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Addio a Navalny. Morto in un gulag il nemico di Putin

(afp)
Per le autorità è stato stroncato da una trombosi. Increduli la famiglia e i collaboratori: “Stava bene”
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L’ultima immagine che ci resta di Aleksej Navalny è una figura sgranata. Smagrito, capelli rasati, un’ombra dell’oratore biondo, occhi azzurri, che un tempo arringava le folle di manifestanti nelle piazze di Mosca, ma il sorriso intatto. Era soltanto giovedì. L’ennesima udienza da lui trasformata in tribuna politica in video-collegamento dalla colonia penale sperduta nell’Artico, soprannominata “Lupo polare”, dov’era stato trasferito lo scorso dicembre e dove era stato confinato per la 27esima volta in tre anni in una cella d’isolamento. Scherzava. Chiedeva «soldi dall’enorme stipendio di Vostro Onore perché sto finendo i contanti». Un’allusione alla sua esigua paga da carcerato. Persino il pubblico ministero e il giudice avevano riso. Forse è anche per questo che i suoi familiari e più stretti collaboratori ci hanno messo diverse ore ad arrendersi alla tragica notizia: Navalny non c’è più. È morto a 47 anni nella prigione dove stava scontando oltre vent’anni di carcere.

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L’ultima immagine che ci resta di Aleksej Navalny è una figura sgranata. Smagrito, capelli rasati, un’ombra dell’oratore biondo, occhi azzurri, che un tempo arringava le folle di manifestanti nelle piazze di Mosca, ma il sorriso intatto. Era soltanto giovedì. L’ennesima udienza da lui trasformata in tribuna politica in video-collegamento dalla colonia penale sperduta nell’Artico, soprannominata “Lupo polare”, dov’era stato trasferito lo scorso dicembre e dove era stato confinato per la 27esima volta in tre anni in una cella d’isolamento. Scherzava. Chiedeva «soldi dall’enorme stipendio di Vostro Onore perché sto finendo i contanti». Un’allusione alla sua esigua paga da carcerato. Persino il pubblico ministero e il giudice avevano riso. Forse è anche per questo che i suoi familiari e più stretti collaboratori ci hanno messo diverse ore ad arrendersi alla tragica notizia: Navalny non c’è più. È morto a 47 anni nella prigione dove stava scontando oltre vent’anni di carcere.

Incredula la madre Ljudmila Ivanovna: «L’ho incontrato cinque giorni fa, era vivo, sano, allegro. Adesso non voglio condoglianze». Prudenti i collaboratori: «Non siamo in grado di confermare. L’avvocato di Aleksej sta volando a Kharp, non appena avremo qualche informazione, la daremo». Ma il comunicato del Servizio penitenziario federale di Jamal non lascia scampo. «Navalny si è sentito male dopo una passeggiata e ha perso conoscenza quasi immediatamente. È deceduto dopo trenta minuti di tentativi di rianimazione». Colpa di un trombo, scrivono i media governativi. La causa di morte in carcere più diffusa: difficile da dimostrare. In ogni caso «un omicidio», accusa il Premio Nobel per la pace Dmitrij Muratov, direttore della defunta Novaja Gazeta. «Cos’è una cella di isolamento? Immobilità, cibo ipocalorico, mancanza d’aria, freddo costante. Il corpo non può sopportarlo». Già mesi fa Ruslan Shaveddinov, stretto collaboratore del detenuto politico, in un’intervista a Repubblica, aveva lanciato l’allarme: «Lo stanno uccidendo».

La fine di Navalny era stata scritta quel gennaio del 2021 quando era tornato in patria sei mesi dopo essere stato avvelenato col Novichok, essere partito dalla Russia in coma, chiuso in un box di rianimazione, ed essere miracolosamente guarito in Germania. Sarebbe potuto rimanere lì, al sicuro. Rivendicare il titolo di leader dell’opposizione in esilio, come la bielorussa Svetlana Tikhanovskaja. E invece si era imbarcato su un volo per Mosca pur consapevole che al suo arrivo lo avrebbero incarcerato e, probabilmente, ucciso. Sapeva che soltanto così avrebbe continuato ad avere un credito a differenza di chi, come Mikhail Khodorkovskij, parla da un esilio dorato. E così è stato. Pur ingabbiato, pur isolato, in una Russia imbavagliata da censura e repressione, la sua voce aveva un peso. Per questo faceva paura.

