“Vi racconto la sconfitta di Avdiivka. I russi erano troppi, non potevamo più tenere la città”
di Fabio TonacciHa visto gli ultimi giorni di Avdiivka. Maksym Zhorin, nome di battaglia: Mose, era lì, a organizzare quello che per ordini superiori definisce “raggruppamento delle nostre forze”, ma per il mondo è stata, né più né meno, una ritirata. Zhorin era lì, a tirar fuori i cadaveri dei suoi compagni dalle macerie di una città fantasma che per dieci anni è stata il simbolo della resistenza ucraina nel Donetsk. “I russi ci sono venuti addosso con sette brigate, mai visto tanti nemici tutti insieme…Non finivano mai. Per un soffio abbiamo evitato un’altra Azovstal, ma, oggettivamente, era impossibile tenere Avdiika”, dice a Repubblica questo 34 enne di Rubizhne (Lugansk), vice comandante di quella 3° Brigata d’assalto che ha raccolto l’eredità del reggimento Azov. Veterano della prima guerra del Donbass. Il suo racconto è la cronaca di una disfatta.
Quando è arrivato ad Avdiivka con la sua brigata?
“Il 5 febbraio. Il 6 abbiamo provato a sfondare nel centro della città, eravamo vicino al viale de…
Ha visto gli ultimi giorni di Avdiivka. Maksym Zhorin, nome di battaglia: Mose, era lì, a organizzare quello che per ordini superiori definisce “raggruppamento delle nostre forze”, ma per il mondo è stata, né più né meno, una ritirata. Zhorin era lì, a tirar fuori i cadaveri dei suoi compagni dalle macerie di una città fantasma che per dieci anni è stata il simbolo della resistenza ucraina nel Donetsk. “I russi ci sono venuti addosso con sette brigate, mai visto tanti nemici tutti insieme…Non finivano mai. Per un soffio abbiamo evitato un’altra Azovstal, ma, oggettivamente, era impossibile tenere Avdiika”, dice a Repubblica questo 34 enne di Rubizhne (Lugansk), vice comandante di quella 3° Brigata d’assalto che ha raccolto l’eredità del reggimento Azov. Veterano della prima guerra del Donbass. Il suo racconto è la cronaca di una disfatta.
Quando è arrivato ad Avdiivka con la sua brigata?
“Il 5 febbraio. Il 6 abbiamo provato a sfondare nel centro della città, eravamo vicino al viale dell’Industria, ma non c’era modo. Avdiivka era già perduta. Per i dieci giorni successivi, fino al 17, oltre a combattere per mantenere le posizioni, abbiamo coperto l’uscita delle nostre unità”.
Che erano rifugiate nella cokeria di Avdiivka, giusto?
“Sì, c’erano anche alcuni uomini della nostra brigata. Stavamo rivivendo l’incubo dell’Azovstal di Mariupol. La cokeria ha diversi seminterrati dove ci si può rifugiare, ma che sono difficili da difendere. E i russi, come per l’Azovstal, hanno usato non so quante bombe aeree guidate su di essa. La cokeria era quasi circondata, abbiamo rischiato davvero un’altra Azovstal”.
Quanti soldati avevate nella cokeria?
“Non posso rilevare il numero esatto. Però se nell’impianto di Mariupol c’erano diverse migliaia dei nostri, in quello di Avdiivka ce n’erano centinaia, feriti compresi”.
Come siete riusciti a salvarli?
“Quando abbiamo capito che la sproporzione delle forze in campo era troppa, abbiamo preparato il piano di evacuazione dalla città. Combattevamo e nello stesso tempo progettavamo nel dettaglio l’uscita da quell’inferno. La manovra non si chiama ritirata, ma raggruppamento”.
Non è la stessa cosa?
“Ci siamo spostati su altre linee di difesa. Non funziona che un giorno dici basta e te ne vai da una città, non succede così. Saremmo stati tutti uccisi, avremmo perso tutti i mezzi. Quindi, nonostante piovessero bombe, abbiamo messo delle unità a frenare l’avanzata del nemico, e altre unità a portare fuori dalla cockeria prima i feriti gravi, poi i feriti lievi, infine il resto della truppa, le armi e le munizioni. Tutto ciò che non siamo riusciti a portar via lo abbiamo distrutto”.
Qual è l'ultima immagine di Avdiivka che ha negli occhi?
“Quella di 80 cadaveri russi davanti alla mia posizione”.
Che data era?
“La notte tra il 16 e il 17 febbraio”.
Risulta che molti cadaveri dei vostri soldati siano ancora ad Avdiivka, perché non siete riusciti a trasportarli fuori.
“A volte vanno prese decisioni impopolari per proteggere chi è ancora in vita. L'esercito ha le sue regole. E in quelle condizioni, purtroppo, non tutti i corpi potevano essere evacuati. Soprattutto quelli rimasti schiacciati dalle macerie dei palazzi colpiti”.
Si dice che il numero dei catturati ucraini sia enorme.
“Non è vero. Sono stati fatti diversi prigionieri, da una parte e dall’altra. Ma molto meno rispetto a quanto accaduto a Bakhmut”.
Dopo dieci anni avete perso Avdiivka. Da soldato, qual è il sentimento che prova?
“Quello della vendetta. Nella 3° Brigata abbiamo una regola, per ogni vita di un nostro fratello d'armi siamo obbligati a togliere almeno dieci vite ai nemici”.
Qual è la ragione principale dietro alla disfatta di Avdiivka?
“L’enorme quantità di forze dispiegate dalla Russia. Sette brigate, contemporaneamente. L’artiglieria che sembrava infinita. Putin voleva conquistare qualcosa prima delle elezioni, gli serviva Avdiivka. Mai, nei dieci anni precedenti, erano stati impiegati così tanti uomini e così tante armi”.
Non potevate lasciare la città prima per contenere le perdite?
“Forse, non lo so. Non conosco il piano strategico dello Stato Maggiore. Andarcene è stata la scelta migliore, in ogni caso”.
Adesso cosa succederà?
“Continuano le battaglie vicino ad Avdiivka. Se parliamo dell'intera linea del fronte, mi aspetto un significativo aggravamento nella direzione meridionale nel distretto di Robotyne della regione di Zaporizhzhia, così come nel distretto di Kupyansk nella regione Kharkiv. Il nemico avanza contemporaneamente in più direzioni e credo che abbia la capacità per concentrare le forze in queste direzioni”.
E voi? Realisticamente, con il vostro esercito che è stanco e non ha riserve a sufficienza, siete in grado di lanciare una nuova controffensiva?
“Saremo costretti, non abbiamo altra scelta. Vedo che la gente gioca con la mobilitazione, ma il punto non è se ci sarà o non ci sarà una nuova mobilitazione. Ci sarà. Gli ucraini dovranno combattere, anche chi non vuole. Il nostro futuro dipende da questo”.