✕

L’ultimo appello di Lyudmila, la madre di Navalny: “Putin, ridammi il corpo di mio figlio”

I tentativi di chiarire i misteri sulla causa, l’ora e le complicità nella morte di Navalny si infrangono contro il muro di gomma di Mosca. Che tiene in ostaggio il cadavere del “nemico”
3 minuti di lettura

Lyudmila Navalnaya è una madre che ha trasformato il lutto in battaglia. Dopo aver bussato invano a tutte le porte dell’Arcipelago Gulag siberiano, non ha paura di rivolgersi direttamente a Vladimir Putin, l’uomo che secondo la nuora e vedova Yulia ha ucciso Aleksej Navalny. Occhiali scuri, una sciarpa a ripararsi dal vento carico di neve dell’Artico, Lyudmila lancia un appello fermo ma composto: «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trovi. Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin. La soluzione al problema dipende soltanto da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Aleksej mi venga consegnato immediatamente per poterlo seppellire come un essere umano».

Quando quattro anni fa Navalny finì in coma in un ospedale di Tomsk dopo l’avvelenamento da Novichok, la moglie Yulia volò fin lì e scrisse direttamente a “Vladimir Vladimirovich Putin”. Non ch…

Lyudmila Navalnaya è una madre che ha trasformato il lutto in battaglia. Dopo aver bussato invano a tutte le porte dell’Arcipelago Gulag siberiano, non ha paura di rivolgersi direttamente a Vladimir Putin, l’uomo che secondo la nuora e vedova Yulia ha ucciso Aleksej Navalny. Occhiali scuri, una sciarpa a ripararsi dal vento carico di neve dell’Artico, Lyudmila lancia un appello fermo ma composto: «Per il quinto giorno non lo vedo, non mi danno il suo corpo e non mi dicono nemmeno dove si trovi. Mi rivolgo a lei, Vladimir Putin. La soluzione al problema dipende soltanto da lei. Mi faccia finalmente vedere mio figlio. Chiedo che il corpo di Aleksej mi venga consegnato immediatamente per poterlo seppellire come un essere umano».

Quando quattro anni fa Navalny finì in coma in un ospedale di Tomsk dopo l’avvelenamento da Novichok, la moglie Yulia volò fin lì e scrisse direttamente a “Vladimir Vladimirovich Putin”. Non chiese, ma “pretese” che il marito fosse trasferito e curato in Germania. E così gli salvò la vita. Oggi la madre Lyudmila fa lo stesso. Si rivolge a Putin per salvare il figlio almeno dall’ultimo oltraggio. Lo sfregio di una sepoltura anonima e ignota.

Alle sue spalle c’è la colonia penale Ik-3 di Kharp, soprannominata “Lupo Polare”, dove Navalny è morto. È il suo Golgota dopo un calvario di processi, attacchi, avvelenamenti, arresti e condanne. Ma per Lyudmila non c’è nessuna salma da avvolgere in un sudario. Non c’è una tomba su cui piangere. Il corpo del figlio, padre e marito che lei rivendica, per Putin è il corpo del nemico Innominato e per i russi che credono in un futuro democratico il corpo dell’eroe diventato martire. È su queste spoglie che si combatte la battaglia tra l’uomo forte del Cremlino e le due donne, a cui guarda quel che resta dell’opposizione. In quel corpo Lyudmila e Yulia cercano conforto, ma anche risposte. Che probabilmente non arriveranno mai.

