A Rafah sopravviviamo con i fagioli in scatola. Il piano di Netanyahu è solo uno: costringerci all’esilio
di Sami al-AjramiRAFAH — Ci siamo quasi. E infatti oggi, anche se esausti, siamo più sereni: abbiamo slittato la nostra partenza ancora di un giorno, ed è ora fissata a domani pomeriggio. Ma almeno il nostro accampamento è quasi pronto e ci siamo procurati praticamente tutto quel che ci serve per trasferirci nei pressi della spiaggia di Deir al Balah, in un terreno isolato dove ci trasferiremo in quaranta perché altre famiglie si sono unite a noi ingrandendo la nostra piccola comunità.
La cosa più complicata da trovare sono stati dei grandi container per l’acqua potabile. Sì, perché dobbiamo pensare proprio a tutto: una volta che ci troveremo in quel territorio isolato, vorremmo poi muoverci il meno possibile, giacché davvero nessuno…
RAFAH — Ci siamo quasi. E infatti oggi, anche se esausti, siamo più sereni: abbiamo slittato la nostra partenza ancora di un giorno, ed è ora fissata a domani pomeriggio. Ma almeno il nostro accampamento è quasi pronto e ci siamo procurati praticamente tutto quel che ci serve per trasferirci nei pressi della spiaggia di Deir al Balah, in un terreno isolato dove ci trasferiremo in quaranta perché altre famiglie si sono unite a noi ingrandendo la nostra piccola comunità.
La cosa più complicata da trovare sono stati dei grandi container per l’acqua potabile. Sì, perché dobbiamo pensare proprio a tutto: una volta che ci troveremo in quel territorio isolato, vorremmo poi muoverci il meno possibile, giacché davvero nessuno sa cosa ci aspetta nei giorni a venire. Speriamo di ottenere energia da certi pannelli solari riciclati, abbiamo costruito un gabinetto chimico e una dispensa. E abbiamo fatto grande scorta di cibo, tutto quello che siamo risusciti a trovare. Si tratta soprattutto di fagioli in scatola e tanta farina. Sacchi e sacchi.
Ma proprio grazie a quella farina, mia moglie e le mie figlie mi hanno fatto una sorpresa. Ieri era il mio compleanno e al mattino avrei scommesso che sarebbe stato il più triste di tutti. Invece mi hanno fatto trovare per cena una piccola torta con dentro dei pezzetti di cioccolata che chissà dove hanno trovato. Non me lo aspettavo e mi sono molto emozionato. Lo confesso, ho pianto. È stato un momento di normalità surreale: con la mia famiglia e gli amici a cantarmi tanti auguri a te, come se fossimo a casa nostra e nella vecchia vita, invece che in 26 a convivere in una stanza. Ho chiuso gli occhi e per un lunghissimo attimo ho dimenticato la guerra. Chissà quanti sforzi dev’essergli costata quella cioccolata. Mi è sembrato di non aver mai mangiato un dolce così buono.
Essere indaffarati ci ha anche salvaguardati per qualche ora dal senso di depressione costante causato da nuove brutte notizie. Penso allo sciagurato piano di Netanyahu per “mettere in salvo”, così dice, i civili di Gaza prima di attaccare Rafah. Solo chi non è mai stato qui può credere che sia un piano sensato. In realtà è un crimine programmato. Costringere due milioni di persone lungo la costa è pura follia: intanto perché parliamo di un tratto di spiaggia esiguo. Letteralmente non c’è spazio. E poi perché mancherebbe qualunque servizio. Non una pompa d’acqua, non una fogna, non un magazzino per conservare aiuti che, col taglio dei fondi all’Unrwa - l’agenzia per i profughi palestinesi – non si capisce nemmeno chi dovrebbe gestire e distribuire. È l’ennesima menzogna, insomma. Si cerca di mantenere le apparenze sostenendo che la guerra va avanti seguendo le regole umanitarie. E poi si fa esattamente il contrario.
L’ho già detto tante volte: quando Israele entrerà anche a Rafah, ultima città non ancora sventrata, di Gaza come la conoscevamo non sarà rimasto più nulla. E noi siamo ormai convinti che è proprio questo che vogliono: non lasciarci nulla a cui tornare, nulla per cui restare. Continuare a ripetere che vogliono distruggere Hamas ormai è solo una scusa. Vogliono imporci una nuova pressione psicologica, spingerci tutti a desiderare solo di andare lontano, via il più lontano possibile da questa terra ormai bagnata di sangue. Dopo la morte come punizione collettiva ora vogliono imporre a noi palestinesi l’esilio come stato permanente. Spingerci ad accettare qualsiasi tipo di soluzione, pur di sopravvivere a tanto orrore.