Gaza, una terra di nessuno dove Hamas ha perso il controllo e Israele ritira metà delle truppe
dal nostro inviato Daniele RaineriTEL AVIV — L’invasione di terra israeliana dentro Gaza si è fermata da settimane e ha invertito la direzione di marcia, nel senso che ogni giorno il terreno sotto il controllo fisico dei soldati si restringe, ma i bombardamenti aerei e le vittime fra i palestinesi continuano. Le brigate di Israele nella Striscia ora sono sei, due a controllare il corridoio centrale che taglia in due l’enclave e quattro giù nel settore Sud, ma erano venti quando l’operazione è cominciata alla fine di ottobre. E non c’è più nemmeno un riservista fra i soldati, sono tutti tornati a casa oppure — in misura molto minore — sono stati spostati a Nord sul fronte libanese.
L’impressione a sentire la politica israeliana è che l’esercito continui la conquista a tappe forzate della Striscia per sradicare Hamas e sia sul punto, da un momento all’altro, di prendere anche l’ultima porzione di territorio nel Sud. La realtà è che l’invasione di Gaza ora come ora è spenta o se questo suona eccessivo è in stand-by.…
TEL AVIV — L’invasione di terra israeliana dentro Gaza si è fermata da settimane e ha invertito la direzione di marcia, nel senso che ogni giorno il terreno sotto il controllo fisico dei soldati si restringe, ma i bombardamenti aerei e le vittime fra i palestinesi continuano. Le brigate di Israele nella Striscia ora sono sei, due a controllare il corridoio centrale che taglia in due l’enclave e quattro giù nel settore Sud, ma erano venti quando l’operazione è cominciata alla fine di ottobre. E non c’è più nemmeno un riservista fra i soldati, sono tutti tornati a casa oppure — in misura molto minore — sono stati spostati a Nord sul fronte libanese.
L’impressione a sentire la politica israeliana è che l’esercito continui la conquista a tappe forzate della Striscia per sradicare Hamas e sia sul punto, da un momento all’altro, di prendere anche l’ultima porzione di territorio nel Sud. La realtà è che l’invasione di Gaza ora come ora è spenta o se questo suona eccessivo è in stand-by. Ronen Bergman, giornalista sempre molto bene informato che scrive su Yedioth Ahronoth, dice che questo immobilismo è un messaggio chiaro da parte dei generali, per farsi capire dai superiori civili e ottenere un piano chiaro per la gestione della guerra e del dopoguerra a Gaza.
A metà dicembre la divisione “Sinai”, formata tutta da riservisti, si è ritirata da Beit Hanoun, la prima città palestinese che si incontra nella Striscia se si entra da Nord. Alla fine di dicembre l’esercito israeliano ha abbandonato quasi tutto il resto del settore Nord. Nella terza settimana di gennaio la divisione corazzata “Ga’ash” ha lasciato la fascia centrale dopo ottanta giorni di combattimenti e subito dopo un’altra divisione, la 99esima — e questa è interamente di soldati riservisti — ha fatto la stessa cosa. Nel giro di cinque settimane la presenza di truppe israeliane a Gaza si è dimezzata. Quando ci sono movimenti di reparti che entrano dentro alla Striscia è ormai soltanto per dare il cambio ad altri. La mobilitazione di massa più grande della storia di Israele, con discrezione, è stata sostituita da turni ridotti di truppe regolari.
Di fatto la maggior parte del territorio della Striscia oggi non è più sotto il controllo di Hamas — quello sotto alla luce del sole che andava avanti da sedici anni — e non è sotto il controllo dei soldati israeliani. Al Nord centinaia di migliaia di palestinesi abitano questo nuovo spazio autogestito, che di notte è buio, è devastato dai bombardamenti ed è quasi intoccato dai convogli umanitari. I civili nella zona grigia non hanno idea di che cosa aspettarsi e hanno un orizzonte del futuro brevissimo — di pochi giorni — perché fare programmi più a lungo termine è inutile. Per adesso conta soltanto la sopravvivenza a breve termine e questo spiega perché si affollano attorno ai convogli di camion che trasportano i sacchi di farina, quando finalmente arrivano.
Dal punto di vista militare la presenza israeliana dimezzata vuol dire almeno un paio di cose. La prima è che i soldati di queste sei brigate israeliane si sono piazzati in luoghi ben precisi e da lì non fanno grandi manovre, escono soltanto per fare operazioni nei quartieri vicini e poi rientrano nelle loro basi nel giro di qualche ora o al massimo di qualche giorno. Sono missioni che li espongono alle imboscate continue di Hamas e soffrono perdite (minori rispetto ai primi giorni e anche questo è un segno di inerzia) ma di fatto la Striscia di Gaza del prossimo futuro comincia ad assomigliare alla Cisgiordania: ci sono zone dove i soldati israeliani sono a ogni incrocio e altre zone molto più estese dove si fanno vedere soltanto a tratti, per raid che si esauriscono in breve tempo.
La seconda è che l’invasione di Rafah non è possibile, al momento. In questi giorni si parla molto di un imminente attacco di terra israeliano contro la città del Sud della Striscia, dove un milione e mezzo di palestinesi vive con le spalle al muro di confine egiziano, e c’è preoccupazione da parte dell’amministrazione Biden per la possibilità di perdite gravissime fra i civili. Ma l’esercito israeliano non ha abbastanza soldati a disposizione. Se pure volesse attaccare, dovrebbe prima richiamare dentro alla Striscia molti più uomini. Non ci vuole molto, considerate le dimensioni piccole di Israele, ma sarebbe un fatto molto visibile e se ne accorgerebbero tutti. E lo stesso vale anche per il fronte Nord, quello con il Libano, dove spesso la guerra contro il gruppo Hezbollah sembra quasi sul punto di cominciare.