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Iran, il veterano dei Pasdaran: “Da Gaza allo Yemen, così abbiamo creato la rete della resistenza”

A colloquio con Hossein Kanani Moghaddam: “Sono stato in Cina, hanno un piano per una nuova Camp David. Interessante. Anche se per noi quella terra è tutta Palestina”
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TEHERAN – Hossein Kanani Moghaddam ci tiene all’album di famiglia. Lo sfoglia con orgoglio, racconta. 1979: Afghanistan, non ha nemmeno 20 anni, siede accanto a un giovane che «diventerà il mullah Omar», uno dei capi talebani. Sono gli anni della resistenza contro i sovietici. 1980: è al fianco di Khomeini. E ancora: con Abu Mahdi al-Muhandis, il capo delle Forze di mobilitazione popolare, una coalizione di milizie irachene filo-Iran; con i leader di Hezbollah in Libano – «Quando li addestravo Nasrallah era ancora uno studente..», dice. E non è mitomania.

Moghaddam è stato uno dei fondatori dei Pasdaran iraniani, il corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica nato per difendere il khomeinismo e diventato un esercito più potente di quello regolare. Oggi è un apparato finanziario-militare che tutto sa e tutto controlla, compresi i centri nevralgici dell’economia iraniana.

TEHERAN – Hossein Kanani Moghaddam ci tiene all’album di famiglia. Lo sfoglia con orgoglio, racconta. 1979: Afghanistan, non ha nemmeno 20 anni, siede accanto a un giovane che «diventerà il mullah Omar», uno dei capi talebani. Sono gli anni della resistenza contro i sovietici. 1980: è al fianco di Khomeini. E ancora: con Abu Mahdi al-Muhandis, il capo delle Forze di mobilitazione popolare, una coalizione di milizie irachene filo-Iran; con i leader di Hezbollah in Libano – «Quando li addestravo Nasrallah era ancora uno studente..», dice. E non è mitomania.

Moghaddam è stato uno dei fondatori dei Pasdaran iraniani, il corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica nato per difendere il khomeinismo e diventato un esercito più potente di quello regolare. Oggi è un apparato finanziario-militare che tutto sa e tutto controlla, compresi i centri nevralgici dell’economia iraniana.

Ci accoglie in una casa al centro di Teheran, un appartamento piuttosto umile con uno studio seminterrato pieno di vetrinette anni ’70, divani di velluto, foto in bianco e nero e drappi verdi: il colore dell’Islam e dell’ideologia, ma anche del “partito verde” che ha fondato qualche anno fa e che alle elezioni di oggi punta a prendere «30 parlamentari».


Da questo osservatorio si vedono molte cose dell’ Iran che si vuole potenza regionale. Ex generale, ingegnere di formazione, Moghaddam l’ha visto crescere, il cosiddetto “Asse della Resistenza”, è stato tra i comandanti Pasdaran che hanno formato i «gruppi nostri alleati all’estero, in Libano, Iraq, Afghanistan, Yemen, già da prima di Soleimani». Il collante iniziale è l’ossessione anti-Israele. «La dottrina Khomeini, sposata da Khamenei: dare aiuto senza limiti a qualsiasi popolazione si opponga al razzista regime sionista per spingerlo a smettere di sterminare i palestinesi».

A Teheran, Moghaddam incontra tutti in queste settimane: Hamas, la Jihad Islamica. «Mi dicono che la resistenza a Gaza può combattere ancora per un anno, stanno infliggendo colpi durissimi al nemico». L’Iran garantisce il suo sostegno. La filosofia è quella ereditata dal padre del programma missilistico iraniano, un altro e più noto Moghaddam: «A chi ha fame non dare il pesce ma insegnagli a pescare». La «resistenza» è un sistema «a tenaglia», spiega. «Ha un quartier generale: se attaccano un nodo della rete gli altri pensano a come aiutarlo. Ma attenzione: a Gaza i missili se li fabbricano da soli. Perché l’Iran offre sostegno politico e diplomatico a livello internazionale a tutti i gruppi, assistenza, addestramento, trasferimento di know how e tecnologia. Ma poi ogni gruppo ha la sua autonomia nell’azione».

Il perno della tenaglia è l’industria della Difesa, missili e droni, fiori all’occhiello, una storia cominciata 40 anni fa. «Saddam ci aveva bombardati con gli Scud e noi non avevamo difese. Andavo in Italia a comprare le corvette per i Pasdaran e me le vendevano senza missili. Capimmo che i missili sarebbero stati strategici e ci abbiamo investito. Ci aiutarono i libici, il comandante Jallud, dandoci i primi pezzi rudimentali. Oggi abbiamo la capacità di colpire le circa 200 basi Nato e Usa da cui siamo circondati, se finissimo sotto attacco. Ma nella guerra a Gaza non siamo entrati in azione contro i crimini orrendi commessi dal regime sionista sulla popolazione civile, stiamo solo gestendo la situazione per evitare che il conflitto si allarghi».

La posta in gioco è molto alta, per Teheran. Il rischio di una guerra regionale preoccupa la leadership di Teheran. Nessuno qui sembra volere davvero uno scontro diretto con l’America. Ma gli obiettivi di lungo termine, quelli, non sono cambiati. «L’unico modo per evitare una guerra regionale è che gli Usa lascino la regione». Spara in alto Moghaddam. «Se si ritirano dal Medio Oriente anche la Russia si fermerà o almeno non avrà più l’appoggio dell’Iran. L’hanno capito anche i sauditi che l’America non può più garantire la loro sicurezza e infatti si stanno avvicinando alla Cina».

Pechino è il grande compratore di petrolio iraniano a basso prezzo e ha fornito un’ancora di salvezza all’economia nazionale strozzata dal malgoverno, dalle inefficienze e dalle sanzioni. L’Iran di Raisi l’ha corteggiata, allontanandosi sempre di più dall’Occidente. È il pivot to East voluto da Khamenei e sostenuto dai Pasdaran. «Sono stato in Cina di recente, ho incontrato il ministro Yi. Hanno un piano molto chiaro. Una sorta di nuova Camp David tra i Paesi della regione per una soluzione equa a due Stati. E puntano a sostituire gli Usa come protettore dei sauditi», dice l’ex generale. Ma se così fosse, se ci fosse una Camp David cinese, l’Iran potrebbe sedersi e negoziare? «Si, riconoscendola come soluzione provvisoria». E qual è la definitiva? «Quella terra è tutta Palestina».

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