Tre cooperanti italiani fermati in Tunisia perché trovati con 3mila euro in contanti: “Operazione sospetta”
di Leonardo MartinelliSono tre italiani, che lavorano su progetti di cooperazione gestiti da Cesvi, una Osc (Organizzazione della società civile) italiana in Libia. E che dalla settimana scorsa sono in stato di arresto in Tunisia, dove sono stati fermati mentre erano in possesso di una somma in liquido destinata proprio ai progetti nel Paese dove Cesvi è presente fin dal 2011, dopo la caduta di Gheddafi, e che riguardano soprattutto l’assistenza dei migranti lì in transito verso l’Italia: uomini, donne e bambini, che vivono in condizioni disperate.
Da giorni l’ambasciata italiana di Tunisi e la Farnesina stanno cercando di trovare una soluzione a questo caso nella Tunisia di Kais Saied, sulla carta amico-alleato di Giorgia Meloni, ma che nel suo Paese ha scatenato una deriva autoritaria e che negli ultimi tempi sta stringendo i controlli proprio su Ong e Osc straniere o comunque finanziate dall’estero. Quest’ultima vicenda, comunque, è molto particolare. Come indicato in una nota del ministero degli Ester…
Sono tre italiani, che lavorano su progetti di cooperazione gestiti da Cesvi, una Osc (Organizzazione della società civile) italiana in Libia. E che dalla settimana scorsa sono in stato di arresto in Tunisia, dove sono stati fermati mentre erano in possesso di una somma in liquido destinata proprio ai progetti nel Paese dove Cesvi è presente fin dal 2011, dopo la caduta di Gheddafi, e che riguardano soprattutto l’assistenza dei migranti lì in transito verso l’Italia: uomini, donne e bambini, che vivono in condizioni disperate.
Da giorni l’ambasciata italiana di Tunisi e la Farnesina stanno cercando di trovare una soluzione a questo caso nella Tunisia di Kais Saied, sulla carta amico-alleato di Giorgia Meloni, ma che nel suo Paese ha scatenato una deriva autoritaria e che negli ultimi tempi sta stringendo i controlli proprio su Ong e Osc straniere o comunque finanziate dall’estero. Quest’ultima vicenda, comunque, è molto particolare. Come indicato in una nota del ministero degli Esteri italiano, “i tre cooperanti operano su alcuni progetti in Libia, Paese il cui sistema bancario mantiene una serie di limitazioni che rendono necessari, per chi vi si trova a operare e abbia necessità di valuta, periodici prelievi di denaro in Tunisia”. Sulla base di quanto reso noto da una delle principali radio tunisine, Mosaique, e di altre fonti, ricostruiamo quanto accaduto.
La scorsa settimana un’auto è stata fermata dalla polizia tunisina, mentre si stava dirigendo via terra verso la Libia. A bordo c’erano i tre cooperanti italiani, con alcuni collaboratori locali di Cesvi. La pattuglia li ha trovati in possesso di 10mila dinari tunisini in liquido, che corrispondono a 3mila euro, probabilmente destinati a finanziare le attività di Cesvi in Libia. Qui l'organizzazione (presente oggi anche a Gaza e in altri paesi arabi) opera già dal 2011 mediante progetti di assistenza a favore dei migranti in transito, perlopiù subsahariani.
Questi vengono trattenuti in centri di detenzione ufficiali e anche delle milizie armate, sottoposti a torture e ricatti alle proprie famiglie di origine, perché paghino riscatti, così da liberarli e poter continuare il loro viaggio verso Lampedusa. La concentrazione di migranti in Libia (e in particolare nella Tripolitania) è aumentata negli ultimi mesi, dopo il memorandum firmato tra la Ue e la Tunisia e la promessa di aiuti europei, in cambio di un freno alle partenze di migranti verso l’Italia. Diverse Ong attive in Tunisia segnalano che la Guardia nazionale di questo Paese effettua retate per portare migranti subsahariani alla frontiera con la Libia, per poi consegnarli proprio alle milizie.
Ecco, Cesvi si è specializzata nell’assistenza dei migranti minorenni e in quella sanitaria e psicologica agli adulti, trattenuti nei centri di detenzione. I progetti della Osc, come di altre organizzazioni europee simili, sono finanziate in generale dall’Unione europea ed è probabile che dai fondi europei per la cooperazione provenissero quei 3mila euro, una cifra tutto sommato modesta. Ma è proprio per quei soldi che i tre cooperanti italiani, assieme a un collaboratore, anche lui dello staff Cesvi, sono stati arrestati. E, dopo la carcerazione preventiva, il loro fermo è stato confermato da un giudice istruttore a Tunisi.
Subito è iniziato un negoziato dell’ambasciata italiana e del nostro ministero degli Esteri con Tunisi. Come indicato nel comunicato, “la Farnesina sta fornendo tutte le necessarie informazioni alle autorità inquirenti per consentire un rapido chiarimento e arrivare a un auspicabile, rapido rilascio di tutte le persone coinvolte”. Martedì dovrebbe giungere a Roma un alto funzionario tunisino e la vicenda potrebbe arrivare a una svolta positiva. Tra l’altro, proprio lunedì la Commissione europea ha dato il via libera definitivo all’erogazione di 150 milioni di euro, che fanno parte dell’assistenza macro-finanziaria promessa dall’Unione europea mediante il memorandum (restano, con la stessa finalità, altri 900 milioni, che, però, finora Bruxelles ha vincolato al raggiungimento dell’accordo di Tunisi con il Fondo monetario internazionale, per ottenere un prestito da 1,9 miliardi di dollari, con un programma di riforme connesso, che per il momento il presidente Saied non ha nessuna intenzione di accettare).
A questo punto resta solo da chiedersi se Saied e il suo entourage accetteranno la liberazione dei tre cooperanti italiani o si bloccheranno sulle loro posizioni per appena 3mila euro destinati a progetti umanitari in Libia. E se lo faranno proprio con il Paese europeo oggi in assoluto più amico, l’Italia di Giorgia l’amica di Kais. Il problema è che nelle prossime settimane il Parlamento tunisino dovrebbe approvare una nuova legge che vuole mettere sotto un controllo incredibile e nei fatti limitare i finanziamenti stranieri alle Ong che operano in Tunisia. E il testo è stato fortemente voluto da Saied, supersensibile alle accuse cospirazioniste contro possibili "ingerenze straniere”.
L’obiettivo ufficiale è impedire la possibilità che i fondi stranieri servano ad alimentare “terrorismo o riciclaggio”. Sta di fatto che tante di queste Ong finanziate dall’estero assicurano assistenza sociale o sostengono attività economiche in una fase estremamente difficile per l’economia della Tunisia, sempre a rischio di default e dove al supermercato compaiono a singhiozzo prodotti come riso, latte e farina. La speranza è che questo dibattito sulle Ong non ricada sulla vicenda (tra l’altro molto diversa) di Cesvi e dei suoi tre cooperanti agli arresti, semplicemente per aver cercato di far transitare cash verso la Libia, come da anni fanno tutte le organizzazioni che lì devono finanziare progetti di assistenza ai migranti.