare un bagno di sangue, anche peggiore di quello visto in questi centotrenta giorni cominciati il 7 ottobre. L’Amministrazione Biden chiede a Netanyahu un piano eseguibile e credibile per spostare i civili, ma il piano non è ancora arrivato. “Pensiamo che un’operazione militare dentro Rafah in questo momento e in queste circostanze sarebbe un disastro e non la appoggiamo”, ha detto ieri il portavoce della Casa Bianca, John Kirby.
Ieri sono cominciate a circolare indiscrezioni sul fatto che la Casa Bianca avrebbe aperto da tempo indagini per stabilire se Israele abbia commesso crimini di guerra dentro alla Striscia di Gaza. Considerato che in questi giorni tutto fa parte del negoziato e ogni metodo per esercitare pressione è lecito, anche queste fughe di notizie potrebbero far parte dei segnali mandati a Netanyahu. E persino la Cina, tra molte altre voci, ha detto che “l’operazione di Israele a Rafah deve finire il prima possibile”, che è una presa di posizione molto forte perché di solito Pechino aderisce al principio di non interferenza.
La Francia si è unita agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna e ha imposto sanzioni contro 28 estremisti israeliani che hanno commesso violenze – definite “in crescita e inaccettabili” – contro i palestinesi in Cisgiordania.