Tutti i veleni di Putin, dal polonio al Novichok: una storia russa che ha inizio con Lenin
di Enrico FranceschiniLONDRA – Non si sa con certezza cosa abbia ucciso Aleksej Navalny nel carcere della Siberia artica in cui era prigioniero: le ipotesi variano dal gas nervino Novichok al “pugno sul cuore”, una tecnica di omicidio sviluppata dal Kgb, il servizio segreto dell’era sovietica. Ma si sa con certezza, perché è stato riscontrato dai medici che riuscirono a curarlo in Germania, salvandogli la vita, che il leader dell’opposizione russa era stato vittima di un tentativo di avvelenamento nel 2020, mentre faceva campagna elettorale in Russia.
Assassinare con il veleno, del resto, è una tattica di Mosca fin dai tempi di Lenin. Ha due vantaggi, su altri strumenti che i killer del Cremlino possono utilizzare per fare scomparire i loro avversari: in certi casi non lascia tracce, per cui è più difficile incolpare i responsabili; viceversa, se ne lascia, diffonde nei nemici una paura ancora più grande, perché è un’arma invisibile, contro la quale è quasi impossibile preparare una difesa preventiva.…
LONDRA – Non si sa con certezza cosa abbia ucciso Aleksej Navalny nel carcere della Siberia artica in cui era prigioniero: le ipotesi variano dal gas nervino Novichok al “pugno sul cuore”, una tecnica di omicidio sviluppata dal Kgb, il servizio segreto dell’era sovietica. Ma si sa con certezza, perché è stato riscontrato dai medici che riuscirono a curarlo in Germania, salvandogli la vita, che il leader dell’opposizione russa era stato vittima di un tentativo di avvelenamento nel 2020, mentre faceva campagna elettorale in Russia.
Assassinare con il veleno, del resto, è una tattica di Mosca fin dai tempi di Lenin. Ha due vantaggi, su altri strumenti che i killer del Cremlino possono utilizzare per fare scomparire i loro avversari: in certi casi non lascia tracce, per cui è più difficile incolpare i responsabili; viceversa, se ne lascia, diffonde nei nemici una paura ancora più grande, perché è un’arma invisibile, contro la quale è quasi impossibile preparare una difesa preventiva. Si può soltanto sperare in un antidoto o che la vittima sopravviva perché la dose somministrata è troppo bassa: ma anche in questo caso il veleno risponde a uno scopo, suscitando preoccupazione che possa esserci un secondo tentativo e in tutti gli altri di finire a loro volta nel mirino. Ecco una cronistoria della “fabbrica dei veleni” manovrata da Vladimir Putin e dei casi più celebri.
La “Camera Speciale”
Si chiama così, cella, camera o ufficio “speciale”, il primo laboratorio di veleni sviluppato dalla Ceka, il primo servizio segreto russo. Viene creato nel 1920 per ordine di Vladimir Lenin, tre anni dopo la rivoluzione comunista che aveva portato al potere i bolscevichi, con l’obiettivo specifico di fabbricare sostanze per eliminare i “nemici del popolo”, come erano chiamati gli avversari politici dell’Urss. Diretto dal professor Ignatij Kazakov, un luminare della medicina sovietica, negli anni successivi opera sotto la supervisione di Genrikh Jagoda, vicecapo dell’Nkvd, la polizia politica che prese il posto della Ceka, quindi dagli anni Trenta fino al 1953 sotto il controllo di Lavrentij Berija, il più potente capo dei servizi segreti russi e braccio destro di Stalin.
In seguito, ribattezzata Laboratorio 12, la “camera dei veleni” (in realtà una vera e propria fabbrica, molto più di una stanza) diventa parte del Primo Direttorato del Kgb, nuovo nome dello spionaggio sovietico. Dopo il crollo dell’Urss nel 1991 e la ristrutturazione del Kgb, il laboratorio principale è assegnato all’Svr, il servizio di spionaggio esterno, con la responsabilità di creare “armi tossiche e biologiche per operazioni clandestine in Occidente”, ma altre sezioni sono affidate all’Fsb, il servizio di sicurezza interno, e al Gru, lo spionaggio militare. Tutti i laboratori agiscono in stretta collaborazione.
