Russia, fermato Sokolov direttore di Novaja Gazeta: “Ha screditato le forze armate”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA — Non importa che se la cavi con una multa, si inizia sempre così. È un monito. E Sergej Sokolov, direttore del giornale indipendente Novaja Gazeta, lo sa. Viene fermato, processato per direttissima e accusato di “discredito delle forze armate”. Un caso che, stando al canale Telegram ufficiale del sistema giudiziario di Mosca, nasce da un articolo pubblicato nel dicembre 2023, intitolato “I ragazzi di nessuno”. Parlava degli orfani russi che avevano firmato contratti con l’esercito per andare a combattere in Ucraina. Sokolov contesta. «Non sono d’accordo», dice. Ma non basta. Viene condannato a pagare una multa di 30mila rubli, circa 300 euro. Ma non c’è da rilassarsi. Anche Oleg Orlov, copresidente della storica Ong Memorial insignita nel 2022 del Premio Nobel per la Pace, un anno fa se l’era cavata con una multa per la stessa incriminazione, ma è stato riprocessato e martedì è stato condannato a due anni e mezzo di carcere.
MOSCA — Non importa che se la cavi con una multa, si inizia sempre così. È un monito. E Sergej Sokolov, direttore del giornale indipendente Novaja Gazeta, lo sa. Viene fermato, processato per direttissima e accusato di “discredito delle forze armate”. Un caso che, stando al canale Telegram ufficiale del sistema giudiziario di Mosca, nasce da un articolo pubblicato nel dicembre 2023, intitolato “I ragazzi di nessuno”. Parlava degli orfani russi che avevano firmato contratti con l’esercito per andare a combattere in Ucraina. Sokolov contesta. «Non sono d’accordo», dice. Ma non basta. Viene condannato a pagare una multa di 30mila rubli, circa 300 euro. Ma non c’è da rilassarsi. Anche Oleg Orlov, copresidente della storica Ong Memorial insignita nel 2022 del Premio Nobel per la Pace, un anno fa se l’era cavata con una multa per la stessa incriminazione, ma è stato riprocessato e martedì è stato condannato a due anni e mezzo di carcere.
Era proprio per evitare che la redazione finisse nel mirino che lo storico direttore di Novaja Gazdeta, Dmitrij Muratov, Premio Nobel per la Pace 2021, si era fatto da parte lo scorso settembre quando aveva deciso di contestare in aula l’etichetta di “agente straniero”, marchio di infamia di staliniana memoria. In novembre la redazione aveva perciò eletto come suo successore Sokolov, a lungo responsabile del dipartimento investigativo del giornale che ha visto uccidere sei suoi reporter, come Anna Politkovskaja, e che nel 2022 ha deciso di trasferire gran parte della redazione a Vilnius. Le precauzioni non sono bastate. In Russia non bastano mai.
Sembrano superflue anche le raccomandazioni degli avvocati per evitare di essere arrestati ai funerali di Aleksej Navalny attesi oggi pomeriggio: non dare nell’occhio, non portare nastri o bandiere, non esporre i simboli di Fbk o Navalny considerati “estremisti” e perciò fuorilegge, non cedere alle provocazioni. Alla fine gli stessi avvocati ammettono: «Ma non si possono escludere arresti anche dopo l’addio». Le forze di polizia hanno già fatto capire che partecipare alle esequie sarà considerato un reato. Presidiano da giorni sia la chiesa che ospiterà la cerimonia, il tempio dell’Icona della Madre di Dio “Allevia le mie tristezze”, nel quartiere di Marino, Sud-Ovest di Mosca, dove Navalny visse a lungo, sia il cimitero Borisovskoe, sull’altra sponda del fiume Moscova, dov’è prevista la sepoltura. I due posti distano due chilometri e mezzo. Il timore è che si formi una spontanea processione che, per le autorità, rappresenterebbe un corteo non autorizzato.
Per allontanare la folla, davanti alla chiesa sono state già piazzate centinaia di transenne e a ogni porta sono stati affissi cartelli minatori. I sacerdoti hanno detto che la cerimonia sarà riservata ai familiari. Il team di Navalny ha smentito. Il 24enne Jaroslav è deciso comunque ad andare. Sul ponte di fronte al Cremlino dove fu ucciso Boris Nemtsov ha lasciato un biglietto con due date: 27 febbraio 2005 e 16 febbraio 2024, giorno dell’uccisione di Nemtsov e della sospetta morte in carcere di Navalny. «Spero che domani saremo in tanti», ci dice. «L’unione fa la forza». Ma in Russia non sempre basta.