Balle spaziali: il piano impossibile di Elon Musk per mandare un milione di coloni su Marte
di Matteo MariniOgni tanto l’illusione, abbagliante, del Pianeta rosso ritorna. Elon Musk si è espresso di nuovo sulla possibilità di colonizzare Marte inviando addirittura un milione di persone. Niente più che una nuova suggestione, espressa, ovviamente, sul suo social, X. Il piano per la conquista umana dell’unico altro mondo del Sistema solare in qualche modo “abitabile” dall’uomo è un misto di fantascienza e follia, che il proprietario di SpaceX va propagandando da anni. Quello che propone è (ancora) impossibile. Ma se si tratta di portarci le prime persone l’uomo più ricco del mondo è l’unico che dichiara di volerci provare ed è anche l’unico a poterci riuscire.
Un milione, cento alla volta
Musk inizia a fornire dettagli su come portare tutte quelle persone su Marte nel 2016 con un video che presenta all’International Astronautical Congress di quell’anno a Guadalajara, in Messico. Si vede un’astronave,…
Ogni tanto l’illusione, abbagliante, del Pianeta rosso ritorna. Elon Musk si è espresso di nuovo sulla possibilità di colonizzare Marte inviando addirittura un milione di persone. Niente più che una nuova suggestione, espressa, ovviamente, sul suo social, X. Il piano per la conquista umana dell’unico altro mondo del Sistema solare in qualche modo “abitabile” dall’uomo è un misto di fantascienza e follia, che il proprietario di SpaceX va propagandando da anni. Quello che propone è (ancora) impossibile. Ma se si tratta di portarci le prime persone l’uomo più ricco del mondo è l’unico che dichiara di volerci provare ed è anche l’unico a poterci riuscire.
Un milione, cento alla volta
Musk inizia a fornire dettagli su come portare tutte quelle persone su Marte nel 2016 con un video che presenta all’International Astronautical Congress di quell’anno a Guadalajara, in Messico. Si vede un’astronave, molto simile alla Starship che sta prendendo forma ora alla Starbase di SpaceX in Texas, decollare, fare rifornimento in orbita e poi fare rotta verso la sua destinazione. Lo stesso razzo riutilizzabile porta nello spazio due navette, rientrando a terra, come hanno imparato a fare benissimo gli ingegneri di SpaceX, e poi tornando di nuovo su. Una sorta di catena di montaggio, che mostra come in un futuro (che Musk immagina molto prossimo) i viaggi spaziali diventeranno routine.
All’epoca Musk disse che avrebbe potuto portare il primo equipaggio su Marte nel 2024 “se tutto fila senza intoppi”. Otto anni dopo dovremmo esserci, invece Starship non è ancora operativa, i primi due test sono stati utilissimi ma ancora il veicolo non è pronto per arrivare sulla Luna (prima destinazione “extraterrestre” di Starship col programma Artemis della Nasa), figuriamoci scendere su Marte, che è mille volte più distante. Torniamo al piano: Starship ha una capacità, secondo i dati forniti dall’azienda, di trasportare un equipaggio di 100 persone o anche 100 tonnellate di materiali e rifornimenti. Significa che ci vorrebbero 10mila lanci per popolare la prima metropoli marziana, nel 2020 disse di poterlo fare entro il 2050. E i numeri in libertà non finiscono qui.
Nel 2020 ragionava di 1.000 Starship all’anno (tre decolli al giorno) diretti verso Marte: “10mila persone a ogni congiunzione orbitale Terra-Marte”. Questo è un punto che non ha mai chiarito: perché fuor di fantascienza non si può ignorare la fisica. Il nostro e il Pianeta rosso si trovano alla minima distanza l’uno dall’altro ogni 26 mesi. C’è una finestra temporale per partire che si apre una volta ogni due anni, senza rispettare la quale serve molta più energia, soldi, e tempo per arrivare a destinazione. Nelle sue varie dichiarazioni su Marte anche Musk lo fa presente, ma non sembra considerarlo un impedimento al proprio piano (tanto da parlare di tre decolli al giorno, mille all’anno, appunto).
Cosa troveranno i coloni?
La domanda dovrebbe sorgere spontanea: cosa troveranno i coloni? Fare salti con l’immaginazione impedisce di mettere nella giusta prospettiva le cose. In quei 1.000 lanci annuali non possono mancare navette cargo per trasportare cibo, acqua, materiali per costruire i primi insediamenti. Una strategia a lungo termine che, nei piani del miliardario, non è bene esplicitata. Intanto, però, bisognerebbe almeno metterci piede, per la prima volta. E anche questo non è uno scherzo.
Nel 2022 aveva pronosticato un arrivo su Marte dei primi pionieri nel 2029. Questo è forse l’unico punto che potrebbe essere, se non credibile, almeno fattibile. L’umanità è arrivata su Marte con molte missioni robotiche, sia in orbita, sia sulla superficie. Una volta che Starship sarà in grado di affrontare lo spazio, nulla vieta a un privato di farci quello che vuole. Anche riempirla di astronauti e spedirla verso un luogo ignoto, inesplorato, solo col necessario per sopravvivere e magari tornare indietro. Forse.