Un credito che si era guadagnato a poco a poco. Prima un blog, un “samizdat” digitale, su LiveJournal. Poi dei siti web, Navalny.ru e RosPil. Infine la Fondazione anti-corruzione (Fbk) e un canale YouTube, Navalny Live, che oggi conta oltre 6 milioni di iscritti. Un’unica missione: scoperchiare le malefatte e l’ipocrisia dell’élite putiniana e di Russia Unita che aveva definito «il partito dei ladri e malfattori». Esule Kasparov, incarcerato Udaltsov, affossato da uno scandalo Kassjanov, ucciso Nemtsov, dei tanti leader della Rivoluzione bianca dell’inverno 2011-2012, era rimasto soltanto lui. Usava Internet per aggirare la censura e galvanizzare i russi a colpi di meme: le paperelle del laghetto di Dmitrij Medvedev e gli scopettoni dorati del “palazzo di Putin”. Per alcuni anni, il Cremlino aveva provato a ostacolarlo senza però farne un eroe. Navalny aveva collezionato 474 giorni agli arresti tra detenzioni amministrative e domiciliari, ma aveva passato soltanto una notte in carcere e non aveva mai scontato pene lunghe. Nel 2013 le autorità avevano lasciato addirittura che si candidasse a sindaco di Mosca e che, nella sorpresa generale, sfiorasse il ballottaggio con il 27 per cento dei voti. Un errore che il Cremlino non aveva più ripetuto. Cinque anni dopo, quando Navalny aveva mirato alla presidenza, lo aveva subito estromesso. Ma non era bastato a fermarlo.

L’anno dopo aveva lanciato il “Voto intelligente”, una piattaforma che suggeriva agli elettori il candidato con più probabilità di battere il partito al potere. Ed era riuscito così a dimezzare i deputati di Russia Unita nella capitale e l’anno dopo a incassare due vittorie a Novosibirsk e a Tomsk. È stato allora che è avvenuto l’avvelenamento da Novichok. Quando Navalny è risorto dal coma, il Cremlino ha tentato di costringerlo all’esilio. Ma Navalny è tornato ed è stato subito incarcerato. Da Julian Assange, è diventato il “Mandela russo”. Un potente simbolo di resistenza. Tanto da far dimenticare anche i suoi peccati di gioventù: l’aver partecipato alla Marcia Russa dell’ultradestra; l’aver paragonato i caucasici a scarafaggi da eliminare, preferibilmente con una pistola; l’aver chiamato i georgiani grizuni, “roditori”, e l’aver difeso l’annessione russa della Crimea.

Dalla cella aveva lanciato una continua sfida con i suoi appelli a mezzo social: dire “no” all’offensiva russa in Ucraina, sostenere la candidatura del pacifista Boris Nadezhdin alle presidenziali o recarsi alle urne il 17 marzo a mezzogiorno per protesta contro la scontata rielezione di Putin. La sua morte nel secondo anniversario del conflitto in Ucraina e a un mese dalle presidenziali russe sgombra il campo di ogni residua minaccia. Putin, che per denigrarlo non lo nominava mai, ma lo chiamava «blogger», pur «informato» della sua morte, non ha commentato. La tv di Stato ha soltanto accennato alla notizia. Anche i politici si sono stretti nel riserbo. Secondo i media indipendenti, avrebbero avuto l’ordine di non parlarne affatto. I pochi che si sono sbilanciati hanno riesumato la vecchia balzana teoria del complotto del “sacro sacrificio”, espressione coniata nel 2004 da Boris Berezovskij. La narrazione è che l’Occidente, con la complicità dei servizi segreti ucraini, abbia causato la morte di Navalny per minare la rielezione di Putin, ma soprattutto per sbloccare i milioni di fondi russi congelati all’estero. Non basta a sporcare una morte da eroe.

Nel documentario sulla sua vita, premiato con l’Oscar, Navalny aveva consegnato un testamento ai russi nell’eventualità della sua morte: «Se decidono di uccidermi, significa che siamo insolitamente forti. Dobbiamo usare questa forza». E a noi che nel 2018 gli avevamo chiesto chi avrebbe potuto raccoglierne l’eredità un domani, aveva risposto: «Lo può fare chiunque voglia. Per portare avanti la lotta alla corruzione, per prendere in mano questa bandiera, non ci vuole nient’altro che il desiderio di farlo». Ieri centinaia di russi hanno raccolto il testimone sfidando la paura e la repressione per deporre un fiore davanti a memoriali improvvisati. C’è chi ha osato mostrare un cartello con la scritta “Assassini”. È finito in cella, come oltre 80 persone in tutta la Russia. Il timore è che la morte di Navalny non sia l’inizio di un risveglio, ma di una nuova pagina buia dell’era Putin.

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