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I gurkha di Putin: Mosca arruola migliaia di nepalesi

Quasi 14mila volontari, quasi sempre ex contractor della Nato in Afghanistan, mandati al fronte in Ucraina: gli vengono promessi 2.000 dollari al mese, ma alle famiglie dei caduti non resta nulla
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L’ultima leva della legione straniera di Putin è formata da antichi guerrieri: i nepalesi, che per due secoli hanno alimentato le truppe gurkha della corona britannica. Combattenti con una resistenza fisica straordinaria, rodata dalla vita ad alta quota delle loro montagne come lo sono stati i lanzichenecchi bavaresi o gli svizzeri del passato. E celebri pure per il senso del dovere, che li rende fedeli fino alla morte a chi li ingaggia: persino il principe Harry aveva una scorta di gurkha durante la sua missione da ufficiale in Afghanistan nel 2007. Oggi l’esercito britannico ne ha ancora in servizio 1.400, mentre un’altra brigata protegge la famiglia del Sultanato del Brunei. Ma il vero Eldorado per questi soldati di ventura è stato l’Afghanistan: si stima che nel ventennio di presenza occidentale quasi 34 mila nepalesi abbiano trovato un impiego come guardie di sicurezza, occupandosi della protezione di uffici della cooperazione, o direttamente come contractor per gli Stati Uniti.

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L’ultima leva della legione straniera di Putin è formata da antichi guerrieri: i nepalesi, che per due secoli hanno alimentato le truppe gurkha della corona britannica. Combattenti con una resistenza fisica straordinaria, rodata dalla vita ad alta quota delle loro montagne come lo sono stati i lanzichenecchi bavaresi o gli svizzeri del passato. E celebri pure per il senso del dovere, che li rende fedeli fino alla morte a chi li ingaggia: persino il principe Harry aveva una scorta di gurkha durante la sua missione da ufficiale in Afghanistan nel 2007. Oggi l’esercito britannico ne ha ancora in servizio 1.400, mentre un’altra brigata protegge la famiglia del Sultanato del Brunei. Ma il vero Eldorado per questi soldati di ventura è stato l’Afghanistan: si stima che nel ventennio di presenza occidentale quasi 34 mila nepalesi abbiano trovato un impiego come guardie di sicurezza, occupandosi della protezione di uffici della cooperazione, o direttamente come contractor per gli Stati Uniti.

Un esercito senza lavoro

La ritirata da Kabul li ha lasciati disoccupati, in una nazione poverissima che offre poche alternative all’emigrazione. Un’occasione che i russi, alle prese con la carneficina in Ucraina, non si sono lasciati sfuggire. Mosca ha cercato di ingaggiare volontari un po’ ovunque, puntando all’inizio soprattutto su siriani e cubani. Ma questi reduci abituati a deserti o foreste tropicali hanno dato pessima prova nelle trincee gelate del Donbass. Ed ecco l’idea di rivolgersi ai nepalesi, abituati a ogni clima: nella Seconda guerra mondiale i gurkha erano sia a El Alamein sia nelle montagne innevate della Linea Gotica.

Il Cremlino non li ha reclutati direttamente. Si sono mossi attraverso piccole società locali che ufficialmente procurano manodopera per i Paesi arabi, poi dagli Emirati o dall’India avveniva il viaggio per Mosca. Il contratto prevede duemila dollari al mese, una cifra cento volte superiore al migliore stipendio in patria, e una corsia preferenziale per ottenere il passaporto russo. In genere dopo due settimane di addestramento, venivano spediti al fronte. Dalla primavera 2023 i fanti asiatici sono stati segnalati con sempre maggiore frequenza nelle battaglie più sanguinose, come a Bakhmut o sulle rive del Dnipro. Il governo di Kathmandu sostiene che siano partiti in duecento e almeno tredici siano stati uccisi, ma i numeri sembrano essere molto più alti. Il parlamentare d’opposizione ed ex ministro degli Esteri, Bimala Rai Paudyal, ha dichiarato che 14 mila suoi concittadini starebbero combattendo per Mosca. L’attivista politica Kritu Bhandari ha raccolto l’appello di duemila famiglie che da mesi non riescono a mettersi in contatto con i loro uomini arruolati dall’esercito russo.

