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Foto Rosalba Castelletti 

In chiesa con la famiglia, davanti al feretro di Navalny. E il funerale diventa protesta

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Il reportage dal funerale del dissidente russo. Sorvegliati a vista dai servizi, migliaia di russi hanno salutato l’oppositore. Tra lacrime, fiori e slogan coraggiosi contro Putin e il conflitto
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MOSCA – Qualcuno, tra i fiori, ha lasciato anche una tavola di cioccolata. Rose, garofani e tulipani strabordano dalla bara. Aperta come vuole il rito ortodosso. Il busto si scorge appena. Una giacca scura, una cravatta nera a righe rosse e poi quel viso pallido, incerato, dai lineamenti quasi distorti, incoronato dal tradizionale vencik, dove si fatica a riconoscere l’indomito oppositore che neppure il carcere aveva addomesticato.

È tutto quel che vediamo del guscio umano di Aleksej Navalny su cui per due settimane si è giocato un indecoroso ricatto. Fino all’ultimo le autorità hanno provato a imporre un funerale privato.

Russia, in chiesa e al cimitero per dire l'ultimo addio ad Aleksej Navalny

Hanno ritardato la consegna del corpo, intimato ultimatum e minacciato le pompe funebri tanto che, nonostante tutti gli sforzi, non si è trovata una sala libera per la camera ardente e si faticava persino a rimediare un carro funebre.

Ma la fami…

MOSCA – Qualcuno, tra i fiori, ha lasciato anche una tavola di cioccolata. Rose, garofani e tulipani strabordano dalla bara. Aperta come vuole il rito ortodosso. Il busto si scorge appena. Una giacca scura, una cravatta nera a righe rosse e poi quel viso pallido, incerato, dai lineamenti quasi distorti, incoronato dal tradizionale vencik, dove si fatica a riconoscere l’indomito oppositore che neppure il carcere aveva addomesticato.

È tutto quel che vediamo del guscio umano di Aleksej Navalny su cui per due settimane si è giocato un indecoroso ricatto. Fino all’ultimo le autorità hanno provato a imporre un funerale privato.

Russia, in chiesa e al cimitero per dire l'ultimo addio ad Aleksej Navalny

Hanno ritardato la consegna del corpo, intimato ultimatum e minacciato le pompe funebri tanto che, nonostante tutti gli sforzi, non si è trovata una sala libera per la camera ardente e si faticava persino a rimediare un carro funebre.

Ma la famiglia non ha tenuto il segreto e ha dato appuntamento a tutti a Marino, il quartiere dormitorio a Sudest di Mosca dove Navalny visse prima del suo avvelenamento, dei lunghi mesi di cure in Germania e del suo arresto nel gennaio 2021 che lo ha portato alla morte in carcere a 47 anni il 16 febbraio.

In chiesa con i genitori

Nella Chiesa dell’Icona della Madre di Dio “Allevia le mie tristezze”, dove si consuma infine l’addio, però, non ci sono che loro, i due genitori, e poche decine di sostenitori con cui riusciamo ad entrare dopo esserci incolonnati fin dal mattino davanti al sagrato e aver superato transenne e metal detector.

Molti piangono e singhiozzano quando si avvicinano alla bara, consapevoli del privilegio negato persino al fratello Oleg, un latitante per la giustizia russa, e alla vedova Yulia e agli orfani Daria e Zakhar in esilio forzato. Troppo pericoloso tornare, soprattutto dopo le parole pronunciate da Navalnaya contro il presidente russo Vladimir Putin.

Seduti accanto alla bara, la madre Lyudmila e il padre Anatolij non smettono di stringersi la mano neppure per rispondere col segno della croce alle invocazioni del sacerdote che col turibolo riempie l’aria di oli profumati. Lei infagottata in un cappotto e scialle neri, lui con lo sguardo perso nella penombra rischiarata soltanto dai ceri accesi. Si aggrappano l’uno all’altra.

Foto Rosalba Castelletti 

Il sacerdote Andrej Malevich è frettoloso. Ha acconsentito a celebrare il rito perché Aleksej frequentava questa chiesa ed è qui che ha battezzato il figlio Zakhar, ma gli sono state fatte pressioni, dicono, perché la cerimonia duri il minor tempo possibile. Si conclude dopo una ventina di minuti con la litania Memoria eterna intonata dal coro. I necrofori chiudono la bara, nonostante le proteste di chi vuole dare un ultimo saluto alle spoglie.

Una donna grida: «Scusa se non ti abbiamo salvato. Riposa in pace». Un’altra abbraccia Lyudmila dicendole: «Grazie per tuo figlio». È solo allora che la madre-Antigone che ha sfidato Putin-Creonte piange.

Ai tanti moscoviti rimasti fuori, oltre le transenne, in una coda lunga oltre due chilometri, non resta che applaudire e scandire «Navalny» quando, infine, il feretro viene portato fuori e caricato sul carro funebre. Qualcuno prova a inseguirlo e gli lancia contro il mazzo di fiori che aveva portato. L’asfalto diventa un tappeto di petali, mentre in cielo si levano dei palloncini grigi.