Gli esperimenti umani
Come verificare se un veleno funziona, con quale rapidità e se può essere individuato dopo la morte della vittima? Nel corso della storia, gli scienziati e le spie della “Camera Speciale” o del Laboratorio 12 sperimentano le loro micidiali sostanze su campioni umani: naturalmente non possono ricorrere a volontari, perciò usano i detenuti del Gulag, come si chiamava in era sovietica il vasto sistema di campi di concentramento in cui erano rinchiusi criminali comuni e prigionieri politici. I prigionieri prescelti per l’esperimento non vengono avvertiti: il veleno è somministrato insieme a pasti e bevande, o descritto come un medicinale. In particolare durante la prima fase della “fabbrica dei veleni”, i capi dell’Nkvd approvano l’uso di una sostanza solo dopo che gli effetti ne erano stati sperimentati più volte su esseri umani.
I veleni più noti
Una delle prime sostanze sperimentate, la mostarda allo zolfo, viene abbandonata dopo i primi esperimenti perché lascia tracce facilmente riscontrabili in un’autopsia e non risulta sempre efficace. Il laboratorio russo si concentra così su altre sostanze, tra cui la ricina, una potente citotossina naturale, in grado di causare la morte cellulare bloccando l’attività di sintesi dell’organismo, la cui dose letale media è 0,2 milligrammi per chilo di peso corporeo; la digitossina, un farmaco usato per numerose terapie, con una dose letale intorno a 3 milligrammi; e il curaro, un estratto ricavato da varie piante della foresta amazzonica, originariamente utilizzato dagli indigeni come veleno da freccia per la caccia. Questi veleni hanno il vantaggio di essere efficaci anche con dosi minime e di creare sintomi che possono essere scambiati per normali malattie.
Più tardi, i servizi segreti russi sviluppano veleni come il gas nervino Novichok e il polonio radioattivo, nonostante queste sostanze possano essere possedute soltanto da Paesi che hanno arsenali biochimici o nucleari, rivelando così la provenienza degli assassini: ma evidentemente, in questi casi, Mosca vuole mandare un segnale a tutti i suoi nemici, colpendole uno per spaventarne tanti. Secondo fonti di intelligence citate dal Financial Times, in era sovietica il Kgb aveva un esercito di almeno 25mila persone, fra agenti segreti, medici e tecnici, impiegato nella fabbricazione e somministrazione dei suoi veleni, più altre 10mila persone che lavoravano nei laboratori di armi biologiche del ministero della Difesa russo.
La puntura di ombrello
Fra le prime vittime di assassinio per avvelenamento ci sono due generali dell’Armata Bianca che aveva combattuto contro i Rossi di Lenin nella guerra civile del 1918-’20: Aleksandr Kulepov, drogato e rapito a Parigi nel 1930, portato clandestinamente a Mosca e ucciso con una overdose; e Evgenij Miller, anche lui drogato e rapito a Parigi nel 1936. Nel 1947 Isaiah Oggins, un comunista americano che aveva fatto il doppio gioco per l’Urss ma di cui Stalin a un certo punto non si fidava più, viene arrestato e ucciso con il curaro. Lo stesso anno la stessa sostanza è usata per assassinare l’arcivescovo Theodore Romzha, capo della chiesta cattolica ucraina.
Nel 1971 lo scrittore dissidente e premio Nobel per la letteratura Aleksandr Solgenitsyn, esule negli Stati Uniti, è avvelenato con la ricina ma sopravvive. Nel 1978, in uno dei più famosi casi di avvelenamento, il dissidente bulgaro Georgi Markov, esule a Londra, viene assassinato con l’iniezione di una dose di ricina con la punta di un ombrello, mentre aspetta l’autobus a una fermata sul Tamigi, in un’operazione condotta dal servizio segreto di Sofia con l’aiuto del Kgb.
La morte di Stalin
Poi ci sono gli avvelenamenti presunti, non provati. Si sospetta che Maksim Gorkij, il grande scrittore russo inizialmente sostenitore della rivoluzione, poi critico dello stalinismo, sia morto avvelenato nel 1938, insieme al proprio figlio, in un complotto ordito da Stalin in persona. Nel 1949 Georgi Dimitrov, primo leader comunista della Bulgaria, si sente improvvisamente male mentre si trova in visita a Mosca e muore per cause sconosciute poco dopo il ricovero in ospedale: Stalin gli rimproverava il sostegno a una federazione dei Balcani fuori dal controllo di Mosca. C’è chi crede che quattro anni più tardi, nel 1953, lo stesso Stalin muoia non di infarto, come affermato dai medici, bensì avvelenato da Berija, il temutissimo capo dell’Nkvd, che sarebbe poi morto a sua volta, fucilato, dopo la denuncia dello stalinismo da parte del nuovo leader sovietico Krusciov.
