✕

Lyudmila Navalnaya, una madre in Siberia per rivedere il figlio: il corpo di Navalny sequestrato dallo Stato

(reuters)
Per anni ha viaggiato in tutta la Russia pur di incontrarlo in carcere. Ora è costretta a fare lo stesso per recuperare il cadavere
2 minuti di lettura

Una donna di 69 anni vaga nella tormenta della Siberia in cerca del corpo del figlio. Lyudmila Navalnya va davanti al carcere dove l’hanno informata che è morto il suo Aleksej, ma non la lasciano entrare: può solo parlare al citofono con il servizio di guardia. «Qui il cadavere non c’è», le rispondono senza fare complimenti, «l’hanno trasferito all’obitorio di Salekhard per l’autopsia». Tutto intorno, blocchi di neve ghiacciata. Il termometro segna 34 sottozero: temperatura media dell’Artico russo, per questi giorni di febbraio.

La donna non si scompone, non piange, non dà segni di disperazione: si muove a piccoli passi, il berretto calato in testa, rimonta in macchina, un fuoristrada scuro, alla guida c’è l’avvocato che aveva difeso suo figlio in tanti processi, e prosegue la sua ostinata ricerca. Insieme erano arrivati in aereo da Mosca, avevano preso l’auto a noleggio all’aeroporto e percorso i 47 chilometri fino alla colonia penale IK-3, dove era tenuto prigioniero Aleksej. I…

Una donna di 69 anni vaga nella tormenta della Siberia in cerca del corpo del figlio. Lyudmila Navalnya va davanti al carcere dove l’hanno informata che è morto il suo Aleksej, ma non la lasciano entrare: può solo parlare al citofono con il servizio di guardia. «Qui il cadavere non c’è», le rispondono senza fare complimenti, «l’hanno trasferito all’obitorio di Salekhard per l’autopsia». Tutto intorno, blocchi di neve ghiacciata. Il termometro segna 34 sottozero: temperatura media dell’Artico russo, per questi giorni di febbraio.

La donna non si scompone, non piange, non dà segni di disperazione: si muove a piccoli passi, il berretto calato in testa, rimonta in macchina, un fuoristrada scuro, alla guida c’è l’avvocato che aveva difeso suo figlio in tanti processi, e prosegue la sua ostinata ricerca. Insieme erano arrivati in aereo da Mosca, avevano preso l’auto a noleggio all’aeroporto e percorso i 47 chilometri fino alla colonia penale IK-3, dove era tenuto prigioniero Aleksej. Insieme, ora, respinti dalla prigione, si recano all’ospedale di Salekhard, dove Lyudmila spera che le sia restituita la salma. «Non voglio condoglianze, voglio rivedere Aleksej», sono state le sue prime parole, ricevuto il comunicato formale delle autorità del carcere sulla “sindrome di morte improvvisa” che avrebbe provocato il decesso di Aleksej. Lo hanno mandato a lei, come vuole la prassi, perché era il parente più stretto ancora in Russia. «Era allegro, stava bene, l’ultima volta che l’ho incontrato, il 12 febbraio», ha aggiunto. Ieri è tornata a fare lo stesso itinerario, lo stesso viaggio nel gelo dell’inverno siberiano, per incontrarlo di nuovo: un’ultima volta, privo di vita.

Ma anche all’obitorio dell’ospedale di Salekhard, un piccolo insediamento artico, non glielo consegnano, non glielo fanno nemmeno vedere. Le comunicano che dovrà aspettare 14 giorni per ottenere il corpo del figlio, in attesa del completamento delle “analisi cliniche”: in attesa, dice sua nuora, che scompaiono i segni dell’avvelenamento che lo ha ucciso. Ma nemmeno all’obitorio Lyudmila si dispera. Le immagini postate sui social la mostrano seria, determinata: risale in auto, raggiunge Labytnangi, altro insediamento, altro obitorio. Si era sparsa voce che il corpo fosse lì. Falso allarme.

La madre è abituata a rincorrere Aleksej. Da quando la Russia lo ha chiuso in prigione, ne ha girate tante per andarlo a trovare: spesso le dicevano di no, manca il permesso del giudice. Oppure dicevano che mancava Aleksej: scomparso per giorni, a dicembre, nemmeno il suo avvocato sapeva dov’era. «Andrei a cercarlo anche in capo al mondo», commentava lei, senza lamentarsi. E finalmente, il 12 febbraio, lo ha rivisto. Non sapeva che sarebbe stata l’ultima volta.

Lyudmila Navalnaya ha vissuto a lungo con il marito Anatoly, con Aleksej e con l’altro figlio Oleg, di sette anni più piccolo, in una città a 100 chilometri da Mosca. Poi, si è trasferita più a Nord, a Kobyakov, villaggio nella regione di Vologda, 470 chilometri dalla capitale, dove dal 1994 al 2012 aveva insieme al marito un laboratorio artigiano di ceste di vimini. Adesso il suo lavoro è cercare il corpo del figlio. Del resto, la Russia è femmina, non per nulla ha come simbolo identitario la matrioska, una serie di bamboline di legno colorate, una dentro l’altra: metafora di maternità.

“La madre” è il titolo di un romanzo scritto nel 1906 da Maksim Gorkij, un decennio prima della rivoluzione bolscevica: storia di una donna che si trasforma radicalmente, spinta dal cambiamento del figlio, un giovane politicizzato, un rivoluzionario coraggioso deciso a cambiare il proprio Paese. Il figlio viene imprigionato e condannato. La madre distribuisce i volantini al suo posto, sfida le autorità, non ha più paura di niente: come non ha paura oggi Lyudmila. Cosa può temere, dopo che le hanno portato via Aleksej? Con quel romanzo, Gorkij fondò il realismo socialista, ottenne grandi onori, diventò amico di Stalin. Poi però ruppe con il dittatore, cadde in disgrazia. Si dice sia morto assassinato, forse avvelenato. In Russia la storia si ripete: la prima volta in tragedia e la seconda pure.

Leggi i commenti