La processione dalla chiesa al cimitero

Inizia la lenta processione verso il cimitero Borisovskoe, due chilometri e mezzo più a Sud, oltre il fiume Moscova, passando per il ponte Brateevskij.

I moscoviti si disperdono in diversi rivoli incolonnati tra falangi di minacciosi agenti anti-sommossa Omon, qualcuno con la Z sul petto. Sfilano sotto i cartelloni che ricordano il voto del 17 marzo e davanti a un dentista che si chiama “President”.

Sono migliaia. Una folla mai vista da quando la Russia ha lanciato l’offensiva contro Kiev e stretto le maglie della repressione interna. La “bella Russia del futuro” venuta a salutare il suo eroe nonostante i rischi.

I media li ignorano: ricordano gli articoli penali in base ai quali Navalny era stato condannato e rilanciano le parole del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov che mette in guardia sul rischio di pene e sanzioni in caso di azioni illegali.

Gli automobilisti, invece, li salutano suonando il clacson. Loro rispondono riesumando i vecchi slogan che un tempo risuonavano nelle piazze e nei cortei: «Russia senza Putin» e «la Russia sarà libera».

Dicono: «Tu non hai avuto paura, noi non abbiamo paura». Promettono: «Non dimenticheremo, non perdoneremo». Urlano persino: «Ucraini brava gente». Quando qualcuno irrompe in un Net vojne, «No alla guerra», la parola proibita nel Paese che parla soltanto di Operazione Militare Speciale, molti hanno un sussulto e tentennano prima di unirsi al coro. Di colpo i funerali si trasformano in un atto di protesta.

«Era il nemico numero uno di Putin. Ed è riuscito a sfidarlo anche da morto», dice una sessantenne. C’è chi è arrivato da Saratov, chi da Petrozavodsk. «Aleksej regalava speranza. Purtroppo, questo non piaceva a tutti», commenta una quarantenne. «Non tutto è perso. Continueremo a lottare e a seguire i suoi ideali», promette un uomo di 35 anni.

Niente nomi. Hanno tutti paura, anche se cercano di farsi coraggio l’un l’altro. È chiaro che gli uomini col passamontagna che riprendono la folla a ogni angolo delle strade altro non sono che agenti in borghese che passeranno al setaccio tutti i filmati per identificare, schedare e reprimere.

Oggi però lasciano fare. La giornata si conclude con soli 131 arresti in 19 città russe, 17 a Mosca, tra cui Andrej Morev, dirigente della sezione moscovita di Jabloko.

La fossa al cimitero

Al cimitero la cerimonia è privata. Mentre la bara viene calata nella fossa appena scavata, da lontano si sente soltanto un’orchestra di archi intonare My Way di Frank Sinatra e la colonna sonora di Terminator 2 — «il miglior film mai realizzato», diceva Navalny.

Quando finalmente i cancelli si aprono a tutti, ci si mette in fila per lanciare il proprio mucchietto di terra umida nella fossa ricoperta di rami di abete e incrociare uno sguardo con la madre Lyudmila che reagisce con un battito di palpebre.

A rendere il loro omaggio ci sono anche decine di ambasciatori occidentali, per l’Italia, il più alto in grado, l’incaricato d’affari Pietro Sferra Carini. Sfilano anche l’oppositore di Ekaterinburg Evgenij Rojzman e i candidati esclusi dalle presidenziali Boris Nadezhdin ed Ekaterina Duntsova.

Pesano le assenze di familiari e amici, in carcere o in esilio. Ilja Jashin saluta «l’amico» dalla colonia penale. «Il futuro non può essere fermato da pallottole, veleni o prigioni», scrive Vladimir Kara-Murza dalla cella. I collaboratori in esilio promettono: «Non ci arrenderemo. Il bene trionfa sempre sul male».

La moglie Yulia pubblica un audio: «Ljosha, grazie per 26 anni di assoluta felicità. Non so come vivere senza di te, ma cercherò di renderti felice per me e orgoglioso di me lassù. Non so se riuscirò a sopportarlo o meno, ma ci proverò». La figlia Dasha dedica un lungo testo al “suo esempio, al suo eroe”. “Dormi tranquillo, fratello mio”, scrive Oleg. “E non preoccuparti di nulla”.

Il corteo, intanto, non si arresta neppure dopo che la bara viene sotterrata e sulla terra fresca viene issata una croce e un ritratto in bianco e nero di Navalny, di sbieco, sorridente. Il cimitero rimane eccezionalmente aperto fino a tarda sera.

Quando, alle 22.30, la polizia annuncia che chiuderà, chi non è riuscito a entrare affonda i fiori nella neve, li lega alle cancellate della metropolitana più vicina o li lascia sul sedile di un bus. Tutta la città si riempie di memoriali improvvisati.

I reduci intonano «Yulia siamo con te» e accendono le torce del telefono. Centinaia di luci nella notte scura. Un’immagine potente a due settimane dalle presidenziali. Per un giorno la Russia è stata libera. Ma il futuro è tutto da vedere.

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