(afp)

Non si sa ancora dove si trovi o se sia stata effettuata un’autopsia. Non si sa quale sia l’ora della morte, se le 16.19 locali del 16 febbraio come riportato sul certificato di morte o tra la sera prima di «incomprensibile agitazione» e le 10 del mattino, come raccontato da un detenuto nello stesso carcere. Non si hanno i filmati delle telecamere di sorveglianza e non si sa se è vero — come ha scritto Gulagu.net — che agenti dell’Fsb le avessero disattivate due giorni prima. Non si sa quale sia la causa della morte, se una trombosi o la sindrome da morte improvvisa o, come ha insinuato Yulia, «il nuovo Novichok di Putin». Le convulsioni che avrebbero provocato i lividi sul corpo di Navalny, descritti da un barelliere a Novaja Gazeta Europe, sono uno dei sintomi dell’avvelenamento da Novichok, ci disse quattro anni fa Vladimir Uglev, il creatore dell’agente nervino letale.


«I sintomi normalmente sono convulsioni, sudorazione, spasmi», ci spiegò. E ribadì più volte: «Una volta che il Novichok è nel corpo, non va più via. Lo trovereste anche su una salma riesumata a 5 anni dalla sepoltura. È per questo che è una trappola per Putin». Ed è per questo che le autorità, se davvero coinvolte nella morte di Navalny, il suo corpo potrebbero non consegnarlo mai. Ad aggiungere mistero su mistero è la rivendicazione del Corpo dei Volontari Russi, un gruppo di neonazi russi esiliati in Ucraina protagonisti delle incursioni nella regione di Brjansk e Belgorod. Sostengono, con documenti e foto, che stavano preparando un piano per far evadere Navalny dopo il fallimento di quella che chiamano “Operazione Dicembre” per prelevarlo dal convoglio che a fine 2023 lo trasportò da Vladimir a Kharp. Ma il loro sembra soltanto un tentativo di farsi pubblicità.
(ansa)

A fare chiarezza ci provano, invece, i media indipendenti russi. Come Novaja Gazeta Europe che elenca i nomi dei «responsabili della vita di Aleksej»: Vadim Kalinin, capo di Ik-3, e Aleksej Lisyuk, responsabile dell’unità medica. I collaboratori di Navalny rimasti a capo della Fondazione anti-corruzione (Fbk) invece puntano il dito contro il vicedirettore del Servizio Penitenziario Federale Valerij Bojarinev, che diede personalmente l’ordine di limitare i diritti di Navalny in carcere. Lunedì è stato promosso tenente generale da Putin per decreto. Una «ricompensa definitiva per la tortura di Navalny», accusa Fbk. Un decreto del genere richiede mesi di preparazione. Resta il fatto che non averlo fermato significa che Putin «non ha nulla da rimproverare al Servizio penitenziario» per aver lasciato morire il suo detenuto eccellente.


L’avvocato della famiglia prova a smuovere le acque facendo causa per l’inazione del Comitato investigativo e per il rifiuto di consegnare la salma alla famiglia. Ma le autorità rispondono “rimettendo” il fratello di Aleksej, Oleg Navalny, nella lista dei ricercati, dove era già dal gennaio 2022. Suona come una minaccia. Come sinistra appare la pur momentanea sospensione del neonato profilo di Yulia su X, l’ex Twitter di Elon Musk. Navalnaya, però, non si lascia intimidire. Dopo aver rivendicato l’eredità politica del marito, pubblica il testo del discorso tenuto lunedì a Bruxelles. Chiede di privare i miliardari russi di scappatoie per aggirare le sanzioni. Chiede di non equiparare Putin alla Russia: «Le persone che fuggono dalla guerra e dalla dittatura non sono vostri nemici. Non dovrebbero essere puniti, hanno bisogno di essere aiuto». E chiede di non riconoscere i risultati delle presidenziali di marzo: «Un presidente che ha ucciso il suo principale avversario politico non può essere legittimo per definizione». «Accuse infondate e rozze», replica il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov. «Non mi interessa come commenta le mie parole l’addetto stampa dell’assassino», ribatte Yulia. E insiste: «Restituite il corpo di Aleksej e lasciatecelo seppellire con dignità». Soltanto una persona può rispondere, ma non lo fa. Fine pena mai. Aleksej Navalny resta in carcere anche da morto.

Leggi i commenti