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Diario da Rafah – I nostri corpi scavati dalla fame, non ci riconosciamo più tra di noi

(afp)
La testimonianza dalla Striscia. L’assenza di cibo sta cambiando anche i nostri volti. Ci sentiamo ancora più miserabili
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RAFAH – In questi mesi ci sono stati diversi giorni come questo, giorni “no” in cui la disperazione prende il sopravvento lasciandomi senza forze e senza speranza. Ho camminato nel tentativo di avvistare almeno qualche lucina colorata di quelle che solitamente si mettono fuori dalle finestre nei giorni che precedono l’inizio del Ramadan: speravo che qualcuno avesse trovato la forza e la gioia di celebrare l’arrivo del mese sacro.

Niente, di quelle o dei cibi che siamo soliti cucinare per prepararci al digiuno non c’è traccia. D’altronde a quale digiuno dovremmo dare il via se è ormai da mesi che mangiamo come in un Ramadan forzato. Un pasto al giorno, quando si riesce, e non perché stiamo celebrando qualcosa ma perché ci è stato imposto. Per questo ho sentito tanti amici che hanno deciso di non digiunare, sono troppo deboli e affamati per rinunciare al poco cibo che trovano. Assurdo come questa guerra ci stia ponendo davanti a scelte così profonde anche dal punto di vista spiritu…

RAFAH – In questi mesi ci sono stati diversi giorni come questo, giorni “no” in cui la disperazione prende il sopravvento lasciandomi senza forze e senza speranza. Ho camminato nel tentativo di avvistare almeno qualche lucina colorata di quelle che solitamente si mettono fuori dalle finestre nei giorni che precedono l’inizio del Ramadan: speravo che qualcuno avesse trovato la forza e la gioia di celebrare l’arrivo del mese sacro.

Niente, di quelle o dei cibi che siamo soliti cucinare per prepararci al digiuno non c’è traccia. D’altronde a quale digiuno dovremmo dare il via se è ormai da mesi che mangiamo come in un Ramadan forzato. Un pasto al giorno, quando si riesce, e non perché stiamo celebrando qualcosa ma perché ci è stato imposto. Per questo ho sentito tanti amici che hanno deciso di non digiunare, sono troppo deboli e affamati per rinunciare al poco cibo che trovano. Assurdo come questa guerra ci stia ponendo davanti a scelte così profonde anche dal punto di vista spirituale.

Le Ong che distribuiscono gli aiuti umanitari a Gaza hanno spiegato che il cibo che entra nella Striscia al momento basta soltanto per soddisfare la fame del 10% della popolazione. Ed è evidente camminando per le strada di Rafah e incontrando gli amici. Siamo tutti dimagriti, scavati nei volti, debilitati nei corpi sui quali gli abiti lisi che ci portiamo dietro da cinque mesi iniziano a caderci addosso come se fossimo spaventapasseri. A stento riuscivo a riconoscere un conoscente per quanto il suo viso è stato stravolto dalla magrezza. Io stesso sono dimagrito sette chili nelle ultime settimane. Il peggioramento della situazione si percepisce anche da questo rapida perdita di peso collettiva. E non voglio immaginare come siano i corpi di chi vive al Nord o a Gaza City, là dove si mangia soltanto cibo per animali o erba, o dove si corre dietro a pasti pronti che piovono dal cielo. Ci sentiamo dei miserabili e iniziamo a vergognarci anche dei nostri corpi.

A peggiorare la situazione è arrivato anche l’andamento delle trattative sulla tregua. Eravamo sicuri che l’interruzione dei bombardamenti sarebbe arrivata prima del 10 marzo, la data di inizio del Ramadan, e abbiamo coltivato il sogno di poter trascorrere qualche giorno senza la continua minaccia di morte. Ora invece gli ufficiali di Hamas hanno fatto sapere che non ci sarà nessuna tregua prima di quella data. Qualcuno vuole credere che sia un modo per fare pressione sui negoziati, io non riesco più a essere positivo.

Giovedì anche io e la mia famiglia lasceremo Rafah e raggiungeremo le quindici persone della nostra comunità che si sono già trasferite nella tendopoli che tutti insieme abbiamo costruito sul mare per sfuggire alla annunciata operazione di terra che potrebbe abbattersi su Rafah. Avevamo rimandato il momento del trasferimento perché speravamo che si potesse arrivare a una tregua ma ora tutto è cambiato e le notizie parlano di una escalation. Vogliamo muoverci prima dell’inizio del Ramadan. Qui non ci sentiamo più sicuri.

Nelle ultime ore i bombardamenti si sono intensificati e la scorsa notte nessuno di noi è riuscito a dormire per il boato delle bombe che cadevano vicinissime. Poco più in là della nostra casa un raid israeliano ha ucciso almeno 17 persone. E così è iniziata di nuovo la corsa contro il tempo: le decisioni devono essere prese velocemente e non è permesso sbagliare. Bisogna calcolare il rischio, valutare le conseguenze e studiare la situazione. È un continuo stress mentale e mi sento molto responsabilizzato per la mia famiglia e per gli altri.

Intanto in tanti stanno cercando di lasciare la Striscia facendo ricorso al denaro arrivato dall’estero grazie alle raccolte online. Il problema però è che la richiesta è diventata talmente alta che le partenze sono state posticipate di almeno due settimane. Chi non riuscirà a muoversi prima di un’eventuale invasione di Rafah non sarà in grado di lasciare la Striscia.

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