Mar Rosso, anche l’Italia spara: la nave Duilio abbatte un drone
dal nostro inviato Daniele RaineriTEL AVIV — La nave da guerra italiana “Caio Duilio” ha visto un drone volare nella sua direzione e lo ha abbattuto, mentre era in navigazione nel Mar Rosso. Il drone era arrivato a sei chilometri di distanza, ha detto poi il comunicato della Difesa, e questo vuol dire che se si trattava del classico vettore suicida usato dalle milizie Houti – il Samad – piú o meno mancava ancora un minuto e mezzo al momento dell’impatto. Per la Marina militare italiana è stata una prima volta in assoluto, non era mai successo che una sua nave dovesse abbattere un drone esplosivo in volo sull’acqua. Ma per quel tratto del Mar Rosso questa prima domenica di marzo è stato un giorno come gli altri.
Da quando le milizie Houti hanno annunciato che avrebbero colpito con droni e missili il traffico navale nel collo di bottiglia strategico che porta verso il canale di Suez, i loro attacchi sono un rullo continuo. Sabato gli americani hanno abbattuto in volo un missile balistico. Mercoledì avevano abbattuto cin…
TEL AVIV — La nave da guerra italiana “Caio Duilio” ha visto un drone volare nella sua direzione e lo ha abbattuto, mentre era in navigazione nel Mar Rosso. Il drone era arrivato a sei chilometri di distanza, ha detto poi il comunicato della Difesa, e questo vuol dire che se si trattava del classico vettore suicida usato dalle milizie Houti – il Samad – piú o meno mancava ancora un minuto e mezzo al momento dell’impatto. Per la Marina militare italiana è stata una prima volta in assoluto, non era mai successo che una sua nave dovesse abbattere un drone esplosivo in volo sull’acqua. Ma per quel tratto del Mar Rosso questa prima domenica di marzo è stato un giorno come gli altri.
Da quando le milizie Houti hanno annunciato che avrebbero colpito con droni e missili il traffico navale nel collo di bottiglia strategico che porta verso il canale di Suez, i loro attacchi sono un rullo continuo. Sabato gli americani hanno abbattuto in volo un missile balistico. Mercoledì avevano abbattuto cinque droni esplosivi. Martedì un altro drone esplosivo. Questo tipo di intercettazioni potrebbe presto diventare una routine anche per la nave italiana.
Quando l’Unione europea aveva annunciato la missione Aspides pensava proprio a uno schema come quello di ieri: gli Houti attaccano il traffico navale nel Mar Rosso, le navi da guerra europee fermano gli attacchi. Alla fregata tedesca Hessen era successo quattro giorni fa, ai francesi era toccato per primi il 20 febbraio ed era scontato che prima o poi sarebbe arrivato anche il turno del cacciatorpediniere italiano. «Gli attacchi terroristici degli Houti sono una grave violazione del diritto internazionale e un attentato alla sicurezza dei traffici marittimi da cui dipende la nostra economia – ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto – Questi attacchi fanno parte di una guerra ibrida che usa ogni possibilità, non soltanto militare, per danneggiare alcuni Paesi e agevolarne altri». «Nel Mar Rosso passa il 15 per cento del commercio globale – ha commentato la premier Giorgia Meloni – Dobbiamo rimanere concentrati su un quadrante che è cruciale per i nostri interessi nazionali e commerciali».
Ieri proprio nelle stesse ore dell’attacco all’unità italiana è affondata la nave commerciale Rubymar, che era stata colpita da un missile yemenita il 18 febbraio e da allora imbarcava acqua e vagava alla deriva senza più marinai a bordo.
Il problema della missione è che potrebbe andare avanti a tempo indefinito. Il Pentagono qualche giorno fa ha dichiarato di avere lanciato più di 230 raid aerei sullo Yemen assieme al Regno Unito – è la grande differenza con la missione europea Aspides: gli americani non si limitano a intercettare in mare, vanno a bombardare le posizioni di lancio – ma secondo gli esperti non basta. La giunta militare Houti ha dichiarato fin dai primi giorni che i loro attacchi continueranno fino a quando durerà la guerra israeliana nella Striscia di Gaza e potrebbe essere così, anche se la presenza della missione militare europea mitigherà i rischi e farà sempre più da scudo al traffico commerciale.
Sul fronte di Gaza una delegazione di negoziatori israeliani è andata al Cairo ed è un buon segno perché vuol dire che le trattative continuano, anche dopo la carneficina di giovedì – quando le truppe israeliane hanno aperto il fuoco su una folla che aspettava aiuti umanitari. I medici palestinesi dell’ospedale al Awda dicono che 142 pazienti su 176 hanno ferite da proiettile e questo contraddice la versione data dall’esercito israeliano, che invece incolpa la calca per le morti. Per evitare i rischi associati alla distribuzione di viveri con i camion, ieri anche gli Stati Uniti si sono uniti con tre C-130 al ponte aereo per paracadutare cibo alla popolazione di Gaza. Ma i numeri sono insufficienti, i trentottomila pasti lanciati ieri non bastano. L’Organizzazione mondiale per la Sanità conferma che dieci bambini palestinesi sono morti per fame e secondo il suo portavoce, Christian Lindmeier, ci si aspetta che il vero numero delle morti per fame sia più alto.
I negoziatori israeliani la scorsa settimana sono andati a Doha per tre giorni in cambio della promessa di ricevere una lista con il nome degli ostaggi israeliani ancora vivi, e non l’hanno ancora ricevuta. Il governo israeliano ha minacciato di bloccare i negoziati se non arriva la lista, ma ieri ha mandato i suoi al Cairo: è il segno che qualcosa si muove, mentre si avvicina la data ormai diventata simbolica del 10 marzo, l’inizio del mese di Ramadan.