I tempi della missione
In un’occasione disse che “Marte non è per persone ricche, è per esploratori che probabilmente moriranno. Potresti non tornare vivo, ma è un’avventura gloriosa”. Le agenzie spaziali non la pensano allo stesso modo. E infatti nessuna ha mai ancora proposto un vero piano, dettagliato, per compiere la “gloriosa” traversata. Ci sono una marea di incognite ancora da affrontare: le radiazioni, innanzi tutto, quelle del viaggio interplanetario e quelle sulla superficie. Mancano soprattutto i fondi (e la volontà politica, per ora) per trasportare tutto il necessario a una prima colonia che dovrà restare su un mondo alieno per settimane se non mesi. Serviranno molti lanci, compreso l’invio di un razzo da parcheggiare nell’orbita marziana da usare per fare ritorno. Secondo la Nasa una missione su Marte non potrà durare meno di 30 mesi, tra il viaggio di andata e ritorno. I tempi si potrebbero ridurre con motori più potenti ed efficienti. Un motore che sfrutta la fissione nucleare (e che ancora non esiste), secondo alcuni studi, potrebbe ridurre la “crociera” da 6-9 mesi a 45 giorni. Starship non possiede ancora questo tipo di tecnologia.
Marte non conviene
Una cosa è certa, avendo a disposizione il razzo più potente mai costruito, se qualcuno può battere sul tempo la Nasa (Barack Obama aveva ipotizzato uno sbarco su Marte dei primi astronauti negli anni ‘30) quello è lui. La prossima domanda è però: per fare cosa? I governi hanno deciso di tornare sulla Luna “per restare”, col programma Artemis. Una grande collaborazione internazionale per l’esplorazione a lungo termine. È un primo passo per espandere la nostra civiltà, promuovere il progresso scientifico e tecnologico, in collaborazione con i privati. Che ne ricaveranno, ovviamente, un profitto. Prima lavorando al programma pubblico, poi sfruttando le risorse che si troveranno lì, dall’acqua ai metalli e terre rare, preziosi per i dispositivi tecnologici.
Marte è ancora troppo lontano per farci dei soldi. Almeno fino a che non ci sarà un’economia locale. Troppo costoso e rischioso arrivarci. Lo stesso Musk non aveva suggerito che a un programma marziano dovessero lavorare pubblico e privato insieme. Marte è all’orizzonte dell’esplorazione spaziale di tutte le agenzie, nessuno lo ha mai negato (Obama e dopo di lui Trump, che fece pressioni per arrivarci addirittura nel 2024, termine di quello che sperava fosse il suo secondo mandato). Ma il realismo, durante i decenni, si è imposto.
Marte era all’orizzonte già dei piani di Werner Von Braun, nel 1952. Quello che è considerato il capostipite del programma spaziale statunitense delineò una strategia con tanto di calcoli orbitali, energetici e di costi, per arrivarci già negli anni ‘80. L’entusiasmo per il successo del programma lunare, Apollo, negli anni ‘60, durò però poco. L’amministrazione Nixon annullò le ultime missioni e ci si concentrò sull’orbita terrestre. La corsa alla Luna era vinta, Marte non era necessario e, soprattutto, i soldi dei contribuenti (fino ad allora la Nasa aveva goduto di finanziamenti monstre, anche oltre il 4% della spesa annua degli Usa) andavano spesi per altro. Ancora infuriava la guerra del Vietnam. Marte ha illuso tutti per centinaia di anni, considerato il “gemello” della Terra, fino a quando la sonda Viking, nel 1976, non inviò le prime foto di una landa sassosa e desolata, “uno sfasciume di pietre” lo definì Italo Calvino in un articolo sulle colonne del Corriere della Sera dal titolo eloquente: “Un deserto in più”.
Conquistare il deserto
Sbarcare su Marte, tecnicamente e tecnologicamente, non sembra impossibile, è questione di volontà e di quanto si è disposti a spendere. Chi se non l’uomo più ricco del mondo può immaginare di farlo? Lo scopo, però, è ancora da definire. Lui intende dare all’umanità un posto su cui ricominciare, farne una civiltà multiplanetaria. Marte, però, è molto diverso dalla Terra, inutile parlarne come se la difficoltà fosse solo quella di metterci piede. Su Marte non c’è un’atmosfera respirabile, la temperatura resta decine di gradi sottozero per la maggior parte dell’anno, non ha un campo magnetico che protegga dalle radiazioni. L’acqua o il ghiaccio, se ci sono, si trovano in profondità sotto la superficie. Bisogna costruire trivelle per scavare e farlo su un altro pianeta è una sfida tecnologica, questa sì, ancora difficilmente immaginabile per i motivi di cui s’è detto. In un altro dei suoi discorsi, Elon Musk parlò di “terraformare Marte” usando bombe nucleari sui poli per vaporizzare il ghiaccio e cambiarne il clima. Una follia.
Indebitarsi per Marte
Su X, di nuovo: “Elon? con quali criteri pensi che le 100mila persone verranno scelte? Ci sarà una lotteria una volta che le posizioni essenziali saranno riempite o saranno assunti in base alle competenze?” Musk rispose (siamo nel 2020): “Bisogna fare in modo che chiunque voglia possa andarci, con mutui disponibili per coloro che non hanno soldi”. “E ripagare il debito?”. “Sì. Ci sarà un sacco di lavoro su Marte”. Ricominciare facendo debiti su un altro pianeta. Tra tutti i discorsi da extraterrestre, appunto, che finora (e per molto tempo ancora) lasciano il tempo che trovano, un discorso molto terrestre.