✕

Alla fiera del trumpismo di Washington tra dio, patria e minacce

Il racconto dalla conferenza dei conservatori Cpac dove per 500 dollari le signore possono comprare una borsetta a forma di pistola
2 minuti di lettura

WASHINGTON — «Stavolta non dobbiamo combattere il fuoco col fuoco, ma con la dinamite». A giudicare da quanto era successo il 6 gennaio del 2021, con l’assalto al Congresso e le sue vittime, uno si aspetterebbe che i politici americani abbiano quanto meno imparato a misurare la retorica per evitare altre esplosioni. Lara Trump invece sceglie la strada opposta, quando sale sul palco della conferenza dei conservatori Cpac, parlando a nome del suocero che l’ha nominata alla vicepresidenza del Partito repubblicano. Punta a infiammare gli animi dei fedelissimi di Donald, la nuora che ha preso il posto della figlia Ivanka come surrogato politico, affinché si mobilitino per rieleggerlo a novembre: «Quel voto sarà una battaglia tra il bene e il male». E Lisa Bukowsky, che dal 6 gennaio va ogni sera davanti al carcere di Washington «per ricordare l’omicidio di Ashli Babbitt e protestare contro il gulag dove sono detenuti i patrioti di quella giornata gloriosa», la prende alla lettera: «Sarà un…

WASHINGTON — «Stavolta non dobbiamo combattere il fuoco col fuoco, ma con la dinamite». A giudicare da quanto era successo il 6 gennaio del 2021, con l’assalto al Congresso e le sue vittime, uno si aspetterebbe che i politici americani abbiano quanto meno imparato a misurare la retorica per evitare altre esplosioni. Lara Trump invece sceglie la strada opposta, quando sale sul palco della conferenza dei conservatori Cpac, parlando a nome del suocero che l’ha nominata alla vicepresidenza del Partito repubblicano. Punta a infiammare gli animi dei fedelissimi di Donald, la nuora che ha preso il posto della figlia Ivanka come surrogato politico, affinché si mobilitino per rieleggerlo a novembre: «Quel voto sarà una battaglia tra il bene e il male». E Lisa Bukowsky, che dal 6 gennaio va ogni sera davanti al carcere di Washington «per ricordare l’omicidio di Ashli Babbitt e protestare contro il gulag dove sono detenuti i patrioti di quella giornata gloriosa», la prende alla lettera: «Sarà una lotta al coltello, ma stavolta non ci lasceremo imbrogliare. Il “deep state”, la burocrazia venduta all’ideologia liberal, non riuscirà di nuovo a fermare la nostra rivoluzione».

L’America si prepara alle urne con questo stato d’animo, sempre più divisa in tribù che nemmeno parlano. Perché non è spaccata solo sulla visione politica, ma soprattutto su quelli che il popolo conservatore chiama “valori non negoziabili”, e quindi per natura refrattari a qualsiasi compromesso. Lo conferma la presenza in platea di Joseph Strickland, l’ex vescovo di Tyler rimosso da Francesco per l’opposizione alle aperture del Papa: «Sono qui - ci dice - per portare la voce di Dio a questo pubblico, che ascolta ancora il suo messaggio». Sostiene che «la rimozione mi ha liberato, perché così sono più libero di parlare. E la verità che dobbiamo comunicare all’America è una: il Paese è diviso proprio perché non ascolta più la parola di Dio e non applica i suoi insegnamenti».

Passeggiando per i saloni del Gaylord National Resort uno potrebbe avere l’impressione di essere capitato in una fiera di paese. Per 500 dollari, le signore possono acquistare una borsetta di perline a forma di pistola, comoda per portare il revolver nelle occasioni più formali. Soldi per la causa, che ne ha bisogno perché le casse del Partito sono mezze vuote, motivo per cui Trump vende scarpe sportive da 399 dollari e piazza la nuora al centro della raccolta dei fondi elettorali. Vicino al banchetto del merchandising, però, c’è quello del Project 2025, iniziativa della Heritage Foundation per preparare la transizione, selezionando programmi e funzionari per applicarli dal primo giorno della seconda amministrazione Trump, a partire dai campi di concentramento per deportare gli illegali.

Nigel Farage, che dopo il collasso della Brexit cerca di resuscitare la carriera politica su questa sponda dell’Atlantico, punta su questo: «Perché la gente sfila nelle piazze con la bandiera palestinese, inneggiando ai terroristi di Hamas? Perché non controlliamo più i confini. Perciò è indispensabile che Trump venga rieletto». Quanto alla Russia, «Putin vuole il negoziato, ma in questo momento è difficile aprirlo. Le sanzioni non servono a nulla, e i contribuenti hanno il diritto di chiedersi perché i loro soldi vanno in Ucraina». Liz Truss, fallimentare ex premier britannica, cerca di correggere il tiro, ma per attaccare Biden: «Se non proietti forza, i nemici ne approfittano».

Quando sale sul palco, Lara Trump accusa il presidente di «aver fatto più danni di chiunque altro in soli tre anni: inflazione, invasione degli illegali, Terza guerra mondiale alle porte». Gli rinfaccia di «usare la giustizia come arma contro mio suocero sul modello dell’Urss»; lamenta la cultura “woke”, che confonde i sessi; e condanna le manifestazioni pro palestinesi come «prova che la nuova generazione americana è perduta». Però «ho una buona novella da darvi: la notte è sempre più scura prima dell’alba, che arriverà con la rielezione del presidente Trump».

Leggi i commenti