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Un giorno per ogni ostaggio liberato. La via per la tregua di Israele

(afp)
Passi avanti nei negoziati a Parigi. Hamas ridimensione alcune delle sue richieste, come il ritiro preventivo da tutta la Striscia di Gaza
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TEL AVIV — La squadra di negoziatori israeliana è tornata dalle trattative di Parigi e porta al governo israeliano lo schema di un possibile cessate il fuoco con Hamas. Il gruppo palestinese ha ceduto su alcune sue richieste che tre settimane fa avevano quasi fatto morire il negoziato. Non chiede più che ci sia un ritiro delle truppe israeliane come condizione preliminare al cessate il fuoco e ha accettato di diminuire di molto il numero di prigionieri che saranno scarcerati in cambio degli ostaggi israeliani. Quindi c’è ottimismo e si spera che l’accordo potrebbe arrivare prima del 10 marzo, anche perché l’alternativa sarebbe un attacco di terra israeliano contro la città di Rafah con conseguenze pesantissime per i civili, ma ora lo schema passa all’esame del gabinetto di guerra di Israele — che oggi deciderà se approvarlo.

A fine gennaio Hamas aveva puntato al cosiddetto “tutti in cambio di tutti”: avrebbe liberato gli ostaggi ancora vivi, circa un centinaio, ma il prezzo sarebbe st…

TEL AVIV — La squadra di negoziatori israeliana è tornata dalle trattative di Parigi e porta al governo israeliano lo schema di un possibile cessate il fuoco con Hamas. Il gruppo palestinese ha ceduto su alcune sue richieste che tre settimane fa avevano quasi fatto morire il negoziato. Non chiede più che ci sia un ritiro delle truppe israeliane come condizione preliminare al cessate il fuoco e ha accettato di diminuire di molto il numero di prigionieri che saranno scarcerati in cambio degli ostaggi israeliani. Quindi c’è ottimismo e si spera che l’accordo potrebbe arrivare prima del 10 marzo, anche perché l’alternativa sarebbe un attacco di terra israeliano contro la città di Rafah con conseguenze pesantissime per i civili, ma ora lo schema passa all’esame del gabinetto di guerra di Israele — che oggi deciderà se approvarlo.

A fine gennaio Hamas aveva puntato al cosiddetto “tutti in cambio di tutti”: avrebbe liberato gli ostaggi ancora vivi, circa un centinaio, ma il prezzo sarebbe stata la liberazione di tutti i detenuti palestinesi dalle carceri israeliane, per realizzare un antico sogno del capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar. Poi il gruppo palestinese aveva abbassato la domanda a millecinquecento prigionieri per un primo gruppo di quaranta ostaggi israeliani. Adesso la richiesta, a seconda delle fonti israeliane che dicono cose leggermente diverse, è di circa duecento-trecento palestinesi in cambio di 35-40 ostaggi. Il cessate il fuoco dovrebbe durare un giorno per ogni ostaggio israeliano che sarà liberato nel primo scaglione, circa sei settimane. Saranno liberate le donne, sia civili sia militari, e i rapiti in condizioni mediche preoccupanti.

Ancora non si è capito se questa formula, un giorno per ostaggio, si tradurrà di fatto in una singola liberazione quotidiana, magari con quella cerimonia che crea molta attenzione e Hamas gradisce molto. A fine novembre, quando gli ostaggi israeliani furono rilasciati a piccoli gruppi per sette giorni di seguito, in Israele si creò un’atmosfera di partecipazione e attesa fortissima. La gente correva a casa dopo il lavoro per guardare la diretta televisiva. È possibile che in questo modo il gruppo palestinese, che sta perdendo progressivamente il controllo militare della Striscia, potrebbe centellinare la sensazione di essere ancora una forza dominante e prolungare l’illusione di potenza che sul terreno non ha più.

Hamas non chiede più il ritiro completo delle truppe israeliane dalla Striscia, ma dalle città principali — quindi Gaza City e Khan Yunis — e la rimozione della barriera militare che taglia in due la Striscia e impedisce agli abitanti di tornare al nord. Israele potrebbe permettere il ritorno a nord soltanto a donne e bambini. Secondo il consigliere per la Sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi, Netanyahu aveva mandato i negoziatori a Parigi con tre concetti chiari da non dimenticare in nessun caso: portare a casa tutti gli ostaggi, anche quelli morti; cominciare dagli ostaggi più deboli; non dare mai l’impressione che il cessate il fuoco, anche lungo, potrebbe essere in qualche modo la fine della guerra. «Se queste richieste non fanno cadere dalla sedia i negoziatori — ha detto Hanegbi — allora è possibile fare qualche progresso».

Ieri sera in alcune città ci sono state manifestazioni contro il governo e a favore di un accordo per liberare gli ostaggi. La più grande è stata a Tel Aviv, dove una folla di alcune migliaia di persone si è riunita nella via Kaplan vicino al ministero della Difesa. Ma per ora le dimensioni della protesta non sono ancora pari a quelle contro la riforma giudiziaria che c’erano ogni sabato prima della guerra. «È tempo di svegliarsi, elezioni subito», era uno degli slogan della folla, che oltre alla liberazione degli ostaggi chiedeva di andare al voto per liquidare il primo ministro Netanyahu, accusato di essere il responsabile dell’attacco del 7 ottobre. La polizia ha usato agenti a cavallo e cannoni ad acqua e ha arrestato 19 manifestanti.

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