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Tensione Usa-Messico: “Il presidente Obrador pagato dai narcos”. E lui per vendetta svela il cellulare della capa del New York Times

(afp)
Il quotidiano Usa aveva rilanciato due inchieste della Dea. Il leader messicano furibondo ora è indagato per violazione della privacy: ha messo seriamente in pericolo la vita della giornalista
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LIMA - Torna a salire la tensione tra Stati Uniti e Messico. Il rapporto resta contrastato. I motivi non sono soltanto economici e commerciali. C’è il tema del narcotraffico che domina su tutto, oltre a quello del flusso di migranti, che peseranno sulla campagna elettorale. Se si considera che entrambi i paesi vanno al voto tra pochi mesi (2 giugno Messico, 5 novembre Usa), basta poco per riaccendere le polemiche. Solo che questa volta è accaduto qualcosa di grave.

I finanziamenti dei narcos

Il New York Times ha pubblicato due articoli che riprendevano lo scoop fatto da altre due testate online, ProPubblica e Insight crime. Svelavano i dettagli di un’inchiesta avviata dalla giustizia americana su un presunto finanziamento da parte di due Cartelli messicani, quello di Sinaloa guidato oggi da Ismael el Mayo Zambada Garcia, socio storico del Chapo Guzmán, e de Los Zetas, gruppo di ex soldati impegnati nella lotta al narcotraffico passati armi e bagagli sul fronte opposto molto più reddi…

LIMA - Torna a salire la tensione tra Stati Uniti e Messico. Il rapporto resta contrastato. I motivi non sono soltanto economici e commerciali. C’è il tema del narcotraffico che domina su tutto, oltre a quello del flusso di migranti, che peseranno sulla campagna elettorale. Se si considera che entrambi i paesi vanno al voto tra pochi mesi (2 giugno Messico, 5 novembre Usa), basta poco per riaccendere le polemiche. Solo che questa volta è accaduto qualcosa di grave.

I finanziamenti dei narcos

Il New York Times ha pubblicato due articoli che riprendevano lo scoop fatto da altre due testate online, ProPubblica e Insight crime. Svelavano i dettagli di un’inchiesta avviata dalla giustizia americana su un presunto finanziamento da parte di due Cartelli messicani, quello di Sinaloa guidato oggi da Ismael el Mayo Zambada Garcia, socio storico del Chapo Guzmán, e de Los Zetas, gruppo di ex soldati impegnati nella lotta al narcotraffico passati armi e bagagli sul fronte opposto molto più redditizio. Secondo le due testate, un collaboratore di giustizia, sostenuto da altre due fonti indipendenti, avrebbe raccontato dei milioni di dollari versati dalle due organizzazioni a uomini legati all’attuale presidente messicano durante la campagna elettorale del 2006 poi persa da Obrador.

La seconda inchiesta

Il New York Times è tornato sul caso ma ha rivelato che una seconda inchiesta era stata avviata dalla stessa magistratura americana per analoghi finanziamenti avvenuti nel 2018 quando Amlo ha finalmente vinto la sua corsa alla presidenza. Il quotidiano statunitense aggiungeva che tutte le indagini si erano arenate su pressione della Casa Bianca che considerava prioritario mantenere buoni rapporti con il paese confinante piuttosto che continuare a gettare sospetti senza prove del tutto convincenti. Il Dipartimento della Giustizia ha smentito la presenza di un’indagine in corso pur ammettendo che ci fosse stata in passato.

La vendetta in conferenza stampa

Amlo è andato su tutte le furie. Ma piuttosto che agire per vie diplomatiche si è presentato alla sua consueta conferenza stampa che tiene ogni mattina alle 7 con un foglio in mano che ha agitato come prova del complotto. Era la mail con la quale Natalie Kitroeff, capa dell’ufficio del New York Times per l’America Centrale e i Caraibi, chiedeva allo staff di Obrador un commento all’articolo che sarebbe stato pubblicato. E’ una prassi del giornalismo statunitense. Si trasmette un vero formulario con domande precise alle quali si chiedono precise risposte. Il presidente si è scagliato prima su Tim Gordon, autore del servizio su ProPubbica, definendolo “una pedina” della trama, “un mercenario al servizio” della Dea, protagonista dell’indagine. Poi ha ripetuto più volte il nome della Kitroeff svelando il suo numero di cellulare. Una violazione clamorosa della privacy della giornalista che ha dato fiato agli hater sui social. Il telefonino della collega è stato subissato di minacce e insulti che in un circolo perverso si sono riversati su quello di Claudia Shienbaum, pupilla di Obrador e candidata presidenziale alle prossime elezioni, anche questo filtrato sul web.