Se Stalin non fosse morto, secondo alcune fonti una prossima vittima di avvelenamento sarebbe stato il maresciallo Josip Tito, leader della Jugoslavia, Paese comunista ma “non allineato”, ovvero non fedele all’Urss: l’agente che doveva ucciderlo con una sostanza simile alla lebbra viene richiamato dopo l’avvento al potere di Krusciov. E molto tempo dopo, nel 1993, c’è il sospetto che anche Zviad Gamsakhurdia, primo presidente democraticamente eletto della Georgia dopo la fine dell’Urss, non sia morto suicida, ma assassinato da agenti russi con un veleno, come crede la sua vedova.
Gas nervino, diossina e polonio
Nei più di vent’anni al potere di Putin, gli avvelenamenti si moltiplicano. Nel 2003 il giornalista Yuri Shchekochikhin, in partenza per Washington dove doveva testimoniare sugli attentati a Mosca del 1999 che offrirono a Putin la giustificazione per invadere la Cecenia (e così guadagnare l’appoggio del presidente russo Boris Eltsin e diventare suo successore), attentati attribuiti ai ribelli ceceni ma da molti ritenuti una strategia della tensione dei servizi segreti russi, muore in preda a un violento e improvviso malessere le cui cause sono classificate tuttora in Russia come “segreto di Stato”.
Nel 2004 la giornalista Anna Politkovskaja, che aveva denunciato la corruzione tra la Cecenia e il Cremlino, si sente male dopo avere bevuto un tè offertole da una hostess su un volo dell’Aeroflot e perde i sensi. Sopravvive al tentato omicidio, ma viene uccisa a pistolettate sulla porta del suo appartamento a Mosca due anni dopo.
Sempre nel 2004 Viktor Yuschenko, un candidato ucraino alla presidenza anti-Russia, viene avvelenato con la diossina durante la campagna elettorale: sopravvive e vince le elezioni, ma rimane sfigurato per tutta la vita.
Nel 2006 l’ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko, che aveva ricevuto asilo politico in Gran Bretagna e denunciato Putin per avere creato “uno stato mafioso” in Russia, viene assassinato da due ex colleghi di Kgb che gli somministrano un tè con gocce di polonio radioattivo nel ristorante di un albergo di Londra, dove lo hanno invitato per parlare “di affari”.
Nel 2015 Vladimir Kara-Murza, uno dei leader dell’opposizione a Putin e alleato di Navalny, si sente male durante una manifestazione di protesta a Mosca e rimane in coma per un mese: le cause non vengono mai scoperte. Due anni dopo è vittima di un nuovo tentativo di avvelenamento, ma sopravvive anche a quello. Arrestato nel 2022 con l’accusa di avere “screditato le Forze Armate” criticando l’invasione dell’Ucraina, è attualmente in prigione dove sconta una condanna a 25 anni di carcere e si teme che potrebbe subire un terzo avvelenamento.
Nel 2018 due agenti del Gru, il servizio segreto militare russo, cercano di avvelenare con il gas nervino Novichok l’ex agente del Kgb Sergej Skripal, che vive a Salisbury, in Inghilterra, dopo avere ricevuto asilo politico dal Regno Unito: l’ex spia rimane a lungo in coma ma sopravvive, così come sua figlia Julia che era andata a fargli visita e finisce in ospedale a sua volta. Muore invece una donna inglese che qualche giorno dopo ha raccolto in un cestino della spazzatura in un parco cittadino una boccetta di profumo contenente il gas nervino, con la quale gli assassini avevano spruzzato il pomello della porta di casa di Skripal.
Sempre con il gas nervino viene avvelenato Navalny, il 20 agosto 2020, durante un volo da Tomsk a Mosca: il Cremlino lo autorizza a farsi curare in Germania, i medici lo salvano, Navalny torna in Russia, viene arrestato appena scende dalla scaletta dell’aereo, condannato a più di 20 anni di carcere con un processo farsa e ora è morto misteriosamente, nella remota prigione della Siberia in cui scontava la pena, il giorno dopo essere apparso in piena salute a un’udienza. Chi sarà il prossimo? Il New York Times ha riportato che uno dei dissidenti superstiti, l’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, da tempo in esilio all’estero, beve soltanto acqua fatta bollire davanti ai suoi occhi e mangia soltanto cibo preparato dalle sue guardie del corpo. Vive, anche lui, con la paura di venire ucciso dai veleni di Mosca.