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Dalla tregua al calendario per la nascita dello Stato palestinese: cosa prevede il piano di pace arabo-americano

L’accordo sugli ostaggi, da raggiungere entro il 10 marzo, darebbe il via all’ambiziosa proposta a cui stanno lavorando gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, rivela il Washington Post. Ma c’è l’incognita Netanyahu
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LONDRA – Gli Stati Uniti e un gruppo di Paesi arabi stanno accelerando il completamento di un piano di pace onnicomprensivo tra Israele e palestinesi che potrebbe essere annunciato nelle prossime settimane, comprendente un calendario per la creazione di uno Stato di Palestina. Lo rivela stamani il Washington Post, citando fonti dell’amministrazione Biden.

La prima fase

Il punto di partenza sarebbe una tregua di almeno un mese e mezzo nei combattimenti a Gaza, accompagnata dal rilascio di tutti gli ostaggi israeliani in mano ad Hamas e di un numero consistente di palestinesi detenuti in Israele. L’obiettivo di Washington e dei suoi alleati arabi è annunciare questa prima fase del piano entro l’inizio del Ramadan, il periodo di digiuno e preghiera dell’Islam, che comincia il 10 marzo. “La chiave di tutto è l’accordo sugli ostaggi”, dice una fonte della Casa Bianca al quotidiano americano.

I Paesi arabi coinvolti

Ma men…


LONDRA – Gli Stati Uniti e un gruppo di Paesi arabi stanno accelerando il completamento di un piano di pace onnicomprensivo tra Israele e palestinesi che potrebbe essere annunciato nelle prossime settimane, comprendente un calendario per la creazione di uno Stato di Palestina. Lo rivela stamani il Washington Post, citando fonti dell’amministrazione Biden.

La prima fase

Il punto di partenza sarebbe una tregua di almeno un mese e mezzo nei combattimenti a Gaza, accompagnata dal rilascio di tutti gli ostaggi israeliani in mano ad Hamas e di un numero consistente di palestinesi detenuti in Israele. L’obiettivo di Washington e dei suoi alleati arabi è annunciare questa prima fase del piano entro l’inizio del Ramadan, il periodo di digiuno e preghiera dell’Islam, che comincia il 10 marzo. “La chiave di tutto è l’accordo sugli ostaggi”, dice una fonte della Casa Bianca al quotidiano americano.

I Paesi arabi coinvolti

Ma mentre gli Usa e gli altri partecipanti al progetto, tra cui Egitto, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e rappresentanti degli stessi palestinesi moltiplicano i contatti diplomatici per mettere a punto il piano, c’è il timore che un’offensiva militare israeliana sulla città di Rafah scateni una crisi ancora maggiore a Gaza e comprometta sia la fase uno del piano, ossia la liberazione degli ostaggi e la tregua, sia i suoi obiettivi di una pace a lungo termine in grado di risolvere una volta per tutte il conflitto israeliano-palestinese.

Netanyahu, l’elefante nella stanza

L’elefante nella stanza, come lo definisce il Post, è Israele o, meglio, il suo attuale governo e in particolare il primo ministro Benjamin Netanyahu. Sebbene il capo del Mossad, il servizio segreto israeliano, abbia preso parte a numerosi incontri per discutere la prima fase e i successivi aspetti dell’iniziativa, non è chiaro se Netanyahu sarebbe disposto ad accettare l’interruzione della guerra a Gaza, il rilascio di un ampio numero di detenuti palestinesi, alcuni dei quali autori di sanguinosi attentati, e soprattutto le condizioni per la creazione di uno Stato di Palestina: il completo ritiro delle forze israeliane da Gaza dopo la guerra; lo smantellamento della maggior parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania; e Gerusalemme est (dove vivono circa mezzo milione di palestinesi) come capitale del futuro Stato palestinese.


Punti a cui il premier israeliano si oppone con fermezza, come ha ribadito anche recentemente, l’accettazione dei quali comporterebbe certamente la caduta del suo governo e la nascita di una nuova coalizione, con o senza di lui, oppure elezioni anticipate, nelle quali i sondaggi predicono che il Likud, il partito di cui egli è leader, verrebbe sconfitto dai partiti di centro guidati dall’ex generale Benny Gantz, entrato nel governo di unità nazione israeliano dopo l’aggressione di Hamas del 7 ottobre scorso.

La pace con i sauditi

D’altra parte, il piano offrirebbe a Israele un trattato di pace con l’Arabia Saudita che, in aggiunta ai cosiddetti “accordi di Abramo” già raggiunti con vari Paesi arabi della regione durante l’amministrazione Trump, aprirebbe le porte per lo Stato ebraico a relazioni politiche e commerciali con tutto il mondo islamico sunnita, ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente, oltre a mettere fine a un conflitto, quello con i palestinesi, che dilania Israele da più di 75 anni, cioè dal giorno della sua creazione. Un’offerta difficile da rifiutare, secondo la Casa Bianca: difficile da rifiutare per Netanyahu, che coprirebbe la macchia del mancato allarme e del tardivo intervento per l’attacco di Hamas del 7 ottobre con un accordo di un valore storico senza precedenti, e forse ancora più difficile da respingere per alcuni dei suoi partner odierni nel governo di unità nazionale, in primo luogo per l’ex generale Gantz.

Chi entrerebbe nel governo palestinese

Secondo le indiscrezioni riportate dal Post, Abu Mazen, l’anziano presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) che governa i Territori Autonomi in Cisgiordania, sarebbe disposto ad approvare il piano, accettando per sé un incarico puramente cerimoniale, simile a quello del presidente israeliano Herzog; e Hamas, o almeno parte di essa, accetterebbe di riconoscere il diritto ad esistere di Israele, entrando in un governo unitario con l’Anp o sostenendolo dall’esterno.


I propositori del piano stanno esaminando vari leader ad interim in grado di unire i palestinesi in tale prospettiva, tra cui Marwan Barghouti, al momento detenuto in Israele per una condanna all’ergastolo per terrorismo (ma Barghuti è stato condannato per l’uccisione di informatori palestinesi, non di cittadini israeliani), e Mohammed Dahlan, l’ex capo dei servizi di sicurezza palestinesi a Gaza, in esilio da anni negli Emirati Arabi, che nei giorni scorsi, come riportato anche da Repubblica, ha anticipato le linee essenziali del piano. Una questione di cui le indiscrezioni non parlano è la sorte dei capi militari Hamas e dei militanti responsabili del pogrom del 7 ottobre, tuttora nascosti nei tunnel di Gaza: un’ipotesi potrebbe essere un lasciapassare per il trasferimento dei capi in un Paese arabo.

Il ruolo di Biden e dell’Ue

Anche l’Unione Europea è coinvolta nell’iniziativa di pace, che potrebbe includere entro breve tempo il riconoscimento di uno Stato palestinese da parte degli Usa e della Ue, ancora prima che tale Stato prenda forma in concreto, per incoraggiare la riuscita del progetto e manifestare l’impegno occidentale a realizzarlo fino in fondo. Il piano avrebbe inoltre evidenti vantaggi per Biden, aiutandolo a riconquistare una parte di consensi perduti nell’elettorato americano a causa del sostegno a Israele nella guerra di Gaza e a vincere la sfida presidenziale con Trump nel voto del novembre prossimo.

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