Il dramma delle famiglie

Alcune storie dei reduci cominciano a emergere. Ramchandra Khadka, 37 anni, è tornato a casa dopo essere stato ferito: ex guerrigliero maoista e poi contractor in Afghanistan, ha descritto alla Cnn il suoi mesi in Ucraina. “Non l’ho fatto perché mi piacesse la guerra, ma qui non riuscivo a trovare un lavoro. Non immaginavo che mi avrebbero mandato al fronte dopo solo due settimane e quanto fosse orribile la situazione laggiù”. Si è ritrovato con un kalashnikov e un kit basico nel “tritacarne di Bakhmut”: “Non c’era un centimetro di terra che non fosse devastato dalle bombe. Alberi, prati, case: tutto spazzato via. La situazione è così raccapricciante che viene soltanto voglia di piangere”. Dopo un mese è stato ferito da una pallottola all’anca e mentre lo portavano nelle retrovie è stato colpito dalle schegge di una granata.

Januka Sunar non ha notizie del marito da dicembre: nell’ultima telefonata le ha detto che veniva trasferito e non gli permettevano di portarsi il cellulare. Buddhi Maya Tamang a gennaio ha ricevuto nella notte una chiamata dal numero del marito: era un ufficiale nepalese, che le ha comunicato la morte dell’uomo durante una battaglia in Ucraina. “Sono rimasta stordita e senza parole. Continuo a sperare che fosse uno scherzo, ma non c’è modo di avere notizie”.Invece Pitam Karki ha esibito alla tv giapponese NHK il documento trasmesso da Mosca che certificava il decesso del marito. Anche lui aveva lavorato con i militari americani in Afghanistan e dal 2021 era senza stipendio. Il problema è che la vedova e i due figli non riescono a ottenere né la paga, né l’indennità promessa dai russi: “Non so a chi rivolgermi, non abbiamo neppure i soldi per far rimpatriare la salma”.

Le truppe scelte

Non tutti i nepalesi vengono usati come “carne da cannone”. Gli istruttori selezionano i veterani che hanno maggiori competenze e li avviano verso una formazione più qualificata. Un primo corso al centro Avangard alle porte della capitale; poi un secondo nel poligono Alabino dove imparano le tattiche d’assalto con mezzi corazzati e gli viene insegnato a pilotare i piccoli droni impiegati ovunque. Un testimone ha visto nella stessa scuola allievi egiziani, angolani, indiani e afghani: le foto li mostrano come ben equipaggiati, con armi moderne, tute termiche e giubbotti antiproiettile. C’è una forte difficoltà linguistica: i comandanti non parlano inglese e le indicazioni sono confuse, spesso con risultati drammatici.

Suman Tamang, appena tornato dall’Ucraina, sostiene che i russi mandano sempre avanti gli stranieri. In alcune occasioni però offrono premi extra per chi accetta di restare più a lungo in prima linea o sa guidare missili antitank: possono guadagnare fino a 4.000 dollari al mese. Il problema è che gli stipendi vengono versati su un conto bancario russo online, a cui non si può accedere dal Nepal.

Oggi la questione è diventata un caso politico a Kathmandu. A sollevarlo è il Partito Comunista, il movimento maoista protagonista della lunga guerra civile e oggi all’opposizione, che raccoglie le proteste delle famiglie. Il governo ha formalmente chiesto a Mosca di cessare il reclutamento e la polizia ha arrestato diciotto persone, accusate di fare sponda ai russi. Ma i volontari nepalesi sarebbero diventati preziosi per Putin, che non vuole ordinare altre mobilitazioni prima del voto per le presidenziali: sono i migliori disponibili sul mercato mondiale dei mercenari. D’altronde la loro fama bellica è leggendaria: in Libia nel 1942, quando gli ufficiali italiani volevano essere certi che le sentinelle non si addormentassero, spargevano la voce che erano state avvistate pattuglie di gurkha. Tutti li temevano, perché di notte si infilavano silenziosi nelle postazioni e uccidevano le vedette usando i lunghi coltelli chiamati Kukri: bastava evocarli per cancellare il sonno.

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