Il ruolo della Dea

E’ presto e difficile dire quanto ci sia del vero nelle dichiarazioni delle tre fonti dei narcos in mano alla Dea. Ma la reazione furibonda e così irrituale di Obrador fa pensare che dietro queste iniziative ci siano manovre che vanno oltre i presunti finanziamenti del narcotraffico a partiti e leader politici. Il tema droga provoca da anni fortissime tensioni tra Usa e Messico che hanno una frontiera di oltre mille chilometri in comune e uno scambio commerciale vitale per entrambi. Ci sono costanti scambi di accuse tra chi esporta cocaina e fantanyl e chi vende le armi che provocano una strage dall’altra parte dei confini. La politica “abbracci, non proiettili” avviata da Obrador, non ha prodotto grandi risultati. La scia di sangue è continuata anche in questi ultimi cinque anni e il fentanyl ha fatto strage negli Usa.

La Dea ha bisogno di giustificare la sua guerra alla droga, con i miliardi versati dai contribuenti e punta il dito sulle connessioni che spesso appaiono evidenti tra Cartelli e potere politico in Messico. La narcotici americana gioca le sue carte, spinge la Giustizia ad agire.

Il caso Cienfuegos

E’ accaduto nell’ottobre del 2020 quando fu arrestato il potente e segretario alla Sicurezza e poi ministro della Difesa generale Salvador Cienfuegos sempre per traffico di droga. Obrador rimase di stucco. Sulle prime non disse nulla e poi quando il suo ministro degli Esteri gli fece vedere l’atto di accusa con le prove a carico si scagliò contro la Casa Bianca e decise di espellere dal Messico tutti gli agenti della Dea chiudendo il loro ufficio nella capitale. Cienfuegos restò poco in carcere. Il Dipartimento della Giustizia americano decise di non processarlo e lo rispedì a casa chiedendo al Messico di decidere cosa fare. Il generale fu accolto come un eroe e completamente riabilitato. E’ sparito di scena.

Una vecchia ferita

E’ rimasta però quella ferita che puntualmente si riapre e crea nuovi attriti. Con altra benzina che questa volta ha incendiato i già tesi rapporti tra i due paesi. Negli articoli si dice che le due inchieste avviate sugli uomini di Obrador si erano arenate su pressione del Dipartimento alla Giustizia perché mettevano a rischio le relazioni con il Messico. Cioè: c’era del vero in quelle confessioni degli ex narcos ma non valeva la pena insistere. Il Dipartimento non ha smentito e lo stesso Obrador in uno dei capitoli delle sue memorie conferma la scelta di realpolitik delle autorità americane ammessa anche dall’ex ministro degli Esteri Marcelo Ebrard.

Obrador sul banco degli imputati

La decisione di vendicarsi svelando il numero di telefono della giornalista del Times ha messo Amlo sul banco degli imputati. L’Istituto messicano per la libertà d’informazione, un ente governativo, ha avviato un’indagine. Il Comitato per la protezione dei giornalisti ha sporto una denuncia. “Si tratta di doxing”, ha detto il rappresentante del Messico Jan-Albert Hootsen, “è illegale e mette a rischio la vita dei giornalisti”. L’istituto nazionale per la Trasparenza, l’Accesso alle informazioni e la Protezione dei dati personali (INAI) ha aggiunto che cercherà di stabilire se Obrador abbia violato la legge sulla privacy. Senza considerare le dure proteste della direzione del New York Times che ha dovuto rafforzare le misure di sicurezza della collega. Amlo ha tenuto il punto anche se ha cerca di gettare acqua sul fuoco. “I rapporti con gli Usa”, ha affermato dopo una telefonata con Biden, “restano gli stessi. Ma vedremo cosa accadrà in futuro”.

Il danno, una vera vendetta, è comunque fatto. Rendere pubblico il numero del cellulare di un giornalista in Messico significa metterlo nel mirino dei Cartelli. Dal 2006 ben 128 colleghi sono stati uccisi dalle gang e praticamente nessuno ha ottenuto giustizia.

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